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La delimitazione della fattispecie impresa agricola

Il concetto d’impresa agricola si è ampiamente evoluto nel corso di questi sessant’anni. Da quando si identificava il proprium dell’impresa agricola nella realtà fondiaria, molta ne è passata di acqua sotto i ponti!
L’elaborazione dalla più moderna dottrina agrarista è stata recepita ormai, anche se soltanto di recente, a livello legislativo, ispirando la modifica (operata dal d.lg. 228/01) dell’art.2135 c.c. E così, oggi, quando ci si riferisce all’impresa agricola si ha di fronte una fattispecie tutta nuova, caratterizzata sì, e ancora, da una o più attività principali di produzione, ma il cui carattere agricolo dipende non più dal collegamento con il fondo (“criterio fondiario”), bensì dall’esistenza di cicli biologici vegetali e animali (criterio del “processo biologico”).
Il progresso tecnologico ha, cioè, inevitabilmente trasformato il modo di utilizzare e di concepire il bene “terra” (oggi sinonimo di “humus”), per cui, se ai tempi dell’emanazione del c.c. del ’42 la coltivazione (e, così, l’allevamento) in campo aperto rappresentava la regola, ai nostri giorni, avendo il criterio fondiario perso di significato, razionali sono le coltivazioni in serre e vivai e gli allevamenti in batteria o di specie ittiche in vasche.La sostituzione del più ampio criterio del ciclo biologico a quello fondiario non è, però, l’unico elemento di novità del nuovo disposto dell’art. 2135 c.c.
E lo ha fatto sicuramente anche quando, sempre in sede di modifica dell’art. 2135, dopo aver abbandonato la vecchia separazione convenzionale tra attività connesse tipiche e atipiche, ha provveduto a ridisegnare, ampliandola, la categoria di queste attività definite agricole solo per relationem (dato il loro carattere intrinsecamente commerciale).
Data, infatti, la crescente pratica di attività come le prestazioni di beni o servizi in maniera collaterale ad attività agricole (cioè non esercitate autonomamente, ma mediante l’utilizzazione di “attrezzature o risorse dell’azienda”), non sarebbe stato logico continuare a qualificarle implicitamente come commerciali, o comunque, a porsi dei dubbi sulla loro natura, dato il carattere non chiaro e soprattutto non aperto della pregressa lettera dell’art. 2135.E sempre con riguardo alla connessione il legislatore ha rimeditato sul concetto di connessione soggettiva, intendendo l’unisoggettività non più nel senso di “titolarità”, implicante l’esercizio da parte dello stesso soggetto dell’attività principale e dell’attività accessoria, ma nel senso di “riferibilità” all’imprenditore agricolo dell’attività accessoria, anche, e soltanto, se svolta da una cooperativa o da un consorzio, in virtù dello scopo mutualistico da loro perseguito.Nonostante questa (giustificata) limitazione, come non vedere nella rimeditazione sul concetto di unisoggettività un altro chiaro segnale del cambiamento dei tempi? Certo, le novità legislative non sono mancate: si pensi alla legge 580/93, che ha istituito sezioni speciali del registro delle imprese, in cui iscrivere, fra gli altri, gli imprenditori agricoli. E questa è solo una delle testimonianze della disarmonia del nostro sistema. L’impresa agricola è troppo cambiata perché si possano ancora legittimare disposizioni come l’art. 2557, co.5, che lascia incomprensibilmente senza tutela gli acquirenti di aziende agricole di sola coltivazione o allevamento, statuendo il divieto di concorrenza per i soli imprenditori alienanti aziende agricole ordinate all’esercizio di attività connesse. E che dire dell’esonero dalle procedure concorsuali o dall’obbligo di tenuta delle scritture contabili?
Oggi si pongono esigenze che, al tempo della compilazione del c.c., il legislatore non poteva prevedere, ma che non per questo bisogna continuare a trascurare. E, allo stesso modo, non si possono lasciare ancora per molto irrisolti quei problemi di finanziamento e funzionamento, che avvicinano l’impresa agricola a quella commerciale.
Non può sfuggire, infatti, che due esperienze, inizialmente così diverse, come quella agricola e quella commerciale, col tempo si siano via via integrate, e la prima abbia iniziato ad utilizzare quegli strumenti che, seppur previsti da disposizioni appartenenti allo statuto generale d’impresa, sembravano essere connaturali alla sola impresa commerciale. Purtroppo, però, non si riesce ancora a superare quella tendenza a considerare gli aspetti più “commercialistici” dell’operare dell’agricoltore come delle deroghe allo statuto dell’imprenditore commerciale, piuttosto che come caratteristiche dello statuto dell’imprenditore agricolo.

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1 CAPITOLO I LE ATTIVITA’ AGRICOLE ESSENZIALI 1.1 L’evoluzione interpretativa dell’art. 2135: il fattore “terra” L’art. 2135c.c. costituisce il punto di partenza obbligato per definire i contorni della fattispecie “impresa agricola”. Già nel 1953, il Cassandro 1 definì l’attività agricola “come quella forma di attività produttiva rivolta all’utilizzazione delle capacità vegetative del suolo” e, dunque, comprensiva della coltivazione della terra e dell’allevamento del bestiame, che alla coltivazione della terra è strettamente collegato, sia per il lavoro ed il concime che fornisce, sia per l’alimentazione che si trae da alcune colture. Era proprio questa l’impostazione classica, che qualificava un’impresa come agricola solo qualora la sua attività si fosse risolta nell’ “utilizzazione del suolo”. 1 Cassandro (1953, p.1). L’Autore è qui citato in rappresentanza di tutti gli aziendalisti che, più o meno nel medesimo periodo, si sono occupati del problema; essi, in ogni caso, giungono ad elaborare definizioni che, seppur differenti, non si discostano in modo notevole da quella riportata. Si veda, ad es., Giannessi (1960, p.195).

Tesi di Laurea

Facoltà: Giurisprudenza

Autore: Francesca Russo Contatta »

Composta da 243 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.