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Fede e ragione in John Henry Newman

Informazioni tesi

  Autore: Raoul Silvestri
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 1998-99
  Università: Università degli studi di Genova
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Filosofia
  Relatore: Giovanni Moretto
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 193

L’indagine del rapporto tra fede e ragione non rappresenta certo un problema nuovo per la storia del pensiero. Un aspetto particolare della questione, che generalmente non è materia di discussione, è l’assunto che i due termini siano tra di loro sostanzialmente incompatibili come se, per principio e di fatto, si escludesse ogni possibilità circa la loro eventuale conciliabilità.
Il merito di John Henry Newman (1801-1890) è stato quello di mostrare la reciproca implicazione dei termini nella loro pur essenziale differenza, riconoscendo in essa non tanto una separazione d’origine ed una diversità di dominio quanto un’articolazione che riflette la struttura del pensiero umano in vista del perseguimento di un scopo unitario. In altri termini, egli ha negato che fede e ragione procedano da due istanze contrapposte ed ha concluso che la loro differenza deriva dalla necessità d’adeguamento dello spirito ai diversi momenti della realtà per l’elaborazione di un contenuto unitario d’esperienza.
L’accordo finale che in questo modo è proposto non appare però immediatamente intuitivo. Lo stesso Newman, nelle prime fasi dell’elaborazione del problema, ha alternato posizioni in cui ha privilegiato ora l’uno ed ora l’altro dei termini nelle sue specifiche indagini intorno alla religione.
Questo lavoro si propone pertanto di esaminare come si è precisato ed articolato, nel pensiero di Newman, l’àmbito della fede in rapporto a quello della conoscenza razionale, tenendo presente che lo scopo che egli si è posto non era d’ordine teoretico ma morale, avendo voluto affrontare e risolvere i problemi del suo tempo incombenti sulla fede religiosa.
Se la fede dimostrava apparentemente una natura contraddittoria ciò dipendeva, secondo Newman, dalla parzialità interpretativa che veniva data della sua essenza e delle sue modalità, sia all’esterno e sia anche all’interno degli ambienti religiosi cristiani.
Infatti, se nel cattolicesimo si ribadiva, con la conferma del tomismo, la centralità della peculiare differenza ontologica fra l’umano ed il divino e conseguentemente si sollecitava, nell’indagine teologica, un uso dell’intelletto a ciò adeguato ed in accordo con la fede, nelle aree ad influenza protestante si procedeva elevando invece la sola fede ad organo mediante cui approssimarsi al mistero divino, non altrimenti percepibile dagli strumenti della ragione.
In questa prospettiva, qualora si osservino gli esiti cui conducevano le due istanze – quella razionalistica e quella protestante – le quali postulavano il disaccordo tra fede e ragione, ci troviamo di fronte a ciò che possiamo definire il «paradosso» della modernità. Da un lato un intelletto ideologizzato dal razionalismo probatorio che tende a svalutare la fede e gli aspetti mitologici di essa come fase conclusa o comunque del tutto incerta dello spirito umano; dall’altro una fede consapevole dell’improponibilità dell’analogia fra Dio e natura, dell’inanità del deismo cui tende il razionalismo, e quindi volta a proporsi come organo religioso assoluto.
«Paradossale» però è anche il termine con cui a prima vista si potrebbe definire la conclusione raggiunta da Newman. Infatti, egli, discostandosi da quelle soluzioni che pur si spingono a proporre una coesistenza superficiale tra fede e ragione, ha affermato molto chiaramente che la fede «è» ragione, o meglio, che la fede si esercita in quanto «modalità» della ragione; da cui consegue il corollario secondo cui la ragione «è» fede in quanto la ragione si esercita sui dati forniti dalla fede e ad essa congruenti.
La presente tesi si propone perciò di illustrare come Newman affronti e porti a compimento tale problematica, nel tentativo di mettere in evidenza come una delle caratteristiche importanti del suo modo di procedere è che egli non s’interroga in modo sistematico, ma si situa come uomo di fede in un orizzonte di pensiero già dato, nei confronti del quale percepisce l’urgenza pratica, prima ancora che l’opportunità accademica, di trovare delle soluzioni per la sua e per l’altrui religiosità. Possiamo paragonarlo, sotto quest’aspetto, a Wittgenstein, il quale si è diretto, a partire da una sorta di purezza mentale scevra da pregiudizi, con la sola potenza del pensiero, a far chiarezza sui problemi ritenuti intellettualmente vitali ed urgenti.

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Introduzione L’indagine del rapporto tra fede e ragione non rappresenta certo un problema nuovo per la storia del pensiero. Un aspetto particolare della questione, che generalmente non è materia di discussione, è l’assunto che i due termini siano tra di loro sostanzialmente incompatibili come se, per principio e di fatto, si escludesse ogni possibilità circa la loro eventuale conciliabilità. Il merito di John Henry Newman (1801-1890) è stato quello di mostrare la reciproca implicazione dei termini nella loro pur essenziale differenza, riconoscendo in essa non tanto una separazione d’origine ed una diversità di dominio quanto un’articolazione che riflette la struttura del pensiero umano in vista del perseguimento di un scopo unitario. In altri termini, egli ha negato che fede e ragione procedano da due istanze contrapposte ed ha concluso che la loro differenza deriva dalla necessità d’adeguamento dello spirito ai diversi momenti della realtà per l’elaborazione di un contenuto unitario d’esperienza. L’accordo finale che in questo modo è proposto non appare però immediatamente intuitivo. Lo stesso Newman, nelle prime fasi dell’elaborazione del problema, ha alternato posizioni in cui ha privilegiato ora l’uno ed ora l’altro dei termini nelle sue specifiche indagini intorno alla religione.

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