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La distruzione del Serapeo di Alessandria d'Egitto

La distruzione del Serapeo di Alessandria d'Egitto ha avuto nel mondo antico un’eco tanto vasta da risultare l’inizio della fine del Paganesimo nell’Impero, forse ancor più dell’editto di Milano. Eppure la distruzione di templi pagani a opera dei vescovi e dei loro seguaci era evento piuttosto frequente nel IV secolo avanzato, allora perché proprio la distruzione del Serapeo è divenuta esemplare ed emblematica di un processo di conversione, spesso violento e coattivo, che coinvolse tutto l’Impero? La risposta è apparsa chiara solo dopo aver studiato la realtà alessandrina e compreso il ruolo del Serapeo all’interno di questa.
Alessandria è una città assolutamente particolare, capitale di uno stato altrettanto particolare, con uno statuto unico fin dalla sua fondazione. Ancora nel IV secolo, la città vantava di legarsi strettamente al suo fondatore Alessandro e al suo protettore Serapide. Serapide era divinità fittizia, creata ad hoc dai Tolomei con un chiaro intento politico perché divenisse protettore della città che loro stessi avevano voluto come capitale in luogo di Menfi. I Romani, che riconobbero e onorarono da subito il dio poliade assieme al suo tempio di Rhacotis, a cavallo fra II e III secolo decisero di ampliare e monumentalizzare l’area sacra, ribadendone così la centralità nella vita alessandrina. Gli Imperatori furono affascinati dalla divinità e dal suo tempio: a partire da Vespasiano che ottenne dalla divinità precisi omina che prefiguravano il suo avvento al trono; passando per Caracalla che soggiornò nell’area sacra prima della strage di cittadini alessandrini e perciò venne punito con omina che annunciavano la fine del suo impero; fino ad arrivare a Diocleziano, di cui gli alessandrini decisero di omaggiare la clemenza nei confronti con una colonna che ancora oggi troneggia nell’area del Serapeo.
Con il riconoscimento del Cristianesimo come religio licita, il ruolo del Serapeo non venne meno anche se iniziò a ridursi il suo prestigio. Basti pensare che Costantino tolse il nilometro dal tempio per trasferirlo a una chiesa della città, e dunque, fino al regno di Giuliano che riportò le cose allo status quo, la processione annuale in favore della piena del Nilo non si concluse più al tempio; eppure, anche in quegli anni, gli alessandrini continuarono a considerare Serapide il garante del giusto ritmo del fiume.
È noto che fino al regno di Teodosio vi fu una lotta spietata fra gruppi cristiani, con diverse visioni trinitarie e cristologiche e ad Alessandria, 'culla' dell'arianesimo, lo scontro niceni-ariani ebbe toni particolarmente marcati ed influenzò la vita cittadina in maniera molto netta. Ma Serapide e il suo tempio rimasero spettatori dello scontro, mantenendo la loro centralità, fino ai fatti della ‘distruzione’. Quando i cristiani furono compatti ed ebbero dalla loro l’appoggio imperiale incondizionato, erano divenuti dei rivali più che temibili. Così parte della popolazione alessandrina si unì ai filosofi (generalmente lontani dalla religione tradizionale ma in questo caso uniti ai pagani dalla volontà che il Cristianesimo non ingerisse troppi spazi, privando così anche della libertà di filosofeggiare) e si ribellò al vescovo e all’Imperatore arroccandosi nel Serapeo.
I fatti del Serapeo segnarono un punto di non ritorno: quando la Chiesa si impadronì dell’area di Rhacotis, i pagani furono definitivamente sconfitti e il loro ruolo all’interno della vita civica drasticamente ridotto. La stessa vita civica alessandrina subì un cambiamento radicale: il vescovo infatti assunse un ruolo sempre più centrale e, se già dai tempi di Atanasio era stato guida delle coscienze e leader charismatico, con Teofilo e il suo successore Cirillo si avviò a divenire nuovo faraone. Così Alessandria e l’Egitto si distaccarono sempre più dal resto dell’Impero e in particolare da Costantinopoli.
Ai pagani non rimase che occupare gli spazi della cultura, ma solo per pochi anni. Nel 415, con l’omicidio di Ipazia, si completò il processo di cambiamento e Alessandria cessò definitivamente di essere città ellenistico-romana.

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3 Introduzione. Indagare sulla distruzione del Serapeo di Alessandria è stato tanto affascinante e appagante quanto complesso. Avvicinarsi a un evento altisonante e conosciuto, ma al tempo stesso poco analizzato e sviscerato, si è rivelato fonte di molte emozioni e anche difficoltà. La ricerca si è svolta su diversi piani: non bisognava ‘solo’ ricostruire i fatti che portarono alla distruzione del tempio maggiore della città di Alessandria, datarli con la maggiore precisione possibile e descriverne brevemente gli esiti, bisognava anche e soprattutto analizzarli e interpretarli storicamente. Così la prima domanda che ci si è posti è stata: perché la distruzione del Serapeo di Alessandria ha avuto un’eco tanto vasta da risultare l’inizio della fine del Paganesimo nell’Impero, forse ancor più che non l’editto di Milano? La distruzione di templi pagani a opera dei vescovi e dei loro seguaci era evento piuttosto frequente nel IV secolo avanzato, allora perché proprio la distruzione del Serapeo è divenuta esemplare ed emblematica di un processo di conversione, spesso violento e coattivo, che coinvolse tutto l’Impero? Evidentemente la risposta andava cercata all’interno della realtà alessandrina. Alessandria è una città assolutamente particolare, capitale di uno stato altrettanto particolare, con uno statuto unico fin dalla sua fondazione. Ancora nel IV secolo, la città vantava di legarsi strettamente al suo fondatore Alessandro e al suo protettore Serapide. Dunque si è dovuto considerare quando e come fosse nato il legame fra il dio e la città, di che tipo fosse e soprattutto in che modo poi si fosse manifestato ed evoluto. Si è scoperto così che Serapide era divinità fittizia, creata ad hoc dai Tolomei con un chiaro intento politico perché divenisse protettore della città che loro

Tesi di Laurea

Facoltà: Scienze Umanistiche

Autore: Barbara Capotondi Contatta »

Composta da 201 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.