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Il mondo arabo nel pensiero e nell'azione di Lawrence d'Arabia

In questo studio appare rilevante la figura dell’uomo che condusse la rivolta araba: Lawrence d’Arabia. Fin dalla giovinezza egli fu attratto da un’inesorabile spinta verso l’Oriente, visto in un sogno; un Oriente che, attraverso i suoi studi e le sue passioni predominanti, riuscì a raggiungere già a ventun’anni. Sin dai suoi primi viaggi in Siria egli amò quel mondo. Si spinse cosi in un’avventura che avrebbe segnato per sempre la sua vita e che lo avrebbe consegnato alla storia: la rivolta araba contro l’Impero ottomano. Nel contesto storico della prima guerra mondiale la rivolta si sviluppa grazie alla capacità diplomatica e alle strategie militari del col. Lawrence. All’indomani della rivolta a difesa della libertà di quel popolo che aveva cominciato ad amare scrisse i Sette Pilastri della Saggezza, il diario di guerra che muove dal 1916, anno in cui Lawrece venne inviato dal governo britannico in missione nell’Higiaz, e arriva al 1918, anno dell’entrata a Damasco. Attraverso l’analisi del suo percorso spirituale ricaviamo spunti cognitivi per viaggiatori di ogni tempo; spunti di vita quotidiana di un inglese che visse come “un arabo tra gli Arabi in Arabia”.

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II PREMESSA Nell’estate del 1914 lo scoppio della prima guerra mondiale portava in collisione nel Vicino Oriente i già contrapposti interessi ottomani e inglesi. Un settore, quello del Vicino Oriente, solo in apparenza di secondo piano rispetto al fronte europeo: le cose in realtà non stavano così e il governo di Londra lo sapeva bene. L’Impero Ottomano, infatti, controllava ancora lo stretto del Bosforo affacciandosi inoltre pericolosamente sul Mar Rosso, ponendo la concreta candidatura al controllo di Suez e bloccando l’accesso al Mar Nero. La strategica importanza degli stretti si rivelò anche ai più scettici già nel 1915, con il fallito colpo di mano anglo-francese su Gallipoli, mentre sul fronte egiziano i Turchi scagliavano un attacco in grande stile su Suez. Come cent’anni prima Napoleone, così ora i Turchi intendevano interrompere il traffico marittimo, anche in previsione dell’entrata in guerra dell’Italia, incerta ma ormai più francofila che amica delle potenze centrali. Fallito l’attacco ottomano grazie alla superiorità navale britannica, la guerra entrava in una fase di stallo oltremodo disastrosa per l’Inghilterra, costretta a disperdere le proprie forze su di un immenso arco, dalle Fiandre alla Mesopotamia. L’Impero Ottomano, grande malato attorno al cui capezzale da oltre cent’anni si accapigliavano le potenze europee, appare, all’inizio del XX secolo, una potenza in parziale ripresa e dal 1908 il paese è oggetto di una radicale politica di riforme istituzionali mirate alla rapida modernizzazione amministrativa e tecnologica del vecchio impero: perdute nel 1878 Bosnia e Bulgaria, nel 1908 Albania, Macedonia e Tracia occidentale e nel 1911 la Libia, la Turchia, praticamente estromessa dalla regione balcanica e dal Maghreb, cercava ora di rafforzare il proprio controllo nel Vicino Oriente, ultima grande regione, oltre all’Anatolia, restata sotto il controllo di Istanbul. La politica inaugurata nel 1908 produsse, se non altro, un miglioramento dell’efficienza e della dotazione bellica dell’esercito imperiale. Per conseguire il proprio obiettivo Istanbul fu spinta inesorabilmente verso la sfera dell’influenza germanica: Guglielmo II veniva così ad insidiare il controllo del petrolio mesopotamico, già nelle mire britanniche, e la Turchia come controparte otteneva l’invio di ufficiali e tecnici militari tedeschi nonché prezioso materiale bellico. L’allineamento turco al fianco delle potenze centrali non era certo casuale: il controllo di Suez e del Golfo Persico ponevano Istanbul e Londra in una posizione di contrasto insanabile e l’avvicinamento del sultano ottomano Muhammad Rashad a Berlino ne era l’inevitabile esito. Tuttavia la posizione turca nel Vicino Oriente nascondeva già sotto una parvenza di forza i germi della disgregazione: il Crescente Fertile era in effetti un magmatico coacervo di popoli, razze e religioni sempre più in fermento mentre nella penisola arabica il malcontento delle tribù beduine e l’insofferenza verso il dominio ottomano crescevano sempre di più. A differenza del Vicino Oriente la penisola araba era però etnicamente omogenea e proprio nell’Higiaz, culla

Laurea liv.I

Facoltà: Economia

Autore: Alessandro Cesa Contatta »

Composta da 46 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.