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I distretti industriali: un confronto tra l'esperienza italiana e quella francese

La tesi di Laurea allegata si propone di comparare i due modelli di produzione locale presenti nei sistemi industriali italiano e francese. Una tale ricerca è stata motivata dalla vicinanza geografica tra i due partner transalpini, le cui industrie manifatturiere sono storicamente legate da vivi rapporti di interscambio. In tale prospettiva, identificare dei tratti comuni nelle rispettive forme della produzione locale per reti di PMI può contribuire ad accelerare l’integrazione reciproca ed europea dei due paesi.

Lo studio trova il suo fondamento nella rivoluzione metodologica che ha interessato il campo delle Scienze economiche nel corso degli anni Ottanta: di fronte alla globalizzazione delle relazioni economiche e finanziarie, il territorio, come luogo della produzione industriale, ha infatti cessato di essere considerato come dato esogeno ad ogni modello analitico ed è diventato una variabile economicamente rilevante. Grazie a questo affinamento degli strumenti d’indagine, nuovi spazi produttivi sono emersi e hanno mostrato, al tempo stesso, l’efficacia e la desiderabilità sociale della produzione realizzata localmente da reti di PMI.

Il lavoro analizza i sistemi di produzione locale (i distretti italiani, i systèmes productifs locaux francesi) dal punto di vista delle politiche pubbliche intraprese per farli emergere e per mettere in valore le loro virtù economiche e sociali.

Nella prima parte si analizzano tuttavia i fattori comuni ad ogni sistema di produzione locale: la scelta dell’ordine di presentazione degli stessi è stata fatta sulla base dell’importanza che ciascuno di essi riveste nella produzione locale. Il primo tema è così quello delle “esternalità interne” al sistema produttivo, le quali sono analizzate attraverso i contributi di Alfred Marshall e della scuola di Giacomo Beccattini. Per ordine di priorità seguono poi il tema del “civismo” della comunità locale, affrontato sulla base dello studio sulla “civicness” delle Regioni italiane di Robert Putnam ed infine quello delle relazioni di credito tra attori locali: tale terzo fattore si rifà tanto ai vari contributi sul “credito intrecciato”, tanto agli studi sul “peer-monitoring”.

L’analisi prima delle virtù e dei limiti della politica “dal basso verso l’alto” adottata dalle Autorità italiane, e poi dei successi ed agli errori della politica “dall’alto verso il basso” del Governo francese, è sviluppata nei due capitoli successivi del lavoro. La storia delle due esperienze, dall’individuazione alla creazione dei sistemi produttivi locali, è molto diversa: colpisce in particolare la spontaneità dei distretti italiani di fronte alla costruzione amministrativa –talvolta artificiosa- degli SPL francesi. I punti di contatto tra le due accezioni del modello di produzione locale, tuttavia, non mancano: in particolare, il distretto tecnologico si presenta come una forma di evoluzione possibile tanto per i distretti italiani quanto per quelli francesi.

Le conclusioni che si sono ricavate dal confronto sono interessanti almeno a due livelli. Prima di tutto, si dimostra che il miglior livello di potere pubblico da cui promuovere iniziative di accompagnamento dei distretti è quello delle Regioni: anche se per strade profondamente diverse, tanto in Italia quanto in Francia si è giunti alla conclusione che a tale livello i costi sociali sono minimi, mentre il beneficio per la collettività è significativo. In secondo luogo, non si esclude che anche la Comunità europea possa assumere un ruolo nel favorire la creazione di distretti sul territorio europeo: il perseguimento di tale obiettivo è favorito da ogni politica indiretta che responsabilizza gli attori locali, conferendo alle comunità locali le competenze per affrontare i problemi della tutela ambientale, dell’educazione, della salute pubblica.

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4L’approccio geografico allo studio dell’economia Le relazioni tra geografia economica ed economia sono state per lungo tempo asimmetriche: da un lato, i geografi hanno sempre attinto volentieri alle nozioni delle differenti scuole economiche; gli economisti, dall’altro, hanno invece a lungo sottostimato il ruolo della geografia nel processo economico. Un esempio può aiutare a motivare tale assunto: consideriamo la Teoria degli scambi. Per i geografi che si occupano di sviluppo regionale, il commercio interregionale è senza dubbio un fattore importante, nella misura in cui l’attitudine di una regione ad esportare beni e servizi costituisce la base della sua crescita economica e dell’impiego locale: essi prendono così a prestito il concetto ricardiano di vantaggio relativo, adattando la teoria economica allo studio del territorio. Gli economisti che studiano i flussi commerciali, al contrario, hanno a lungo avuto come unico punto di riferimento le varie economie nazionali, delle entità in sé accuratamente definite, ma non situate nello spazio: il risultato è un mondo dove le merci si spostano da un punto senza dimensione all’altro, con dei costi di trasporto nulli o al più uniformi. La mancanza di tale sensibilità da parte degli economisti diventa però un problema di fronte a relazioni economiche e commerciali che si globalizzano: senza la mediazione delle economie nazionali, sempre più permeabili ai flussi commerciali, la regolazione è affidata, infatti, a nuovi spazi economici, che non possono essere definiti sulla base di confini politici. Solo accettando l’aiuto della geografia economica si potranno così definire tale nuove entità: avremo così sistemi economici regionali, che sono aree transnazionali, e sistemi economici locali, aree infranazionali.

Tesi di Laurea

Facoltà: Scienze Politiche

Autore: Rocco Ponzano Contatta »

Composta da 202 pagine.

 

Questa tesi ha raggiunto 5366 click dal 20/03/2004.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.