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Gladio: strategie politiche, strategie di comunicazione, strategie di disinformazione

GLADIO: UN NOME, TANTE STORIE

Gladio era la spada degli antichi romani, a lama larga e corta, a doppio taglio e molto appuntita. Il gladio, circondato da due ali sullo sfondo di un paracadute, è oggi il simbolo visibile sulle mostrine dei paracadutisti della Folgore, nonché emblema effigiato sul basco dei Guastatori, sugli scudetti da braccio del Centro Difesa Elettronica e del Centro Sportivo Esercito. Nel dopoguerra, il gladio romano figurava sull’insegna della GUARDIA ALTA FRONTIERA (GAF), conservata dalle Unità di Fanteria e Alpine, una struttura che avrà a che fare con l’Organizzazione “Osoppo”, i partigiani bianchi del Friuli.
Gladio è il nome in codice dell’Operazione della rete italiana di Stay Behind, la rete clandestina allestita, dopo la seconda guerra mondiale, in tutti i Paesi della Nato, con il compito di condurre la resistenza sui territori occupati a seguito di un’eventuale invasione delle truppe del Patto di Varsavia - attraverso la raccolta delle informazioni, il sabotaggio, la guerriglia, la propaganda, l’esfiltrazione di personale militare o specialistico catturato dal nemico - e sciolta, prima in Italia e poi negli altri Paesi dell’Alleanza Atlantica, a seguito del suo disvelamento del 1990.
Quando vi fu la rivelazione di Stay Behind, l’accostamento del nome “Gladio” non venne fatto però con i simboli sopra citati (in ciò ignorando anche la “filiazione” di S.B. dall’Osoppo, sciolta nel 1956, anno dell’accordo fra CIA e SIFAR che dette il là all’operazione) bensì col gladio che i militari della Repubblica Sociale Italiana portavano sul bavero, al posto delle canoniche stellette, e recante sull’elsa la scritta “Italia”, circondato da fronde d’alloro.
Il buon Gianpaolo Pansa, nel 1991, decise di intitolare il suo libro sulla RSI, già in parte pubblicato nel ’70 col titolo “L’esercito di Salò”, “IL GLADIO E L’ALLORO”, spiegando, in un’intervista, che “…quando se ne saprà di più si vedrà che, soprattutto nella sua prima fase, accanto ai partigiani bianchi, c’era tanta gente che veniva dall’esercito di Salò. E questo potrebbe spiegare anche la scelta di quel nome”.
Come avrebbero detto i rivoltosi del Maggio francese, “Ce n’est qu’un debut” di un assalto massmediatico che dal 1990 al 1992 - con una particolare veemenza nei mesi seguenti la rivelazione della struttura - darà corpo alla più clamorosa e fragorosa opera di desinformazia mai attuata in Italia, facendo impallidire il ricordo di Willi Munzenberg, il deputato comunista tedesco inventore, negli anni Venti, delle “marce per la pace” e dei “comitati degli intellettuali” per il disarmo, strumenti di bontà al servizio di Mosca.
Il tutto avverrà con la complicità di settori politicizzati della Magistratura e di uomini politici moderati, pavidi oppure intenti a giocare una loro partita politica e sotto la regia della Sinistra, ai cui apparati politico-informativi la “Gladio bianca” servirà ad attutire o impedire, presso la pubblica opinione, la divulgazione, dagli archivi dei Paesi dell’Est di recente o prossima apertura, di “Gladio rossa” e dei finanziamenti imbarazzanti di PCUS e di KGB al PCI, oltreché a rilanciare l’idea del “grande complotto” anticomunista e di un'unica centrale (atlantica, fascista, piduista) dietro tutte le stragi italiane del dopoguerra. Presteranno la loro opera al disegno anche alcuni “borghesi gentiluomini” come Libero Gualtieri e qualche giornalista de “La Repubblica”, testa di ponte dell’assalto contro Gladio, il cui nome è stato poi trovato, grazie all’Archivio Mitrokhin, sul libro paga dei Servizi Segreti Sovietici.
Di questa operazione, il cui unico risultato pratico sarà il definitivo indebolimento, in seguito allo scioglimento della struttura, della capacità di reazione ai sistemi di infiltrazione, di controllo delle notizie, di gestione della pubblica opinione, fattori di incalcolabile rilevanza strategica per la dottrina dell’interesse nazionale, abbiamo esaminato tecniche, strategie e motivazioni, che presentiamo nei prossimi capitoli.

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1 INTRODUZIONE GLADIO: UN NOME, TANTE STORIE Gladio era la spada degli antichi romani, a lama larga e corta, a doppio taglio e molto appuntita. Il gladio, circondato da due ali sullo sfondo di un paracadute, è oggi il simbolo visibile sulle mo- strine dei paracadutisti della Folgore, nonché emblema effigiato sul basco dei Guastatori, sugli scudetti da braccio del Centro Di- fesa Elettronica e del Centro Sportivo Esercito. Nel dopoguerra, il gladio romano figurava sull’insegna della GUARDIA ALTA FRONTIERA (GAF), conservata dalle Unità di Fanteria e Alpi- ne, una struttura che avrà a che fare con l’Organizzazione “O- soppo”, i partigiani bianchi del Friuli. Gladio è il nome in codice dell’Operazione della rete italiana di Stay Behind, la rete clandestina allestita, dopo la seconda guerra mondiale, in tutti i Paesi della Nato, con il compito di condurre la resistenza sui territori occupati a seguito di un’eventuale invasio- ne delle truppe del Patto di Varsavia - attraverso la raccolta delle informazioni, il sabotaggio, la guerriglia, la propaganda, l’esfiltrazione di personale militare o specialistico catturato dal nemico - e sciolta, prima in Italia e poi negli altri Paesi dell’Alleanza Atlantica, a seguito del suo disvelamento del 1990. Quando vi fu la rivelazione di Stay Behind, l’accostamento del nome “Gladio” non venne fatto però con i simboli sopra citati (in ciò ignorando anche la “filiazione” di S.B. dall’Osoppo, sciolta nel 1956, anno dell’accordo fra CIA e SIFAR che dette il là all’operazione) bensì col gladio che i militari della Repubblica Sociale Italiana portavano sul bavero, al posto delle canoniche

Tesi di Master

Autore: Andrea Pannocchia Contatta »

Composta da 113 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.