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Il dilemma dell'esperanto. Tra vocazione ausiliaria e naturalizzazione

L'opera si compone di sette capitoli raggruppati in tre parti, dai titoli: (1) L'esperanto comunicato; (2) L'esperanto comunicante; (3) L'esperanto comunicabile.

1. Il primo capitolo analizza l'area semantica della parola in un corpus di articoli di quotidiani basati principalmente sul database de il Sole 24Ore. In tali articoli la parola "esperanto" compare almeno una volta. Nel secondo capitolo si dà conto della metafora orwelliana del Newspeak e delle opinioni sul tema esperanto di due firme di fama, Indro Montanelli e Beppe Severgnini. L'analisi dei giornali viene poi comparata con le voci "esperanto" delle più importanti enciclopedie in lingua inglese e italiana. Un'analisi approfondita è stata dedicata alle definizioni di "artificial language", "lingua naturale" e altre tassonomie non infrequenti, come "lingua pianificata" (che comprende, tra le altre, anche il recente europanto). La prima parte si conclude con una definizione enciclopedica nuova di "lingua inventata" basata sull'opera non abbastanza conosciuta del noto orientalista Alessandro Bausani (1974).

2. Il terzo capitolo focalizza il campo d'indagine sulle lingue inventate che hanno oggi una collettività di sostenitori: l'esperanto, l'ido, l'interlingua e il giovane klingon, lingua ludica basata sull'universo fittizio di Star Trek. La struttura linguistica dell'esperanto in particolare, viene presentata passo dopo passo dal punto di vista fonologico, morfologico, sintattico, semantico e pragmatico. La specificità strutturale che ha permesso all'esperanto di superare i suoi due concorrenti più importanti è l'alto grado di libertà nella composizione dei morfemi - i.e. la produttività - specificità fatta emergere inconsciamente dai suoi parlanti. Comunque, le cause della preminenza dell'esperanto scaturiscono non da caratteristiche linguistiche bensì dalla sua storia e cultura. Il lungo quarto capitolo, dedicato alla storia del movimento, riassume e aggiorna la ricerca sociologica fondamentale di Forster (1982).

3. Il quinto capitolo spiega le origini dell'esperanto, che sono strettamente legate all'ebraicità del suo glottoteta, Zamenhof, e al primo movimento sionista russo. È inoltre degna di interesse la relazione tra l'esperantismo e due religioni importanti, il cattolicesimo e il bahaismo, una religione moderna postislamica. Il sesto capitolo analizza le ultime tendenze della collettività esperantica, in particolare la subcultura giovanile e il suo linguaggio, che presenta tendenze gergali. Questa parte è antropologica nel metodo, poichè sul tema non esiste bibliografia, e l'esperanto parlato non è quasi mai stato studiato prima. Il settimo e ultimo capitolo analizza le possibilità che l'esperanto diventi lingua federale dell'Unione Europea e presenta il dilemma dell'esperanto. Da un punto di vista sociolinguistico l'esperanto non è dissimile al neoebraico (ivrit) prima della fondazione dello Stato d'Israele: oggi viene parlato da un migliaio di famiglie, ma non ha uno Sprachraum (spazio linguistico). Perciò è da considerare lingua quasi del tutto naturalizzata. Ma cosa accadrebbe se l'Unione Europea diventasse il suo Sprachraum? L'esperanto diventerebbe Dachsprache (lingua-tetto, Kloss 1968) delle lingue europee, come è ora nello slang dei giovani esperantofoni italiani, quando parlano in italiano in contesto nazionale (l'inglese svolge questo ruolo nei giovani italiani). Il movimento esperantista diventerebbe altro in maniera drastica, poiché l'identità esperantica (basata sul detto «tutti gli esperantisti sono uguali») non risponderebbe più al vero: gli europei diverrebbero «più uguali degli altri». Per raggiungere la sua vocazione ausiliaria l'esperanto deve completare il suo processo di naturalizzazione - i.e. acquisire uno Sprachraum - ma facendo ciò è costretto a perdere una parte della proprio identità. Questo è il dilemma dell'esperanto, e forse la lingua non è in grado di risolvere il paradosso.

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1 Introduzione Che cos’è l’esperanto? È una lingua? Se sì, di che tipo? Da dove viene? Esiste ancora? Quali sono le sue prospettive? Sono queste le domande che mi sono posto quando ho creduto, a torto, di imbattermi per la prima volta nell’esperanto, e alle quali intendo dare qui una risposta. La prima volta che udii di esperanto fu nel 1985. Galeotto fu il libro Terra! di Stefano Benni, che contiene frasi di questo tipo: «“Sure svartman,” rispose il vecchio, “chilla strasse allà muchoka snack slapasgud”». Quando chiesi di che lingua si trattasse a parenti e amici, mi dissero che si trattava di «una sorta d’esperanto». Molti anni dopo avrei potuto replicare che non si trattava di una frase in esperanto, eppure, da un certo punto di vista, la risposta che mi era stata data non era del tutto errata. Dell’esperanto, infatti, esiste un significato di luogo comune. Il primo capitolo intende analizzare questo di luogo comune dell’esperanto, mentre per contrasto il secondo si prefigge di collocare l’esperanto nell’ambito del fenomeno generale dell’invenzione linguistica. Alla fine della prima parte, intitolata l’esperanto comunicato, dovrebbe risultare chiaro che esiste una notevole distanza tra il luogo comune dell’esperanto e la realtà del fenomeno sociale esperantistico. È importante chiarire subito il coinvolgimento personale di chi scrive, per risolvere la questione dell’obbiettività. Ho iniziato a occuparmi di lingue inventate letterarie da quando ho letto per la prima volta Lo hobbit, il capolavoro di narrativa fantastica di J.R.R. Tolkien. Correva l’anno 1985. Rimasi affascinato dalle lingue di quel mondo fantastico, l’elfico, l’hobbit, il nanesco, tanto da iniziare a scrivere una grammatica di orchesco nonché un formulario di magia elfica, basandomi sugli esempi dei romanzi (stavo facendo un’analisi fonologica

Tesi di Laurea

Facoltà: Lettere e Filosofia

Autore: Federico Gobbo Contatta »

Composta da 358 pagine.

 

Questa tesi ha raggiunto 9218 click dal 20/03/2004.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.