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Confronto fra trattamento motorio e trattamento cognitivo in pazienti con MCI e Malattia di Alzheimer di grado lieve e moderato

Informazioni tesi

  Autore: Denise Borgo
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2015-16
  Università: Università degli Studi di Trento
  Facoltà: Psicologia
  Corso: Scienze cognitive
  Relatore: Pierluigi De Bastiani
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 101

L’obiettivo primario di questo studio è stato esplorare in pazienti con Mild Cognitive Impairment (MCI) e in soggetti con Malattia di Alzheimer (AD) di grado lieve e moderato l’efficacia dell’esercizio fisico rispetto alla stimolazione cognitiva sul mantenimento dello stato cognitivo globale al termine del trattamento e a 3 mesi da esso. La ricerca si è proposta inoltre di esplorare gli effetti di questi due trattamenti sulle abilità cognitive e motorie residue e sulle autonomie e il comportamento di questi pazienti.
Lo studio si avvale di un disegno randomizzato controllato. I pazienti con MCI e AD sono stati randomizzati in un Gruppo Motorio (GM) che ha seguito un programma di attività fisica di intensità lieve-moderata e un Gruppo Cognitivo (GC) che ha fatto stimolazione cognitiva stratificata in base al livello di gravità. La durata di entrambi i trattamenti è stata di 6 mesi, con frequenza di 3 incontri a settimana di 90 minuti ciascuno, per un totale di 72 incontri. Sono state effettuate valutazioni cognitive, motorie, della qualità della vita e comportamentali prima dell’inizio del trattamento (T0), alla fine dei 72 incontri (T1) e in follow-up a distanza di 3 mesi (T2).
Nei pazienti con MCI i trattamenti sono risultati entrambi efficaci nel mantenere lo stato cognitivo globale. In GM, a dispetto a GC, si riscontra inoltre un mantenimento a T1 delle abilità visuo-spaziali mnesiche e di quelle attentive; in GC, tuttavia, mantiene meglio le abilità di memoria episodica visiva e prospettica residue, anche al follow-up. Dal punto di vista dei parametri motori, cammino ed equilibrio si mantengono in GM, mentre in GC peggiora il cammino. In entrambi i gruppi si mantengono le autonomie strumentali residue e i disturbi comportamentali sia a T1 che a T2. Nei pazienti con AD invece lo stato cognitivo globale viene mantenuto meglio in GM sia in T1 che in T2, GC al contrario peggiora a T2. In GM a T1 si mantengono inoltre la memoria verbale a T1 e il linguaggio a T2, tuttavia peggiora l’attenzione al follow-up. Dal punto di vista dei parametri motori, GM migliora l’equilibrio, mentre nel GC peggiora il cammino. Infine entrambi i gruppi AD mantengono stabili i disturbi comportamentali, tuttavia le autonomie funzionali calano in GM.
Trattandosi di patologie degenerative, l’assenza di numerose variazioni significative, sia in senso negativo che positivo, è da considerarsi un successo in quanto il quadro funzionale dei pazienti con MCI e quelli con AD sembra stabilizzarsi. Dai risultati ottenuti a seguito dei due trattamenti, è inoltre possibile concludere che non ne esista uno preferibile per il rallentamento della malattia, ma che ciascuno agisce su diverse sfere del funzionamento a seconda della compromissione e degli esercizi proposti.

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6 1. INTRODUZIONE 1.1. Il decadimento cognitivo e principali tipologie A fronte di una popolazione mondiale la cui aspettativa di vita media si sta progressivamente allungando (Organizzazione Mondiale della Sanità – OMS 2015a), le patologie connesse all’invecchiamento stanno aumentando sempre più. L’attuale emergenza a livello mondiale riguarda patologie nelle quali il deterioramento cognitivo del soggetto è tale da compromettere in maniera più o meno consistente le sue abilità sociali, funzionali e occupazionali. Di questa categoria fanno parte il Deterioramento Cognitivo Lieve (Mild Cognitive Impairment – MCI; Petersen et al. 1999) e le demenze, tra cui la Malattia di Alzheimer (AD). Con MCI si identifica una forma di deterioramento lieve caratterizzato da deficit in specifiche funzioni cognitive. Questi sono rilevabili a livello clinico o possono essere percepiti come lievi difficoltà da parte del soggetto stesso e dei familiari, tuttavia non interferiscono eccessivamente con il funzionamento nelle attività della vita quotidiana della persona. Sebbene sia generalmente considerato una fase transitoria tra l’invecchiamento sano e quello patologico, solo il 15-41% dei casi di MCI evolve in una forma di demenza (Geslani et al. 2005). Studi longitudinali hanno tuttavia evidenziato come la tipologia di demenza nella quale l’MCI tipicamente evolve dipende dalla natura e dalla gravità dei sintomi esperiti durante questa fase intermedia (Apostolo et al. 2015). Sono state infatti distinte diverse forme di MCI sulla base della presenza o meno di disturbi di memoria (MCI amnesico e non-amnesico) e del numero di funzioni cognitive danneggiate (single domain MCI – sd-MCI, multiple domain MCI – md- MCI). Gli studi rilevano come le forme che hanno più probabilità di evolvere in AD siano quelle nelle quali si riscontrano problemi di memoria, ovvero la forma amnesica sia a singolo dominio (sd-aMCI) sia a multiplo dominio (md-aMCI)(Pinto & Subramanyam 2009). Tra le varie forme di demenza identificate ad oggi, l’AD è la più frequente. Essa interessa circa il 50-70% dei casi di demenza (Winblad et al. 2016) e, se considerata insieme alla sua fase preclinica molto lunga, può raggiungere una durata totale anche superiore ai 20 anni per coloro che riescono a sopravvivere fino alle fasi finali (Todd et al. 2013). Per le specifiche riguardanti le fasi di malattia e le caratteristiche principali si rimanda a Budson & Kowall (2010). Durante la malattia il lento declino cognitivo e la comparsa di sempre maggiori

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