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L'ospedalizzazione infantile: una svolta culturale

La malattia, in tutte le stagioni della vita, determina una condizione di profonda crisi, sia a livello biologico, perchè comporta limitazioni, sofferenze e disagi, sia a livello esistenziale perchè interrompe l’abituale ritmo di vita, altera il rapporto con gli altri, disorienta l’identità. Esso definiva gli ospedali pediatrici come luoghi non adatti all’assistenza dei bambini, dove le esigenze dei piccoli erano costantemente sacrificate alla routine e alle regole del reparto, i genitori non erano ammessi al di fuori degli orari di visita, e questo spesso diventava fonte di gravi fratture nel nucleo familiare.
Nel corso degli anni, la pediatria si era sempre occupata di ricercare nuove metodiche d’indagine diagnostica e terapeutica, atte a migliorare lo stato di salute del bambino malato, ma poco si preoccupava dell’aspetto psicologico del problema. In realtà, per moltissimo tempo, l’intero ambito medico ha preferito guardare al paziente esclusivamente nei termini della sua malattia, avvalendosi di un modello meccanicistico per cui l’individuo era visto solo come portatore di organi malati, e la necessità di tenerlo in vita era prioritaria rispetto al suo disagio emotivo, la cui attenzione era lasciata alla “sensibilità” individuale dei singoli operatori.
Progressivamente si è assistito al recupero del concetto di “persona”, il che implica che l’attenzione è rivolta allo stesso modo, alle necessità fisico-organiche ed ai bisogni psicologici, soprattutto nei confronti dei pazienti gravi, più deboli e quindi più soggetti a sviluppare sofferenze psicologiche.
La considerazione che il malato è prima di tutto una persona è stata operazionalizzata attraverso la “personalizzazione degli interventi”, il “miglioramento della qualità della vita”, gli ospedali “a misura di bambino”, in una parola nelle attività di “umanizzazione” dell’assistenza sanitaria, nel cui termine è espresso il tentativo di rendere la degenza in ospedale meno traumatizzante e certamente più consona al diritto del singolo, sia esso bambino o adulto, di mantenere una propria dignità e soggettività. L’articolo 7 della “Carta dei Diritti dei bambini e delle bambine in ospedale”, promossa dall’UNESCO in collaborazione con EACH (European Association for Children in Hospital), afferma: “Un bambino o una bambina ricoverati avranno la possibilità di giocare, divertirsi e lavorare in maniera adeguata alla loro età e condizione medica.
Portare “a misura di bambino” un’esperienza traumatica come la malattia è però un’operazione complessa e difficile, ma questo è l’obiettivo che gli operatori del campo cercano di raggiungere da una decina d’anni attraverso un progetto di assistenza globale al bambino, realizzato anche grazie alla collaborazione di professionisti dell'area sanitaria (medici, infermieri, ausiliari) e dell’area psicopedagogia (psicologi, insegnanti, assistenti sociali, volontari).
Il presente lavoro nasce da un’intensa esperienza personale di volontariato presso un’associazione che si occupa dell’assistenza al bambino ospedalizzato (ABIO, Associazione per il bambino in ospedale), in uno degli ospedali pediatrici di Palermo.
Nella prima parte della tesi si focalizzerà l’attenzione sui risvolti psicologici che la malattia e il ricovero ospedaliero possono avere sia sullo sviluppo psichico del bambino, sia sulla famiglia. Nella seconda parte, il cui tema centrale è l’umanizzazione dell’assistenza sanitaria in genere, e pediatrica in particolare, l’attenzione sarà concentrata sul gioco e sulla scuola in ospedale e sul supporto psicologico che attività di questo genere possono dare al bambino malato.

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Introduzione I Introduzione La malattia, in tutte le stagioni della vita, determina una condizione di profonda crisi, sia a livello biologico, perché comporta limitazioni, sofferenze e disagi, sia a livello esistenziale perché interrompe l’abituale ritmo di vita, altera il rapporto con gli altri, disorienta l’identità. L’ospedalizzazione, poi, aggiunge ulteriori disagi e scatena una miriade di reazioni emozionali negative. L’incontro e l’interazione tra diversi ruoli umani e professionali, i ritmi e la fredda presenza dell’istituzione, la temporanea separazione dall’ambiente familiare, dalle abitudini e dalle relazioni quotidiane e, non ultimo, la malattia stessa, non rappresentano condizioni favorevoli per realizzare un’assistenza e un’esperienza di vita a misura di persona e tanto meno di bambino. Queste difficoltà sono note da tempo: risale al 1959 il famoso rapporto di Sir Harry Platt sulle condizioni di vita negli ospedali e nei reparti pediatrici del NHS (National Health Service), il prestigioso Servizio Sanitario britannico. Il rapporto, frutto di un’indagine condotta da una commissione di inchiesta parlamentare, istituita a seguito di episodi segnalati, mise in evidenza una situazione disastrosa dell’assistenza

Tesi di Laurea

Facoltà: Scienze della Formazione

Autore: Ivana Dimino Contatta »

Composta da 126 pagine.

 

Questa tesi ha raggiunto 18947 click dal 20/03/2004.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.