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La procreazione medicalmente assistita: aspetti psicologici e sessuali

Nel bambino, la coppia può individuare il mezzo per raggiungere un’armonia più completa. La scoperta della sterilità determina un senso di svalutazione globale, una profonda ferita narcisistica. Tutto ciò non induce solo un cambiamento a riguardo della funzione riproduttiva, ma investe completamente l’individuo.
La coppia scoprendosi sterile, può mettere in atto meccanismi difensivi di negazione e rifiuto, caratterizzati da una ricerca compulsiva di procedure mediche, che attestino un errore della diagnosi effettuata e nel contempo possono effettuare cambiamenti nella loro vita sessuale. Il soggetto sterile può nutrire sentimenti di colpa verso il proprio partner, avvertendo una profonda responsabilità, talvolta accompagnata da veri e propri atteggiamenti ostili e colpevolizzanti da parte del proprio partner; strutturando un profondo conflitto all’interno della coppia. Conflitto contrassegnato da ricatti, sentimenti di inadeguatezza, di vergogna, di odio e di rabbia, i quali a volte sono talmente profondi che possono portare alla rottura della coppia stessa. Pertanto, si può osservare la sterilità come una disfunzione che va osservata anche in tutte quelle componenti sociali, relazionali, sessuali e intrapsichiche e non solo considerata in chiave biologica (Renzoni Governatori, 1989).
La sofferenza che deriva dalla rivelazione della sterilità può comportare un riemergere delle antiche fantasie inconsce di amore e di aggressività verso i propri genitori. Nel senso che se la donna e l’uomo hanno sperimentato nell’infanzia e nell’età successive delle buone relazioni affettive, sviluppando al proprio interno sentimenti di fiducia, saranno meglio capaci di progettare un nuovo stile di vita. Un lutto vero e proprio, poiché si svolge “come la reazione emotiva di fronte alla perdita di una capacità percepita da sempre come innata e legata alla decisione di renderla attiva attraverso l’atto sessuale” (Farri–Monaco, Peila–Castellani, 1994, 83). Traducendo tutto ciò nel linguaggio della coppia sterile ne scaturisce che l’elaborazione del lutto avviene quando i genitori divengono in grado di interiorizzare la perdita della propria potenza generatrice e la reale mancanza del figlio desiderato Nella sterilità convivono queste due esperienze, ma vi è anche l’aggiunta di una terza componente costituita dal bambino immaginario (Vegetti Finzi, 1997). Il bambino che riecheggia nella mente, costituito dai primi desideri di maternità e di paternità. Desiderio che nel corso degli anni si è arricchito nella mente delle persone di fantasie, di aspirazioni, di proiezioni. La rielaborazione del lutto pertanto concerne anche il bambino immaginario. Occorre ricollocarlo nella mente per far posto ad una nuova esperienza di vita, ad una nuova creatività (Farri–Monaco, Peila–Castellani, 1994). Alternativa alla procreazione assistita è l’adozione. Ricorrere all’adozione, però non risulta sempre facile ed esule di investimenti psicologici, perché implica per il soggetto l’ammissione reale della sua incapacità a procreare (Jacopini, 1992). Capita talvolta che i soggetti a seguito di una diagnosi conclusiva di sterilità, si orientino molto rapidamente alla ricerca di un bambino da adottare, preferibilmente in tenerissima età. E’ spesso evidente che con tale comportamento frettoloso si denoti una negazione ai propri problemi procreativi, scorciatoie per evitare dolorose elaborazioni a riguardo del loro senso di impotenza. Del resto, è anche vero che una coppia può giungere al progetto dell’adozione a seguito di attente e autentiche riflessioni, che fanno nascere nella donna la capacità di immaginare e di far proprio un diverso modo di vivere la maternità, la quale non sia come unica conseguenza ad una gravidanza. E per l’uomo la disposizione ad accettare una paternità, la quale non sia solo di tipo biologico, ma fondata su un profondo legame d’amore (Jacopini, 1992). Risulta evidente che l’accettazione della propria sterilità, con la sua conseguente elaborazione, comporta una esperienza unica per questo tipo di coppie, e la possibilità di avere un figlio, comporta una soddisfacente avvicinamento all’ideale dell’Io. L’equivoco che può emergere dalla relazione sterilità e fecondazione artificiale è che le coppie ricerchino un «figlio a tutti i costi». Per comprendere tale affermazione si ricorre ai concetti del “figlio del desiderio” e “il figlio del bisogno”. Definendo il figlio del bisogno come il tentativo di riequilibrare l’immagine di sè, come una sorta di difesa personale contro la sterilità ed anche come funzione riparatoria.

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1 INTRODUZIONE Con questo lavoro si è cercato di avere una visione d’insieme per quanto riguarda due aspetti molto importanti: la sterilità e/o l’infertilità e l’ausilio della procreazione medicalmente assistita. Con l’evolversi delle tecniche di procreazione medicalmente assistite, sempre più coppie giungono nei Centri specializzati pieni di speranze, sottoponendosi a lunghe ed estenuanti pratiche mediche. La fecondazione assistita viene attesa come soluzione miracolosa, il culmine delle possibilità, comunque si rileva che sottoporsi a tali pratiche è estremamente faticoso, e ciò è particolarmente vero per la donna. Queste coppie si rivolgono alla medicina onnipotente per curare la mancanza dei figli. Gli equivoci che possono sorgere sono vari. Si può pensare che le coppie ricerchino un figlio a tutti i costi come figlio del bisogno, in quanto tentativo di riequilibrare l’immagine di sé, e riparare la ferita narcisistica della sterilità. Vi è il rischio anche, da parte medica, che il desiderio di un figlio venga inteso come un sintomo da curare medicalmente. Si cerca di evidenziare che nel contesto della procreazione medicalmente assistita un rapporto di collaborazione tra “mondo organico” e “mondo psichico” può essere indispensabile. L’operatore se accetta di collaborare, deve ascoltare le parole che sottendono il sintomo, non valutando il sintomo in sé per sé, può aiutare il medico e alleviare la pena delle pazienti, a sopportare il lato doloroso dell’avventura. In altre parole l’operatore deve focalizzare la sola attenzione agli “organi malati” bensì alla persona nella sua completa unità. A fronte dei vari equivoci, risulta fondamentale porre l’analisi della domanda. Infatti se ci si adopera per il solo tentativo di rendere fecondo un corpo “malato di sterilità”, si perdono tutte le caratteristiche individuali delle persone. Emozioni, affetti, sentimenti, fantasie, capacità cognitive e variabili interpersonali quali la famiglia, le amicizie sono parametri che compongono la persona. E’ possibile che se si focalizza l’attenzione ai soli sintomi e segni clinici, risulti diminuita l’accuratezza della diagnosi e non corretta la condotta terapeutica.

Tesi di Laurea

Facoltà: Psicologia

Autore: Stefano Bernardi Contatta »

Composta da 112 pagine.

 

Questa tesi ha raggiunto 11321 click dal 20/03/2004.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.