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La incriminazione dell’associazione di tipo mafioso: profili storici e problematiche interpretative

La mia tesi di laurea in diritto penale (parte speciale), discussa l'11 ottobre 2016 presso l'Università degli Studi di Brescia, intitolata "La incriminazione dell’associazione di tipo mafioso: profili storici e problematiche interpretative" (relatore prof. Salvatore Prosdocimi), ha come oggetto di studio l'analisi del fenomeno criminologico mafioso.
Il lavoro si caratterizza per una spiccata multidisciplinarietà in quanto, nel primo capitolo, è presente un approccio di tipo storico volto ad analizzare il fenomeno mafioso nella Sicilia della seconda metà dell'Ottocento; mentre nel secondo e nel terzo capitolo, si analizzano rispettivamente, da un punto di vista prettamente tecnico - giuridico, il reato di associazione di tipo mafioso ex art. 416 bis c.p. ed il concorso eventuale nella medesima fattispecie criminale. Inoltre, non di rado, vengono richiamate teorie di natura sociologica a supporto dei processi argomentativi utilizzati dagli interpreti delle fattispecie in analisi.
Il presente lavoro si pone l’obiettivo di ricercare l'elemento caratterizzante di ogni associazione di tipo mafioso e, una volta trovato, di elevarlo ad una sorta di bussola per l'interprete affinché costui possa districarsi nelle problematiche interpretative della materia.
Questo elemento è stato individuato in un certo tipo di organizzazione che, dotata di un elevato grado di stabilità e strutturazione, ha consentito alle mafie storiche una vivenza ultrasecolare.
Un punto in cui dottrina e giurisprudenza hanno dato vita ad una acceso dibattito, ed in cui l'esaltazione dell'elemento organizzativo può dirimere la disputa, è quello relativo alla scelta del modello di partecipazione nel reato associativo mafioso.
I modelli contrapposti sono due. Il primo, il modello causale, secondo il quale è richiesto un contributo del partecipe alla vita del sodalizio; questo contributo consiste in un’attività materiale minima, tra l’altro non necessariamente esecutiva, purché obbiettivamente apprezzabile. Il secondo, il modello organizzatorio, secondo il quale è partecipe colui che, avendo un ruolo ed una funzione sociale, è stabilmente inserito nella struttura organizzativa dell’associazione; un tipo di partecipazione che si può definire organica.
Data la linea interpretativa sostenuta in questo lavoro, è da preferire il modello organizzatorio rispetto a quello causale.
L'adozione di un modello partecipativo anziché di un altro, ha inciso sulle teorie che negavano o sostenevano la configurabilità del concorso esterno in associazione mafiosa. Quello del concorso esterno è argomento ove veramente l'elemento organizzativo può assurgere a ruolo di bussola per l'interprete.
Sovente, coloro che negavano l'ammissibilità del concorso esterno, hanno adottano un modello di partecipazione causale secondo cui è partecipe chiunque apporti un contributo rilevante al consolidamento o al rafforzamento del sodalizio mafioso. Una simile impostazione portava ad un dilatazione inverosimile dell'area della punibilità del partecipe, non lasciando alcuno spazio per la punibilità del concorrente esterno. La tesi della non distinguibilità delle condotte dell'intraneo da quelle dell'estraneo all'associazione era il cavallo di battaglia dei "negazionisti" del concorso eventuale.
In questo lavoro sono state affrontate le sentenze della Corte di Cassazione (Sez. Unite) che hanno delineato la configurabilità del concorso eventuale nell'associazione mafiosa. Inoltre, si è trattata anche la recentissima sentenza della Corte Edu sul caso Contrada che ha messo in "crisi" lo "stato dell'arte" raggiunto con la seconda sentenza Mannino 2005.
Ed infine, si è trattato un particolare "modello" di contiguità mafiosa: la contiguità imprenditoriale. La scelta è ricaduta su quest’ultima tipologia in quanto ricca di molteplici sfaccettature interpretative. Infatti, la decisione del giudice su tali casi quasi sempre oscillerà tra due estremi: l’uno, condannare un imprenditore colluso, l’altro assolvere una vittima della mafia.

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V Introduzione Il presente lavoro ha ad oggetto l’analisi del fenomeno criminologico mafioso, descritto dalle fonti storiche come presente nel sud Italia già nella seconda metà dell’Ottocento, ed incriminato con una norma ad hoc, l’art. 416-bis c.p., “solo” nel 1982. Per lungo tempo inquadrato “solo” come fenomeno comportamentale, associato all’indole dei popoli mediterranei e per tal motivo regionalizzato; a partire dalla seconda metà del Novecento si è assistito, invece, all’espandersi delle consorterie mafiose in territori (centro e nord Italia) che si ritenevano immuni da siffatto tipo di criminalità. Lo studio della criminalità mafiosa ha da sempre attratto, unito (e diviso), teorici e pratici del diritto, esperti delle scienze criminologiche, sociologiche, psicologiche, politiche ecc. Mentre, l’attenzione dell’opinione pubblica per il fenomeno mafioso, è stata caratterizzata dalla corrente alternanza di periodi contrassegnati da picchi di allarmismo, normalmente conseguenti a delitti eccellenti, o ad efferate stragi; e periodi contraddistinti dal quasi totale disinteresse, derivante generalmente dall’attraversamento di fasi di pax mafiosa. Con quest’ultima espressione, ci si vuol riferire a quei cicli storici in cui i sodalizi mafiosi sono in grado di mantenere un certo livello di stabilità ed equilibrio tra rapporti interni ed

Tesi di Laurea Magistrale

Facoltà: Giurisprudenza

Autore: Gerlando Mazza Contatta »

Composta da 221 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.