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''By Any Means Necessary'': La narrazione della Blackness in Spike Lee

Informazioni tesi

  Autore: Daniele Colucci
  Tipo: Diploma di Laurea
  Anno: 2017-18
  Università: Accademia di Belle Arti
  Facoltà: Teoria e tecnica della comunicazione visiva multimediale
  Corso: Teoria e tecnica della comunicazione visiva multimediale
  Relatore: Massimo Puliani
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 77

Spike Lee non nasce schiavo. Non nasce in un tempo o in uno spazio apertamente razzisti. Non nasce da una famiglia povera. Spike Lee vive praticamente sin dalla nascita in un quartiere borghese di New York (Fort Greene). Suo padre è un musicista. I suoi vicini di casa sono per la maggior parte bianchi. Frequenta un college di liberal arts (Morehouse College, ad Atlanta, GA). Questo ambiente ovattato dovrebbe escluderlo dalla narrazione della blackness istituzionale, fatta di infanzie difficili in quartieri pericolosi, con un welfare assente. Eppure, essere neri non è per Spike originariamente una situazione socioeconomica. Si è neri sempre, che lo si voglia o no. Ed essere neri in America – in qualsiasi epoca – significa dover lottare. Non a caso, Fight the power è il singolo che fa da colonna sonora a Do the right thing. Tra l’altro, con il rap ormai in rotazione in tutte le radio commerciali (siamo nella seconda metà degli anni ’80), sembrerebbe addirittura che blackness faccia rima con coolness (essere fighi). Quello che «forma una sorta di grande canale di una comunicazione… culturalmente specifica tra i neri» (Winn, 2001, p. 457) è forse la prima forma di espressione popolare nera che entra di prepotenza nella psiche dei giovani bianchi. Tutti vogliono essere gangsta (il termine più in voga è OG, original gangsta). A questo proposito, dice Lee: «non c’è nulla di sbagliato con i bianchi che tentano di apprezzare la cultura nera. Il problema nasce quando non ti rendi conto della distinzione tra apprezzamento ed appropriazione di una cultura. Questa è la differenza… È come una fantasia: “Voglio essere un gangsta, yo, yo, yo!” o “voglio portare i pantaloni sotto il culo!” Ma è troppo facile, perché loro non saranno fermati dai poliziotti. Vogliono un lato della realtà, ma non l’altro» (Hamlet & Coleman, 2009, p. XXI). È anche un periodo di nuova gentrificazione: interi quartieri vengono resi appetibili con grandi spese pubbliche, affinché fette di popolazione più affluenti possano scegliere di risiedervi, migliorando così il tasso di vita generale dell’intera comunità. Ma, così facendo, si spinge ad un trasferimento forzato chi non può più permettersi un costo della vita che sale vertiginosamente. Ancora una volta, la questione razziale si manifesta sotto mentite spoglie. In questo caso, economiche. Se quartieri come SoHo o Williamsburgh si riabilitano in oasi hipster, altri si trasformano in veri e propri campi di battaglia. In altre parole, il setting di Do the right thing. In tutto questo, Hollywood ancora sembra rimasta fissata a vecchi stereotipi a fronte della nuova stratificazione sociale che si sta creando.

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4 INTRODUZIONE «Svegliatevi! Svegliatevi! Per favore, svegliatevi!» (Lee S. , School Daze, 1988) Quando ci troviamo davanti ad uno schermo a guardare un film, non ci chiediamo di quale etnia sia il regista che l’ha realizzato. Eppure, ogni pellicola – qualsiasi sia il suo valore tecnico o sociale – porta inevitabilmente con sé la storia personale di chi l’ha concepita, di chi l’ha diretta. Di chi ha fatto sì che esistesse come prodotto finito perché un’audience potesse fruirne. Nel caso in cui questo regista provenga da una classe subalterna a quella bianca colonizzatrice e predona della storia (almeno di quella occidentale), egli porta necessariamente con sé – che ne sia cosciente o no – tutte le idiosincrasie e le vicissitudini della sua gente. E, nel caso viva in prima persona queste pulsioni centrifughe – con l’adeguato supporto tecnico – egli può sentirsi legittimato, quasi costretto, a dar loro vita in forma filmica. È questo il caso di Spike Lee, il personaggio centrale della tesi che svolgerò nelle pagine successive. Lee è per certi versi il caso paradigmatico della blackness 1 , di cui porta con sé il peso dell’ampio spettro delle sue sfaccettature. Tanto indipendente quanto corporate 2 , tanto ecumenico quanto elitario, tanto ribelle quanto cauto, tanto rap quanto soul, tanto Malcolm X quanto Martin Luther King, egli ha creato un impero di segni – ed economico – per via del quale è sia riverito che odiato dalla stessa gente le cui vicende dipinge 3 – con cadenza praticamente annuale – con orgoglio nelle sale cinematografiche. Come egli stesso dichiara: «le etichette sono limitanti. Punto» (Manufacturing Intellect, 2016). Erede delle lotte – e delle vittorie in campo civile – dei grandi personaggi neri che lo hanno preceduto (da James Baldwin a Muhammad Alì), figlio di una famiglia di estrazione borghese, Lee (nato nel 1957) sa bene di potersi proporre come esponente di una nuova generazione di afroamericani 4 . Un popolo di giovani affrancati dalla povertà assoluta e dall’emarginazione sistemica – e politica – che hanno vissuto la propria infanzia nella temperie contro-culturale di fine anni ’60. Ma, al contempo, un popolo che vive quotidianamente un razzismo psicologico più subdolo e radicato, dal quale non si può più sfuggire per legge, ma solo culturalmente. Come scrive William A. Harris in Fight the power. The Spike Lee reader, «ora che la società 1 Da ora in poi si farà riferimento alla blackness per indicare il percorso identitario e narrativo della comunità afroamericana. Si sarebbero potuti utilizzare altri termini (negritudine (Fanon, 1972), popolo nero), ma si è ritenuto che la lingua originale potesse conferire un’accezione più specifica a ciò che si vuole qui intendere. 2 Vicino cioè alle grandi aziende capitalistiche. 3 «Spike Lee non solo è uno dei più bravi registi in America, ma anche uno dei più importanti, perché focalizza il soggetto centrale della razza. Non usa clichés politici o sentimentali, ma mostra come vivono i suoi personaggi e perché». (Winn, 2001, p. 456) 4 «Lee ha rappresentato un punto di riferimento per i registi neri. Senza di Lee, questi non avrebbero la libertà di sperimentazione e la materia testuale di cui ora giovano» (Hamlet & Coleman, 2009, p. XII).

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