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La politica per l'impresa turistica nell'economia europea tra innovazione tecnologica e nuove professionalità

Nei primi anni Novanta, i Paesi membri dell’Unione Europea hanno affrontato, in nome dell’unificazione europea ed a causa di un rallentamento nella crescita, molteplici sacrifici che hanno risolto soltanto parzialmente le disparità economiche e sociali tra le nazioni. L’esigenza di stabilizzare sia i tassi di inflazione, di interesse e di cambio, sia il rapporto fra debito pubblico e PIL ha imposto cambiamenti strutturali nelle politiche macroeconomiche: per rispettare i parametri stabiliti dal Trattato Maastricht, i Governi (come ad esempio quello italiano) sono stati chiamati ad attuare cospicui tagli alla spesa pubblica e radicali riforme, con evidenti ripercussioni sugli strati più deboli e disagiati della popolazione (Fig. 1).
L’arresto della positiva tendenza dell’economia asiatica nel 1998, se a livello mondiale ha generato effetti negativi, nell’area dell’Euro ha determinato impatti moderati, considerato che il PIL ha registrato un incremento dello 0,3% grazie ad un buon andamento della domanda, anche se a ciò non è corrisposto un migliore funzionamento del mercato del lavoro, che comunque ha riportato un tasso medio di disoccupazione dell’11%. Soltanto quando vi è stata un’evidente ripresa della domanda estera (indotta dal progressivo deprezzamento dell’Euro) rispetto alla riduzione dei consumi (causata dalla perdita del potere di acquisto per il rialzo dei prezzi petroliferi), si sono manifestati segnali di rilancio nella crescita economica europea. Infatti, anche l’Italia e la Germania, che nel 1999 si sono distinte per uno sviluppo ampiamente inferiore alla media, hanno dimostrato una capacità di rilancio, favorita dalle prospettive di crescita dell’economia internazionale, che sono state disattese, però, già a partire dal secondo semestre del 2000 fino al 2001, anno in cui l’economia dell’Unione Europea è stata caratterizzata da un forte rallentamento, al punto che alcune politiche macroeconomiche sono risultate inadeguate.
Attualmente, l’economia dell’Unione Europea dipende sempre meno dall’industria e dall’agricoltura ed in misura rilevante dai servizi, che rappresentano il 67% del PIL ed il 65% dell’occupazione. E' prevedibile che questa tendenza proseguirà, accanto a quella di sperimentare un consolidamento della produzione nelle attività a più alto valore aggiunto da parte dei primi due settori. L’aumento degli scambi e degli investimenti esteri diretti ha comportato una graduale apertura delle economie nazionali dell’Unione sia verso gli Stati membri sia nei confronti del resto del mondo: il 32% ed il 31% del PIL dell’Unione, attribuito rispettivamente alle esportazioni ed alle importazioni effettuate alle soglie del Terzo Millennio, hanno confermato la crescita a lungo termine del commercio dell’UE, nonostante la presenza di fluttuazioni nel corso del ciclo economico; il 60% degli scambi avuto luogo all’interno dello spazio comunitario hanno mostrato la reciproca dipendenza tra i Paesi membri, sebbene sia contemporaneamente cresciuta anche l’interdipendenza con il resto del mondo (Commissione Europea, 2001).

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L’IMPRESA TURISTICA NELL’ECONOMIA EUROPEA 1.1. La politica comunitaria per la competitività dell’impresa europea Nei primi anni Novanta, i Paesi membri dell’Unione Europea hanno affrontato, in nome dell’unificazione europea ed a causa di un rallentamento nella crescita 1 , molteplici sacrifici che hanno risolto soltanto parzialmente le disparità economiche e sociali tra le nazioni 2 . L’esigenza di stabilizzare sia i tassi di inflazione, di interesse e di cambio, sia il rapporto fra debito pubblico e PIL ha imposto cambiamenti strutturali nelle politiche macroeconomiche: per rispettare i parametri stabiliti dal Trattato Maastricht 3 , i Governi (come ad esempio quello italiano) sono stati chiamati ad attuare cospicui tagli alla spesa pubblica e radicali riforme, con evidenti ripercussioni sugli strati più deboli e disagiati della popolazione (Fig. 1). 1 Durante gli anni 1990-1996, la crescita media del PIL nella Comunità Europea è stata soltanto dell’1,5%, valore inferiore a quello realizzato nella seconda metà degli anni Ottanta (3,3%) e durante gli anni 1974-1985 (2%). 2 Tutti gli indicatori macroeconomici hanno registrato anche dopo il 1995 lo stesso andamento dei primi anni Novanta, per cui è risultato evidente che dalla firma del Trattato di Maastricht il tasso di disoccupazione non è diminuito a sufficienza; il tenore di vita non è migliorato; la crescita economica si è arrestata; lo Stato sociale ha accusato una nuova crisi di identità. 3 Per raggiungere gli obiettivi fissati dall’Unione Europea è stato stabilito che, ciascun Paese, deve tenere conto dei seguenti parametri: il debito pubblico non deve superare il 60% del Prodotto Interno Lordo; il disavanzo effettivo o programmato non deve superare il 3% del PIL; il tasso di inflazione non deve superare dell’1,5% l’indice medio dei prezzi dei tre paesi con il tasso più basso; i tassi di interesse nominale sui titoli pubblici a lungo termine non devono superare di due punti percentuali la media dei tre migliori tassi registrati nei Paesi membri (Tsoukalis, 1997, pp. 216-217).

Tesi di Laurea

Facoltà: Economia

Autore: Nunzio Siani Contatta »

Composta da 105 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.