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Dal soggetto all'idolo. Evoluzione del desiderio post-moderno

Il lavoro che segue nasce da alcune constatazioni pratiche.
La prima è legata all’ascolto del racconto di esperienze di altri.
Molti amici che lavorano quotidianamente a contatto con un alto numero di persone, si raccontano stanchi e in difficoltà. Dal punto di vista di chi fornisce un servizio, la clientela appare sempre più scontrosa e non disposta ad attendere, decisa a risolvere le proprie necessità e a riconoscere come diritto ogni tipologia di richiesta. Chi lavora in settori delicati come la sanità, racconta che molti colleghi, consapevoli della pressione che il desiderio assoluto di realizzazione delle aspettative di guarigione o di rinnovato benessere crea, guardano con un po’ di apprensione alle scelte che compiono, e cercano in buona fede di tutelarsi anche di fronte a una possibile successiva azione legale. La scelta giudicata in coscienza più corretta sembra lasciar spazio alla scelta giuridicamente e burocraticamente meno rischiosa e attaccabile.
La seconda constatazione fa riferimento ad un vissuto personale. Nella scuola, dove da anni lavoro, mi capita di osservare dinamiche simili a quelle ascoltate da chi lavora in ambito commerciale. Noi docenti, di fronte all’insuccesso scolastico, siamo portati a sintetizzare il fallimento attraverso due grandi categorie: la mancata volontà di impegno dello studente o la sua incapacità.
Una terza osservazione, forse troppo folcloristica, è legata al modo che abbiamo di guidare: l’utilizzo degli indicatori di direzione sta scomparendo e da una recente indagine il 57% di chi guida utilizza il cellulare mentre è al volante.
Mi sono chiesto se esista un filo comune che allacci le osservazioni appena esposte; la risposta più evidente è che tutte parlano dell’uomo.
La soggettività moderna sembra caratterizzarsi per una presenza apparentemente forte; il rapporto con l’alterità è mediato principalmente da forza di volontà e desiderio, intese come modalità attive di imposizione di sé. Nella conferma di sé quasi urticante che il soggetto mette in atto, sembra diventato difficile aprire a spazi relazionali in cui, grazie all’incontro con la radicale differenza che altri comanda, nasca una terza via, un terzo modo di abitare il mondo.
Da dove viene questa nuova struttura di soggettività? È coerente con il percorso simbolico che la tradizione ci ha lasciato? Può in qualche modo un’idea di soggettività così forte e autocentrata aprirsi a dinamiche idolatriche? La società dei consumi nella quale siamo immersi condiziona il nostro modo di essere persone?
Nella prima parte dell’elaborato proverò a tracciare un breve percorso attraverso il pensiero di quattro grandi autori del passato recente, per lasciare emergere alcune caratteristiche essenziali della soggettività alle porte degli anni del boom economico. Da questo breve excursus affiorerà una soggettività che si caratterizza per una non padronanza di sé e per una forte tensione costitutiva verso l’esterno (che sia altri o il mondo). Il desiderio di Lacan sarà la cifra interpretativa più chiara per dire del soggetto.
Nella seconda parte dell’elaborato si porranno in evidenza alcune caratteristiche della soggettività post-moderna in rapporto al rapido mutamento del contesto sociale ed economico degli ultimi anni: si andrà ad indagare se è avvenuto un ribaltamento radicale della soggettività (ricerca del sé da fuori di sé a in sé), in particolare analizzando il possibile fraintendimento del desiderio lacaniano. Nell’analisi della soggettività post-moderna saranno due i campi d’indagine più significativi per dire del soggetto: l’evoluzione del linguaggio e lo studio della categoria dell’amore intesa come generica interpretazione degli affetti.
Nella terza parte si ragionerà sulla nuova soggettività emersa e sul suo rapporto con la società dei consumi: possono alcune dinamiche di acquisto e vendita essere considerate pratiche idolatriche che arrivano a rafforzare l’idolatria originaria (quella del sé)? Quale nuovo rapporto si instaura tra l’antropologia e la società dei consumi?
Nella quarta ed ultima parte saranno accennati due luoghi di liberazione dalla pratica idolatrica: la fede, accoglienza di una logica smisurata d’amore, e il dono di sé, luogo affettivo ed ontologico di riconoscimento per la soggettività di un essere gettato originario. Quest’ultima parte vuole essere un semplice possibile punto di ripartenza per un ulteriore approfondimento.

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5 INTRODUZIONE Il lavoro che segue nasce da alcune constatazioni pratiche. La prima è legata all’ascolto del racconto di esperienze di altri. Molti amici che lavorano quotidianamente a contatto con un alto numero di persone, si raccontano stanchi e in difficoltà. Dal punto di vista di chi fornisce un servizio, la clientela appare sempre più scontrosa e non disposta ad attendere, decisa a risolvere le proprie necessità e a riconoscere come diritto ogni tipologia di richiesta. Chi lavora in settori delicati come la sanità, racconta che molti colleghi, consapevoli della pressione che il desiderio assoluto di realizzazione delle aspettative di guarigione o di rinnovato benessere crea, guardano con un po’ di apprensione alle scelte che compiono, e cercano in buona fede di tutelarsi anche di fronte a una possibile successiva azione legale. La scelta giudicata in coscienza più corretta sembra lasciar spazio alla scelta giuridicamente e burocraticamente meno rischiosa e attaccabile. La seconda constatazione fa riferimento ad un vissuto personale. Nella scuola, dove da anni lavoro, mi capita di osservare dinamiche simili a quelle ascoltate da chi lavora in ambito commerciale. Noi docenti, di fronte all’insuccesso scolastico, siamo portati a sintetizzare il fallimento attraverso due grandi categorie: la mancata volontà di impegno dello studente o la sua incapacità. Le stesse tipologie di valutazione, per non dire di giudizio, sono ribaltate dai genitori sui docenti, quando la classe appare svogliata o le cose non funzionano: i docenti non hanno voglia di risolvere i problemi, o non ne sono capaci. La terza racconta dello stato di salute di una realtà alla quale sono profondamente legato: l’oratorio. L’assenza degli adulti viene letta da chi frequenta come mancanza di volontà di impegno e di presenza, una sorta di assenza di entusiasmo di fronte alle giuste attese delle comunità cristiane e alle proposte di volta in volta formulate e ritenute con sicurezza efficaci al raggiungimento del loro fine ultimo: comunicare il mistero cristiano. Dall’esterno l’oratorio viene percepito come un mondo chiuso, strutturato in rituali statici e fuori dal tempo, caratterizzato da persone che, pur aderendo alla proposta religiosa, non vogliono realmente accogliere la diversità che l’altro e il mondo comportano. Una quarta osservazione, forse troppo folcloristica, è legata al modo che abbiamo di guidare: l’utilizzo degli indicatori di direzione sta scomparendo e da una recente indagine il 57% di chi guida utilizza il cellulare mentre è al volante. Mi sono chiesto se esista un filo comune che allacci le osservazioni appena esposte; la risposta più evidente è che tutte parlano dell’uomo. La soggettività moderna sembra caratterizzarsi per una presenza apparentemente forte; il rapporto con l’alterità è mediato principalmente da forza di volontà e desiderio, intese come modalità attive di imposizione di sé. Nella conferma di sé quasi urticante che il soggetto mette in atto, sembra diventato difficile aprire a spazi relazionali in cui, grazie all’incontro con la radicale differenza che altri comanda, nasca una terza via, un terzo modo di abitare il mondo. Da dove viene questa nuova struttura di soggettività? È coerente con il percorso simbolico che la tradizione ci ha lasciato? Può in qualche modo un’idea di

Laurea liv.II (specialistica)

Facoltà: Teologia

Autore: Valerio Curzio Fasani Contatta »

Composta da 113 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.