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Il concetto di guerra in Graziano e Tommaso d'Aquino

I motivi che mi hanno spinto a condurre un’indagine sul significato che il termine bellum assume negli autori considerati, cioè Graziano e Tommaso, non sono stati altro che la volontà di capire in che senso oggi si possa parlare ancora di una guerra giusta, di una guerra di difesa e di una guerra preventiva, termini che oggi sono tornati alla ribalta dopo la strage dell’11 settembre.
Il metodo di ricerca nell’affrontare questi due autori è stato il medesimo: si è trattato di vedere in quali luoghi essi facessero riferimento al problema della guerra. Gli strumenti che ho utilizzato per compiere questo tipo di indagine sono stati l’indice delle concordanze del Decretum, appartenente alla serie dei Monumenta Germaniae Historica, e l’Index Thomisticus redatto da padre Busa, nei quali ho considerato il termine bellum.
Quello che risulta dalla ricognizione dei testi grazianei è una precisa definizione delle condizioni e delle caratteristiche della guerra, in modo che vengano toccati tutti gli aspetti coinvolti nella questione e in modo da conciliarli con i precetti evangelici di tolleranza.
Innanzitutto Graziano riprende la riflessione agostiniana sulla guerra giusta, che può essere considerata tale solo a patto che esistano determinate condizioni, che si possono riassumere in iusta causa, intentio recta e autorità legittima. È merito di Agostino l’avere impostato a livello teorico la distinzione tra guerra di difesa, che è legittima, e guerra di aggressione, distinzione sulla quale si fonda la teologia della guerra e attraverso la quale il bellicismo è condannato e l’esistenza della guerra è resa compatibile con i precetti di tolleranza e gli inviti alla pace.
Grazie dunque alle condizioni di iusta causa e intentio recta il precetto evangelico che recita di amare il proprio nemico e fargli del bene viene conciliato con la possibilità per un cristiano di impugnare le armi.
Alla fine dell’analisi e della ricognizione del testo di Graziano mi è parso opportuno confrontare le conclusioni tratte da quest’ultimo con la quasi contemporanea o di poco posteriore riflessione dei civilisti Bulgaro, Giovanni Bassiano e il Piacentino, che, attraverso alcune glosse al Corpus Iuris di Giustiniano, toccarono il problema della guerra.
Come per Graziano, anche per Tommaso ho proceduto all’analisi delle diverse opere in cui l’autore facesse un accenno al problema della guerra. Alla conclusione dell’analisi dei testi tomistici ho riscontrato una sostanziale consonanza con la precedente sistemazione di Graziano, dal quale Tommaso spesso riprende i canoni o a cui si riferisce citando le stesse fonti, tra le quali soprattutto Agostino. La differenza cruciale tra i due sta dunque non nelle conclusioni a cui entrambi arrivano, ma nel metodo, che se per Graziano possiamo chiamare una dialettica senza sintesi, in quanto le posizioni discordanti restano tali, per Tommaso invece possiamo identificare come una dialettica con sintesi, metodo sicuramente evidente nella Summa Theologiae, ma che viene parzialmente applicato anche alle altre opere.
Tommaso dunque, come Graziano, definisce giusta una guerra che rispetti le solite condizioni, cioè la giusta causa, la retta intenzione e l’autorità del principe, inteso come rappresentante dell’autorità temporale. Se però Graziano aveva insistito sul giusto motivo come la difesa della pace della chiesa dai nemici interni alla cristianità, cioè gli eretici, Tommaso si sofferma soprattutto sul concetto di pace che si identifica con quello di bene comune come scopo delle guerre giuste, fino ad arrivare a paragonare la guerra, nelle Questioni disputate, alle altre attività umane degne di lode, come il regnare.
Per Tommaso infatti qualsiasi aspetto della vita umana, sia le attività temporali che quelle spirituali, sono ordinate al bene comune, con la sola differenza che queste ultime di trovano ad un gradino superiore. Quindi qualsiasi aspetto o momento della vita attiva, compresa quindi la guerra, non può non avere il suo riflesso sul bene comune. Questo tipo di considerazioni sono basate su di un particolare concetto di cittadinanza, tipicamente medioevale, come corpo ordinato e ordinante, in cui la visibilità del soggetto è mediato dalla sua appartenenza al corpus. È in questo senso che tutti i membri della comunità e tutte le loro azioni devono contribuire all’unità e alla concordia, cioè alla pace. Ecco dunque chiarito il legame che unisce guerra, pace e bene comune: la guerra ha come scopo la pace, che non è altro che la stabilità dell’ordine politico, la tranquillitas ordinis; essa dunque contribuisce al reggimento della vita politica di uno stato, cioè al bene comune.

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I. Introduzione Dal giorno in cui Caino sparse per la prima volta sangue umano a quello in cui “la terra era piena di violenza” 1 ai tempi di Noè, la guerra è stata una costante della storia umana. L’11 settembre ha risvegliato il tema della guerra come mai era successo a questa generazione, forse ormai dedicata ad altri miti e dimentica dei conflitti mondiali e della minaccia della distruzione totale dell’umanità dopo Hiroshima. Come sempre è avvenuto, a resuscitare l’interesse per questo argomento è stato il timore che tornassero a incombere sul mondo occidentale, intendendo per questo in primo luogo la grande potenza America, il pericolo di un conflitto armato, che turbasse la nostra tranquillità, già scalfita negli anni ’90 con il lampo della Guerra nel Golfo e della guerra nella ex – Iugoslavia, conflitti che illusero la speranza del rafforzamento di una pace duratura nata dopo la risoluzione senza il ricorso alle armi della Guerra Fredda. Non conta se nel frattempo centinaia di conflitti, molto più devastanti delle guerre del petrolio, ma proprio perché di nessun interesse economico disdegnati dalla stampa ufficiale, continuano a mietere vittime e a distruggere interi paesi, nell’indifferenza totale di noi occidentali, che in questo senso viviamo in un universo limitato quasi quanto quello medioevale. L’11 settembre ha suscitato anche varie polemiche sul presunto carattere violento della religione islamica, nella quale tutt’ora si farebbe rivivere la guerra santa religiosa, semplice prosecuzione di un millenario dovere 1 corrupta est autem terra coram Deo et repleta est iniquitate (Genesi 6,11)

Tesi di Laurea

Facoltà: Lettere e Filosofia

Autore: Elisa Zanoli Contatta »

Composta da 210 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.