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L'evoluzione del debito pubblico italiano dalla fine della prima guerra mondiale al consolidamento del 1926 ed i suoi effetti macroeconomici e redistributivi

Informazioni tesi

  Autore: Pier Paolo Nannoni
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 1997-98
  Università: Università degli Studi di Siena
  Facoltà: Scienze economiche e bancarie di Siena
  Corso: Scienze Economiche e Bancarie
  Relatore: Luigi Luini
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 212

La tesi si basa su un'ipotesi di distribuzione dei titoli del debito pubblico dell'epoca che vede quelli a lungo termine di proprietà, in una percentuale consistente, oltre che degli istituti creditizi, anche dei ceti medi e medio-alti che impiegavano così i propri risparmi, mentre i titoli del debito fluttuante (in particolare i BOT) venivano utilizzati principalmente dalle imprese che se ne servivano, visto il loro grado di liquidità, come di un surrogato della carta moneta. Il lavoro prende avvio dalla constatazione che durante la guerra, a causa delle ingenti risorse finanziarie da essa imposte, lo stato italiano, soprattutto dal 1916, si vide costretto ad emettere titoli del debito pubblico fluttuante (a breve termine) in quantità sempre crescente poiché le entrate derivanti dalla tassazione e, soprattutto, dalle emissioni dei Prestiti Nazionali (debito a lungo termine) non bastavano alle necessità della macchina da guerra costruita. Al termine del conflitto, il progetto di ritirare gradualmente dalla circolazione i BOT circolanti e sostituirli con debiti a lungo termine non poté essere realizzato a causa dei ritardi con cui si procedette alla dismissione dell'economia di guerra e, soprattutto, dalle necessità di cassa delle finanze pubbliche che spinse i policy makers a continuare sulla strada dell'emissione di titoli a breve termine. Il Consolidamento realizzato dal regime fascista nel 1926 ebbe come effetto quello di impoverire il sistema di finanziamento delle imprese, che durante il periodo postbellico avevano potuto finanziarsi a buon mercato in un periodo di prezzi crescenti e che videro i propri crediti a breve nei confronti dello Stato trasformarsi in crediti a lungo termine, mentre la politica deflazionistica di Mussolini di cui il consolidamento dei BOT era parte integrante, in virtù del processo deflattivo che da allora si innescò consentì ai titolari della Rendita di Stato di recuperare parte del valore reale dei loro crediti che avevano subito, durante l'inflazione postbellica, una notevole decurtazione.

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1 INTRODUZIONE Quando il Re Vittorio Emanuele III ed il Presidente del Consiglio A. Salandra annunciarono, il 24 maggio del 1915, l’entrata in guerra dell’Italia, nessuno si rendeva conto dei costi che un Paese ancora prevalentemente agricolo come l’Italia avrebbe dovuto pagare per sostenere un impegno così gravoso. Le previsioni di un conflitto simile, per durata ed impiego di uomini e mezzi, a quelli precedenti si dimostrarono, alla prova dei fatti, errate, e la sua prosecuzione nel tempo rese necessaria una riallocazione produttiva e distributiva dell’intero sistema economico di dimensioni tali quali l’Italia (e gli altri paesi belligeranti) non avevano mai conosciuto, e che fu caratterizzata dall’affermazione dello Stato quale principale motore e regolatore dell’intera attività economica. L’approntamento degli strumenti finanziari atti a rifornire l’operatore pubblico delle risorse indispensabili ad ottemperare ai nuovi compiti costituì il momento più qualificante dell’azione di politica economica perseguita dai vari governi durante il conflitto, che si estrinsecò principalmente nel ricorso all’indebitamento ed all’emissione di cartamoneta. La quantità e la natura delle nuove funzioni che lo Stato si era assunto durante la guerra determinarono, infatti, una crescita (sia in termini assoluti che in rapporto alle dimensioni delle economie del tempo) della spesa e dei consumi pubblici del tutto incompatibile coi tradizionali princìpi di politica finanziaria allora in auge ispirati alla (e riassumibili nella) massima del “pareggio di bilancio”, e per il cui finanziamento lo strumento fiscale svolse, in Italia, un ruolo assolutamente secondario e complementare sia per l’avversione mostrata da larga parte dell’opinione pubblica nei confronti di ogni ipotesi di aumento della pressione tributaria, sia per l’insufficienza

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giovanni giolitti
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