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Benefici e costi dell'Unione Monetaria Europea: l'esempio di Gran Bretagna, Danimarca e Svezia

Informazioni tesi

  Autore: Francesca Cinelli
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2001-02
  Università: Università degli Studi di Bologna
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Scienze Internazionali e Diplomatiche
  Relatore: Riccardo Rovelli
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 127

L’Unione monetaria è un evento compiuto che ha coinvolto i paesi dell’Unione Europea; però Gran Bretagna, Danimarca e Svezia hanno deciso di non aderire a questa iniziativa. Per questo motivo, Gran Bretagna e Danimarca hanno negoziato delle clausole di opting out che consentono loro di non partecipare, mentre la Svezia non ha adeguato la legislazione della Banca Centrale Nazionale al Trattato sull’Unione Europea e non ha partecipato al meccanismo del tasso di cambio 2, necessario per l’adesione all’UEM.
Il dibattito politico-economico è molto acceso in tutti e tre i paesi e in base al taglio (politico o economico) che si dà alla discussione, l’atteggiamento di questi Stati nei confronti dell’UEM, cambia.
L’analisi di un paese (Regno Unito) ha permesso di considerare le motivazioni della non adesione all’Unione monetaria e di valutare questa decisione dal punto di vista politico, istituzionale ed economico, quest’ultimo principalmente grazie al supporto della teoria delle aree valutarie ottimali (applicabile anche agli altri due paesi).
Ad ogni modo, il problema principale, non risiede nel decidere se adottare o meno la valuta comune, quanto, piuttosto, nella perdita di sovranità dovuta al processo d’integrazione che caratterizza l’Unione Europea nel suo complesso.

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INTRODUZIONE. L’Europa ha coniato e fuso in moneta il suo desiderio unitario, tuttavia sarebbe moralmente superficiale e intellettualmente irrazionale non dare nemmeno ascolto ai presentimenti dubbiosi di chi, pur facendo parte dell’Unione Europea non la vede come cercano di vederla e pensarla gli europeisti più convinti. In questo momento di svolta, di primissimo “dopo euro”, vale la pena di ascoltare la voce degli stati che hanno rifiutato di aderire all’area della moneta comune. Ora che dodici paesi europei hanno adottato banconote e centesimi uguali, la moneta unica è diventata una realtà “tangibile”. Solo ai tempi dell’impero romano era accaduto qualcosa di simile. Questo significa che l’euro, prima pietra della nuova Europa, dovrà inesorabilmente sfociare nella costruzione di una unione politica paneuropea, oppure rimarrà solo una moneta conveniente? Il periodico britannico “Economist” 1 ha riportato i casi in cui diversi paesi hanno condiviso la stessa moneta senza però rinunciare alla propria indipendenza e identità statuale sovrana (per fare un esempio, l’Economist ha citato l’unione monetaria latina che aveva regolato i rapporti finanziari di Francia, Belgio, Italia, Svizzera, Grecia e Bulgaria dal 1865 al 1914). Il vero problema, forse, non è l’euro, ma l’Europa e Gran Bretagna in primo luogo, Danimarca e Svezia, pongono sullo stesso piano anche i dilemmi specificatamente politici generati dall’Europa, penalizzando l’idea stessa dell’euro. In effetti Bruxelles ha dato spesso l’impressione di utilizzare i parametri di Maastricht, la politica monetaria, il Patto di Stabilità, fissato alla soglia fiscale del 3% del PIL per ogni stato membro, come pretesti per imporre un europeismo dirigista e burocratico che può apparire più come una costrizione che come il progetto di un’Europa liberamente avviata all’integrazione. 1 Editoriale del 5.01.2002.

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Parole chiave

euro
unione monetaria europea
danimarca
gran bretagna
integrazione monetaria europea
svezia

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