Questo sito utilizza cookie di terze parti per inviarti pubblicità in linea con le tue preferenze. Se vuoi saperne di più clicca QUI 
Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie. OK

Raccontare il mobbing: critica alla teoria attraverso l'analisi di testimonianze

Questo lavoro si propone come analisi critica della teoria del mobbing, in particolare critica alla presunta "scientificità" della stessa la quale considera il mobbing come un vero costrutto scientifico generalizzabile ad ogni realtà lavorativa nonchè misurabile tramite ricerche statistiche. In realtà, dopo una revisione della letteratura sul mobbing sono stati riscontrati molti punti poco chiari e contraddittori che portano a pensare che il mobbing sia una rappresentazione sociale che la cultura contribuisce a creare; per avvalorare questa ipotesi sono state prese in analisi alcune testimonianze tratte da tre fra i testi più rappresentativi sull'argomento, per trovare i temi principali intorno ai quali si crea questa rappresentazione sociale, e per vedere come questi temi fungano da guida per l'attribuzione di significato agli eventi da parte dei lettori. Il lavoro si conclude poi con una critica a quegli psicologi che incoraggiano tale attribuzione di significato, e sviluppa alcune proposte di intervento.

Mostra/Nascondi contenuto.
INTRODUZIONE Il lavoro è parte di ogni società umana, come mezzo di sostentamento ma anche, soprattutto nelle culture occidentali, come mezzo per la soddisfazione dei bisogni di autorealizzazione ed espressione di sé. Il bisogno di realizzazione di sé è soddisfatto dallo svolgere un compito consono alle proprie abilità e alle proprie naturali inclinazioni, nonchè dalla soddisfazione dei primari bisogni di sicurezza, di contatto sociale, di rispetto e di confronto con gli altri, importanti per la costruzione di una solida identità, e fondamentali per il sentimento di autostima. L’attività lavorativa infatti comprende, fra le altre cose, uno scambio relazionale fra più individui, e il contatto con altri soggetti rende possibile una sorta di soddisfazione, derivante non solo dal servizio reso ma anche dal “piacere della relazione”. Quando si instaurano dei rapporti di lavoro, però, e in generale in ogni tipo di rapporto interpersonale, è possibile incorrere in situazioni di disaccordo, di scelta fra più opzioni, di contrasto di interessi. Per questi motivi il conflitto viene considerato parte integrante di molte realtà occupazionali e relazionali. Coombs definisce il conflitto come “uno stato di tensione derivante dalla necessità di relazione” (Coombs,1988). Spaltro lo definisce “una qualità umana come il mangiare, il bere, il camminare, il comunicare, solo che si riferisce non a una qualità individuale ma a una qualità relazionale” (Spaltro,1990). In particolare, il conflitto organizzativo si verrebbe a creare perché all’interno della stessa realtà devono convivere tre diversi livelli sociali: la coppia (livello interpersonale), il gruppo (livello sociale) e l’organizzazione (livello collettivo); questi tre elementi dinamici, che

Tesi di Laurea

Facoltà: Scienze della Formazione

Autore: Jada Adorni Contatta »

Composta da 133 pagine.

 

Questa tesi ha raggiunto 3162 click dal 20/03/2004.

 

Consultata integralmente 8 volte.

Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.