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Istituti clemenziali in diritto penale: profili di legittimità costituzionale e di politica criminale

Anche se il concetto di clemenza collettiva sembra riecheggiare, almeno semanticamente, un'accezione vagamente umanitaria del diritto penale, bisogna sottoporre questa immagine edulcorata ad alcune precisazioni corrosive.
Molto spesso, infatti, la deroga al regime sanzionatorio si accompagna al mantenimento del medesimo, sul presupposto che esso sia valido e degno di essere conservato, con ciò, conducendo, inevitabilmente, al disvelamento della sua natura intrinsecamente repressiva e meramente opportunistica.
Ad un'attenta analisi, invero, l’evoluzione storica degli istituti di clemenza mostra chiaramente che nello spettro policromatico che filtra dalla potestà di clemenza, si è evidenziata – fino a divenirne il tratto distintivo – la sua accezione di strumento politico: si è imposto, in altre parole, un contrassegno che ne esalta la poliedricità degli usi e ne moltiplica le direzioni applicative.
In tale prospettiva, la schizofrenia politico-criminale che ha scandito la "politica delle amnistie" durante l'esperienza dello Stato unitario, sembra aver ridotto il fenomeno indulgenziale "à une sorte de impressionnisme juridique":
Il rischio, inevitabilmente connesso all’inesistenza di limiti di natura sostanziale, è rappresentato dalla difficoltà di selezionare, fra le innumerevoli e divergenti esigenze da cui può scaturire un provvedimento di clemenza, quelle suscettibili di armonizzare con i principi informatori dell’ordinamento costituzionale.
Questa degenerazione potestativa del fenomeno clemenziale, in effetti, costituisce la fisiologica conseguenza dell'adozione di un modello teleologicamente deformato, di un modello, cioè, assurto al rango di variabile indipendente dai criteri di razionalità assio-teleologica che descrivono i tratti somatici dell'identità penalistica 'classica'.
Al momento, tuttavia, sia il superamento dell'atteggiamento di tradizionale agnosticismo rispetto ai valori della politica criminale, sia il connesso tentativo di materializzare anche sul piano della non punibilità la prospettiva di "integrazione sociale" avallata dal diritto penale e secolarizzata dall'esperienza delle costituzioni moderne, impongono di rigettare la configurazione di una clemenza che funga da cornice elastica capace di offrire inquadramento e decoro ad ogni pittura, capace, cioè, di consentire l'innesto di apprezzamenti contingenti ed opportunistici relativi al bisogno di punire che, in quanto tali, afferiscono a dimensioni fortemente attratte in una logica di ragion di Stato.
Inoltre, la gestione prevalentemente demagogica delle diverse fasi della dinamica sanzionatoria, inevitabilmente connessa al perseguimento di obiettivi solo simbolicamente efficienti, si traduce, sia nell’ipertrofia del diritto penale, sia nel correlato fenomeno della necessaria proliferazione dei provvedimenti di clemenza.
Ne consegue, pertanto, che lo stato di euforia penalistica, se non di patologica megalomania, indotto dal dismisurato allargamento della gamma dei comportamenti penalmente rilevanti, oltre a determinare un deleterio affievolimento della funzione di orientamento culturale che il diritto penale esercita nella misura in cui induce processi di interiorizzazione dei valori ad esso sottesi, è destinato inesorabilmente a ingenerare la paralisi della macchina della giustizia.

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V I N T R O D U Z I O N E "Spesso ciò che sembra clemenza non è tale; spesso il perdono è il padre di un secondo delitto". (Shakespeare, Misura per misura, atto III, scena IV). Anche se il concetto di clemenza collettiva sembra riecheggiare, almeno semanticamente, un'accezione vagamente umanitaria del diritto penale, bisogna sottoporre questa immagine edulcorata ad alcune precisazioni corrosive. Molto spesso, infatti, la deroga al regime sanzionatorio - da cui scaturisce l'illusoria connotazione umanitaristica - si accompagna al mantenimento del medesimo, sul presupposto che esso sia valido e degno di essere conservato, con ciò, conducendo, inevitabilmente, al disvelamento del suo 'volto nero', ossia della sua natura intrinsecamente repressiva e meramente opportunistica. Si tratta di risolvere, in sostanza, quell'antinomia che proietta il senso intimo della clemenza, che come i gemelli delle fiabe vive della sua doppia identità, una benigna e l'altra maligna. Ad un'attenta analisi, invero, l’evoluzione storica degli istituti di clemenza, soprattutto in relazione ai profili dell’assenza di limiti sostanziali e della prassi, mostra chiaramente che nello spettro policromatico che filtra dalla potestà di clemenza, si è evidenziata – fino a divenirne il tratto distintivo – la sua accezione di strumento politico: si è imposto, in altre parole, un contrassegno che ne esalta la poliedricità degli usi e ne moltiplica le direzioni applicative. Il rischio, inevitabilmente connesso all’inesistenza di limiti di natura sostanziale, è rappresentato dalla difficoltà di selezionare, fra le innumerevoli e divergenti esigenze da cui può scaturire un provvedimento di clemenza, quelle suscettibili di armonizzare con i principi informatori dell’ordinamento costituzionale. In tale prospettiva, la schizofrenia politico-criminale che ha contrassegnato la "politica delle amnistie" durante l'esperienza dello Stato unitario, sembra aver

Tesi di Laurea

Facoltà: Giurisprudenza

Autore: Salvatore Gaudiello Contatta »

Composta da 265 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.