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Complotto, congiura, cospirazione. L'uso politico delle teorie cospiratorie nei quotidiani italiani

Informazioni tesi

  Autore: Massimiliano Danesi
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2000-01
  Università: Università degli Studi di Siena
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Scienze della Comunicazione
  Relatore: Maurizio Boldrini
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 272

Berlusconi e Prodi. Contrada e Andreotti. Craxi e Kennedy. La contessa Agusta e il leader dell’estrema destra austriaca Haider. La lira e l’arte contemporanea. La casa farmaceutica Bayer e il narcotrafficante Pablo Escobar. La squadra di calcio di Marsiglia e il ciclista Pantani. Hitler e Ciajkovskij. L’atleta cubano Sotomayor, primatista mondiale di salto in alto, e l’ex segretario della Democrazia cristiana Aldo Moro. Luis Donald Colosio, candidato alla presidenza del Messico, ucciso il 23 marzo 1994, e Yitzhak Rabin, primo ministro israeliano, ucciso il 4 novembre 1995. Pasolini e Feltrinelli. Il Pds e il Cremlino. Falcone e Borsellino. Di Pietro e Le Pen. Il papa e Ocalan.
Cosa accomuna soggetti così eterogenei fra loro? Nulla, se non il fatto di essere stati vittime, o potenziali vittime, di uno o più complotti. L’insospettabile fonte non è un qualunque rotocalco, ma il principale e più autorevole quotidiano italiano, il Corriere della Sera. Tutti i soggetti citati sono indicati esplicitamente dal giornale milanese, in uno o più articoli, come vittime di complotti effettivamente portati a compimento oppure solo denunciati. In tutti i casi la parola complotto compare nel titolo e/o nel testo dell’articolo.
A meno di non credere ad un mondo pieno di complotti, dobbiamo necessariamente pensare che di complotti e cospirazioni si faccia un eccessivo parlare e scrivere. I giornalisti stessi, compresi naturalmente quelli del Corriere della Sera, sono spesso i primi a deprecare l’abuso della parola complotto e dei suoi sinonimi (soprattutto congiura e cospirazione). Qualche volta, alla constatazione di un eccessivo ricorrere alla teoria del complotto, si accompagna un invito (implicito) all’autoregolamentazione professionale. Gli esempi, a dire la verità, sono però assai pochi. Per restare al Corriere della Sera, Dino Messina ha scritto:
«rispetto all’ebbrezza complottarda che sembra ci stia pervadendo [...] come dire: più del complotto è pericoloso il gran parlare che se ne fa».
Più esplicito è Mario Ajello. Anche se, dalle colonne di Panorama, approfitta della condanna della “complottomania” per attaccare una testata della concorrenza:
«Quanti complotti! A enumerarli tutti non si finirebbe più. È come se la storia italiana, dal 1945 a oggi, fosse stata dominata da quelle che Francesco Guicciardini chiamò le “macchinazioni misteriose”. Ha prevalso insomma una religione casereccia a uso dei dilettanti, una fanatica superstizione prêt-à-porter: la complottite. Significa spiegare in maniera repentina e semplicistica qualsiasi vicenda, in un clima da romanzo giallo. Si applica a eventi piccoli e grandi, percorre trasversalmente la sinistra e la destra e fa intravedere ovunque nemici oscuri [...]. Il diluvio delle trame si rovescia sui giornali. Un solo esempio: La Repubblica in quasi dieci anni, dal 1984 al 1993, ha pubblicato 2.091 articoli in cui si parla di piccoli e grandi complotti. Il termine viene citato 3.029 volte. Compare 80 volte negli occhielli, 139 nei titoli, 88 nei sommari. C’è da domandarsi se abbia fatto più danni il complottismo o la complottomania».
Molto più spesso, invece, il rimprovero è rivolto solo ed esclusivamente ai politici. Ecco cosa scrive in proposito uno degli editorialisti più illustri del Corriere della Sera, Paolo Franchi, in un articolo intitolato “Il Pds riscopre il grande complotto”:
«Torna a materializzarsi, a sinistra, il fantasma del Grande Complotto. O meglio: i fantasmi dei Grandi Complotti. Perché, per adesso, ognuno sembra inseguire soprattutto il suo [...]. Socialisti ed ex comunisti continuano a scambiarsi colpi proibiti, ma di golpe e di soluzioni autoritarie alle porte hanno fatto ormai argomento quotidiano talvolta di denuncia, più spesso di conversazione [...] Ma forse la complottomania, antica e sempre nuova, è soprattutto un alibi: se perdo, è perché si è complottato contro di me...».
Oppure, sempre dalle colonne del Corriere, Fernando Proietti:
«Di trame oscure si parla dentro e fuori il Parlamento ogni qual volta accade un evento terribile [...]. Perché si grida al complotto tanto per eventi drammatici quanto per episodi meschini? [...]. Così l’uso della teoria della cospirazione (autentica manna per tutti i sistemi totalitari) non sembra scomparire neppure dopo la caduta del muro di Berlino e l’appannarsi delle ideologie politiche».
Per la verità le osservazioni citate sono in buona parte condivisibili. Ma se il mercato dei complotti è tanto fiorente nell’arena mediatica è perché a una grande offerta di complotti da parte della politica (dell’economia, della finanza, dello sport, ecc.) corrisponde una altrettanto grande domanda di complotti da parte dei mezzi di comunicazione. La chiave narrativa del complotto, infatti, conviene tanto alla stampa quanto alla politica. Vediamo perché.

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8 1. Complotto, una teoria che si avvalora da sé Le teorie che intendono spiegare le vicende politiche come il frutto di complotti, congiure e cospirazioni fanno parte di quei sistemi mitologici che accompagnano i grandi rivolgimenti politici e sociali di questi ultimi due secoli (Girardet, 1985). Ne � un esempio significativo la presunta cospirazione ebraica contro l�umanit�, usata, in diversi momenti storici e in funzione dei mutati equilibri politici, tanto dalla destra quanto dalla sinistra. Nel corso dei secoli le forze politiche pi� diverse hanno agitato lo spettro del complotto o allo scopo pi� o meno palese di sobillare le masse contro i propri nemici, oppure allo scopo pi� o meno occulto di sopperire al proprio deficit di consenso e di legittimazione. La politica contemporanea nasce, con la rivoluzione francese, nel segno del complotto: spetta a Marat, con il suo giornale l�Ami du Peuple, il primato nell�uso �spregiudicato e ossessivo� della denuncia sistematica del complotto come elemento di mobilitazione sociale (Ciuffoletti, 1993:16; 1990). Ma di complotti si � sempre parlato. Bisogna risalire molto pi� indietro nei secoli per scovare le prime tracce degli influssi di una qualche teoria cospiratoria sulle vicende umane: come osserva Karl Popper, la teoria del complotto affermatasi in epoca moderna e contemporanea � assai simile a quella rilevabile in Omero. Egli concepiva il potere degli d�i in modo che tutto ci� che accadeva nella pianura di fronte a Troia costituiva soltanto un riflesso delle molteplici cospirazioni tramate dall�Olimpo. La teoria sociale della cospirazione � in effetti una versione di questo teismo, della credenza, cio�, in una divinit� i cui capricci e voleri reggono ogni cosa. Essa � una conseguenza del venir meno del riferimento a Dio e della conseguente domanda: �Chi c�� al suo posto?� Quest�ultimo � ora occupato

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Parole chiave

quotidiani
complotti
teorie del complotto
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