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Giulio Camillo Delminio e il dibattito sull'imitazione nel primo Cinquecento

Lo scopo di questa ricerca è quello di affrontare il problema dell’imitazione nel Cinquecento – dibattito che ha avuto una tal eco da segnare tutta la società rinascimentale – con particolare attenzione al pensiero di Giulio Camillo Delminio.
Per raggiungere ciò, si è cercato, in primo luogo, di delineare il particolare modo di sentire e vedere il mondo da parte dell’autore, cogliendo soprattutto le cause della sua ideologia (che sono poi quelle di gran parte della civiltà rinascimentale): le esperienze di vita vissuta, che si riflettono nei suoi scritti.
Nel primo capitolo (Profilo culturale) sono state ripercorse le tappe fondamentali della vita di Delminio, dalla formazione presso scuole ebraiche che lo hanno avviato agli studi cabalistici, alle sue peregrinazioni in Italia come insegnante, dal soggiorno presso la corte di Francia in cerca di un mecenate nella figura di Francesco I, al rientro nel nostro paese sotto l’ala protettiva del Marchese del Vasto.
Circa le notizie biografiche si è rivelato fondamentale quanto è stato scritto sull’autore da alcune delle maggiori personalità dell’Umanesimo cinquecentesco. Dopo, per diversi secoli, la sua fama si è eclissata e lo scrittore è stato riscoperto solo nel secolo scorso, sia come cabalista sia come teorico della retorica e dell’imitazione.
Nonostante questo recupero, molto ancora c’è da ricercare, se si tiene conto che la maggior parte delle notizie circa la sua origine, gli studi, la formazione ed i rapporti interpersonali risalgono a testi del XVII o al massimo XVIII secolo. Colpisce soprattutto, nella lettura di questi testi, vedere come siano discordanti e addirittura contraddittorie le opinioni sulla personalità di Delminio, il che lascia intendere che personaggio straordinario ed emblematico sia stato, odiato e amato allo stesso tempo.
Per quanto concerne la sua produzione, sempre nel primo capitolo, sono state analizzate, per sommi capi, le opere più importanti dello scrittore (fatta eccezione del trattato sull’imitazione di cui si parla nel capitolo successivo) e naturalmente si è attinto alla fonte originaria innanzi tutto e poi a diversi contributi.
Il secondo capitolo (Il concetto di imitazione: Erasmo da Rotterdam e Delminio) costituisce il «cuore» della tesi. Prima d’iniziare un discorso sulle posizioni dei suddetti intellettuali – cui è dedicato un paragrafo ciascuno incentrati sull’analisi dei rispettivi scritti sull’imitazione – bisogna indagare le ragioni che alimentavano il dibattito nel Cinquecento su tale argomento; dibattito ancora oggi aperto, campo non limitato di studi ma al contrario suscettibile d’ogni critica e cambiamento: ecco il tema del primo paragrafo.
Dopo un attento esame appare fuor di dubbio che la ricerca di modelli abbia avuto un’importanza sempre maggiore già a partire dal Quattrocento, una ricerca estesa tanto al campo politico quanto a quello sociale, letterario ed artistico e che recuperava i principali exempla nel mondo degli antichi.
Con Erasmo e Delminio siamo circa negli anni ’30, ma l’indagine della tesi si estende a tutta la prima metà del secolo, perciò, nel terzo capitolo (Il dibattito nel primo Cinquecento) sono state analizzate le singole posizioni degli intellettuali che hanno dato il proprio contributo più o meno contemporaneamente a Camillo, seguendo sempre lo stesso metodo d’indagine: da Giovan Francesco Pico della Mirandola a Pietro Bembo (1512-13), da Raffaello Sanzio a Baldassarre Castiglione (1514-1528), a Giorgio Vasari (1550).
L’ultimo paragrafo è dedicato ad un dipinto di Tiziano Vecellio, l’Allegoria della prudenza, in quanto è ritenuto emblema del concetto d’imitazione del Classicismo come saggio recupero del passato con cui stabilire continuità.
Naturalmente non mancano una bibliografia dettagliata dei testi analizzati ed un indice chiarificatore dei vari settori d’indagine.
Ora, alla luce di quanto ricercato, a quale conclusione si può giungere?
Dal punto di vista artistico e particolarmente letterario la nozione di Rinascimento rimanda a quella di Classicismo fino a identificarvisi. E classicismo significa, appunto, richiamo all'antichità classica – come Rinascimento significa rinascita dell’antichità – agli autori greci e latini della maturità delle rispettive storie. Significa in primo luogo ''imitazione'' e regole dell'imitazione; l'Umanesimo si era occupato del problema (si deve imitare la natura o l'arte?), ma l'aveva lasciato in sospeso. La seria e più approfondita riflessione estetica cinquecentesca opta inequivocabilmente per il secondo termine: si devono imitare i buoni autori (cosa ancor più necessaria nel momento in cui nasce la letteratura in volgare).

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I INTRODUZIONE Lo scopo di questa ricerca è quello di affrontare il problema dell’imitazione nel Cinquecento – dibattito che ha avuto una tal eco da segnare tutta la società rinascimentale – con particolare attenzione al pensiero di Giulio Camillo Delminio. Per raggiungere ciò, si è cercato, in primo luogo, di delineare il particolare modo di sentire e vedere il mondo da parte dell’autore, cogliendo soprattutto le cause della sua ideologia (che sono poi quelle di gran parte della civiltà rinascimentale): le esperienze di vita vissuta, che si riflettono nei suoi scritti. Nel primo capitolo (Profilo culturale) sono state ripercorse le tappe fondamentali della vita di Delminio, dalla formazione presso scuole ebraiche che lo hanno avviato agli studi cabalistici, alle sue peregrinazioni in Italia come insegnante, dal soggiorno presso la corte di Francia in cerca di un mecenate nella figura di

Tesi di Laurea

Facoltà: Lettere e Filosofia

Autore: Ilaria Guardasole Contatta »

Composta da 150 pagine.

 

Questa tesi ha raggiunto 3211 click dal 20/03/2004.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.