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''Io non son cieco ne la pittura'' Pietro Aretino e le arti figurative

Informazioni tesi

  Autore: Teresa Gravante
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2002-03
  Università: Università degli Studi di Napoli - Federico II
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Lettere
  Relatore: Pasquale Sabbatino
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 260

La figura di Pietro Aretino è di certo una delle più interessanti del Cinquecento. La sua personalità, ricca di sfaccettature e contraddizioni, si è prestata e si presterà a molteplici interpretazioni. Molti studiosi, isolandone dei singoli aspetti, ne hanno dato delle letture completamente opposte. Ci si è così trovati davanti ad un romantico esaltatore del «Genio», come lo ha visto Schlosser Magnino o, di volta in volta, davanti ad un pornografo, un consapevole critico d’arte o al contrario un dilettante appassionato, come lo definisce Larivaille.
Senza dubbio è l’autore che, più di ogni altro, è degno dell’appellativo manierista e del Manierismo incarna le contraddizioni.
Il presente lavoro si sofferma su un aspetto particolare della sua attività e della sua esistenza: il rapporto con l’arte dei contemporanei ed in particolare con i due giganti del suo tempo, Michelangelo Buonarroti e Tiziano Vecellio. Egli ama appassionatamente l’arte di entrambi, perché è immune da vincoli di scuola e da intenzioni teorizzanti: sono gli anni, infatti, in cui è in fase embrionale la querelle che a posteriori vedrà come antagonisti questi due artisti, tracciando un confine netto tra l’arte veneta, basata sul colore, e l’arte tosco-romana, basata sul disegno. Egli si interessa di tutto il mondo artistico che lo circonda, facilitato da un felice intuito e da un’attitudine da proto-giornalista che gli fa volgere lo sguardo a trecentosessanta gradi al suo presente. Per questo, oltre che a Michelangelo e a Tiziano, egli si dedica anche agli altri artisti ed in particolar modo a quelli dell’ambiente dove vive, a partire dal 1527: Venezia e la laguna veneta. Come è stato notato da Pozzi, quando si occupa di arte il suo sguardo si fa casto e la sua penna riesce a creare delle suggestive descrizioni ecfrastiche, dove una felice vena descrittiva gareggia col pennello dell’artista, appagando in parte le sue ambizioni giovanili di pittore mancato. Il suo rapporto con l’Arte viene indagato attraverso l’opera aretiniana che, forse più di ogni altra, ne riflette la complessa personalità, perché si propone come un dialogo aperto con la realtà: le Lettere.
Nella prima parte analizzando alcune componenti biografiche, vengono delineati i tratti della sua vicenda che maggiormente interessano il nostro studio. Nel farlo si deve tenere conto che la vicenda dell’Aretino declina inesorabilmente subito dopo la morte, nel 1556, a causa dell’immediata messa all’indice dell’intera produzione. In seguito a tale interdetto la sua figura subisce una damnatio memoriae, che tramanda fin quasi ai nostri giorni una memoria infame e malevola, come se l’Aretino fosse stato soltanto uno scrittore osceno. Solo recentemente si è cercato di inserirlo in una dimensione critica più obiettiva e si è anche cercato di diradare la coltre fumosa che egli stesso getta sulle proprie origini. Egli nasce ad Arezzo, nel 1492, anno fin troppo emblematico. La prima fase della sua esistenza si svolge tra Perugia, Roma, Mantova e Reggio, fino al decisivo approdo a Venezia, nel 1527. Nella città dove, per sua stessa ammissione, impara ad esser libero, dà origine ad un circolo artistico-letterario che ruota attorno a figure di spicco come Tiziano e Sansovino. Si inserisce con singolare intuito nel fiorente circuito editoriale, instaurando, a partire dal 1533, un duraturo e proficuo rapporto di collaborazione con l’editore Marcolini; insieme a lui e a quel gruppo di intellettuali minori, noti come poligrafi, attua una strategica operazione di commercializzazione della figura dell’intellettuale. In questo contesto, il suo «libro di Lettere» può essere considerato una vera e propria invenzione: esso, infatti, rappresenta un progetto unitario concepito dall’autore come risposta alle sollecitazioni ed agli stimoli a cui lo sottopone il vivace ambiente lagunare. Protagonista dei sei libri di Lettere, pubblicati tra il 1537 ed il 1557, è la legittimazione di un nuovo Pietro Aretino, che ripropone la propria immagine, adattandola alle nuove esigenze derivanti dall’affermazione della stampa e dal conseguente confronto con un pubblico, col quale è ora necessario interagire.

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PREMESSA La figura di Pietro Aretino è di certo una delle più interessanti del Cinquecento. La sua personalità, ricca di sfaccettature e contraddizioni, si è prestata e si presterà a molteplici interpretazioni. Molti studiosi, isolandone dei singoli aspetti, ne hanno dato delle letture completamente opposte. Ci si è così trovati davanti ad un romantico esaltatore del «Genio», come lo ha visto Schlosser Magnino o, di volta in volta, davanti ad un pornografo, un consapevole critico d’arte o al contrario un dilettante appassionato, come lo definisce Larivaille. Senza dubbio è l’autore che, più di ogni altro, è degno dell’appellativo manierista e del Manierismo incarna le contraddizioni. Il presente lavoro si sofferma su un aspetto particolare della sua attività e della sua esistenza: il rapporto con l’arte dei contemporanei ed in particolare con i due giganti del suo tempo, Michelangelo Buonarroti e Tiziano Vecellio. Egli ama appassionatamente l’arte di entrambi, perché è immune da vincoli di scuola e da intenzioni teorizzanti: sono gli anni, infatti, in cui è in fase embrionale la querelle che a posteriori vedrà come antagonisti questi due artisti, tracciando un confine netto tra l’arte veneta, basata sul colore, e l’arte tosco-romana, basata sul disegno. Egli si interessa di tutto il mondo artistico che lo circonda, facilitato da un felice intuito e da un’attitudine da proto-giornalista che gli fa volgere lo sguardo a trecentosessanta gradi al suo presente. Per questo, oltre che a Michelangelo e a Tiziano, egli si dedica anche agli altri artisti ed in particolar modo a quelli dell’ambiente dove vive, a partire dal 1527: Venezia e la laguna veneta. Come è stato notato da Pozzi, quando si occupa di arte il suo sguardo si fa casto e la sua penna riesce a creare delle suggestive descrizioni ecfrastiche, dove una felice vena descrittiva gareggia col pennello dell’artista, appagando in parte le sue ambizioni giovanili di pittore mancato. Il suo rapporto con l’Arte viene indagato attraverso l’opera aretiniana che, forse più di ogni altra, ne riflette la complessa personalità,

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