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Il concetto di totalitarismo in Simone Weil e Hannah Arendt: una lezione per i contemporanei

Ci si potrebbe chiedere perché occuparsi di un argomento storico tanto dibattuto come il totalitarismo; si potrebbe affermare che, una volta stabilito, come fa ad esempio l’Enciclopedia delle Scienze Sociali, che il totalitarismo è “il termine che indica le dittature del Novecento, caratterizzate dall’onnipervasiva presenza del potere politico, che penetra in tutti gli ambiti sia economici che sociali”, la definizione sia esaustiva.
Il dibattito, che in qualche modo è ancora vivo, indica, invece, come lo studio di questo fenomeno non sia affatto esaurito.
In realtà il termine ha avuto una genesi piuttosto contrastata sin dall’inizio; una genesi che si fa risalire al 1923, quando venne utilizzato per la prima volta l’aggettivo totalitario da Giovanni Amendola sulle pagine della rivista "Il mondo", per descrivere il comportamento del governo Mussolini, che per le elezioni amministrative di quell’anno, presentò liste sia di minoranza che di maggioranza; comportamento che, Amendola appunto, indica come “sistema totalitario”, che non ha alcun rispetto per i diritti della minoranza e che tende ad un dominio assoluto nella vita politica e amministrativa.
Il sostantivo, poi, viene probabilmente utilizzato per primo, da Lelio Basso sulla rivista "La Rivoluzione Liberale" quando, nell’analizzare la situazione politica del periodo, parla di uno Stato il cui potere penetra in tutti gli organi istituzionali con l’obiettivo di instaurare un “totalitarismo indistinto” che prevede la soppressione di ogni contrasto e la realizzazione di un’unica volontà, che è, poi, quella del partito fascista.
La consacrazione dei termini “totalitario e totalitarismo” avviene proprio ad opera di Mussolini, quando al IV congresso del Partito Nazionale Fascista, nel 1925, indica nella feroce volontà totalitaria, una delle caratteristiche dell’ideologia del suo movimento, intesa, però, come un’enfasi rivoluzionaria che indica forza e coraggio; da questo momento, infatti, i termini saranno utilizzati, dai membri del partito, in un’accezione positiva: così, ad esempio, farà Giovanni Gentile nella formulazione dell’ideologia di partito, così Gobbels, dopo l’ascesa al potere di Hitler in Germania.
E’ proprio dopo l’affermazione del Partito Nazionalsocialista che cominciano a diffondersi le teorie più significative sull’argomento, infatti se negli anni ’30 si cerca di capire, soprattutto ad opera degli intellettuali francesi come Victor Serge, George Bataille e Raymond Aron, i motivi del successo dei movimenti totalitari, inscrivendoli a quei bisogni di sicurezza, di rinnovati valori morali che la società sentiva di aver perso; negli anni ’40 e ’50, il concetto di totalitarismo assume una connotazione più precisa e diventa quasi un modello con precise caratteristiche identificative: è di questo periodo, infatti, la formulazione, ad opera di Friedrich e Brzezinski, di una specie di elenco di peculiarità tipiche del regime totalitario distinte in un’ideologia che cerca di sovvertire l’ordine sociale vigente; un partito unico di massa, con a capo un leader che accentra su di sè tutti i poteri politici; un controllo totale dei mezzi di comunicazione di massa e dei mezzi di coercizione; un terrore diffuso tramite operazioni della polizia segreta.
Nell’ambito delle teorie più indicative, spiccano quelle di Simone Weil e Hannah Arendt, due pensatrici coraggiose che hanno fatto della comprensione della realtà a loro contemporanea, e dei regimi totalitari in particolare, l’argomento centrale delle loro analisi, sebbene in decenni differenti, visto che la Weil scrisse essenzialmente negli anni ’30 e la Arendt invece, negli anni ’40 e ’50 : il discorso, per entrambe, parte dalla consapevolezza che questo regime tende ad un annientamento della presenza umana, attraverso un procedimento di demolizione di quello che è, e costruzione di un mondo fittizio, dove gli uomini, perdendo il senso della realtà, sono pronti a quel processo di sradicamento che è il fine ultimo del totalitarismo, e cioè trasformare gli uomini stessi in cose e a renderli superflui.
Quando l’uomo perde il senso della realtà diventa permeabile a qualsiasi indottrinamento e quindi pronto a diventare complice di coloro che si autodefiniscono detentori di verità eterne sulla storia e sulla natura, proprio come propagandavano i regimi totalitari.
Tutto questo può essere spiegato con una diminuzione della capacità cognitiva e con un impoverimento spirituale, le cui cause vanno ricercate, secondo la Weil e la Arendt, nella storia delle nazioni europee, nelle origini dell’imperialismo e del colonialismo che, tra la fine dell’800 e gli inizi del ‘900, hanno diffuso una logica di sopraffazione e di annullamento della dignità umana che, poi, il totalitarismo ha pienamente sviluppato.

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1 CAP.1 IL TOTALITARISMO Il dibattito sul termine ed il suo significato Il xx sec. è stato definito in modi diversissimi: il secolo breve da Hobsbawm, il secolo della tecnica, il secolo degli orrori, il secolo di Hitler e Stalin da Todorov.Tra queste definizioni c’è anche quella che indica il Novecento come il secolo che ha creato un nuovo tipo di regime: il totalitarismo. Parola molto contestata fin dalla sua etimologia, contestata nella sua capacità esplicativa, nel suo vero significato. Quando si cerca di far luce su un termine è scontato far riferimento ad un’ enciclopedia: così nell’<<Enciclopedia delle scienze sociali>> S.Forti scrive: ”Con questo termine si intendono i regimi politici novecenteschi caratterizzati dalla onnipervasiva presenza del potere politico che domina incondizionatamente e terroristicamente sugli individui e sulla società.” Sebbene il primo contributo alla costruzione del concetto provenga dal dibattito tedesco degli anni ’30, l’aggettivo ‘totalitario’ fa la sua prima comparsa 1 negli articoli che Giovanni 1 S.Forti, Il totalitarismo, ed.Laterza, 2001, pag.4

Tesi di Laurea

Facoltà: Economia

Autore: Denise De Dominicis Contatta »

Composta da 104 pagine.

 

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