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Il contratto di convivenza nel common law inglese

Informazioni tesi

  Autore: Benedetta Maria Campana
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2001-02
  Università: Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia
  Facoltà: Giurisprudenza
  Corso: Giurisprudenza
  Relatore: Maria Donata Panforti
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 143

Il fenomeno della convivenza non matrimoniale sta diffondendosi molto rapidamente in tutto il mondo occidentale. Purtroppo la disciplina legislativa non si è sviluppata di pari passo con l'affermazione di questo tipo di unione, lasciando privi di tutela aspetti rilevanti della vita di coppia. Gli stessi aspetti, invece, sono accuratamente disciplinati quando si riferiscano all'unione matrimoniale. Questa la tendenza generale. Non bisogna, però, dimenticare che il fenomeno assume caratteristiche diverse a seconda della tradizione giuridica dei vari Paesi. Particolare è la posizione dell'ordinamento inglese. La soluzione legislativa a questo vuoto normativo è allo stato attuale ancora lontana, anche se le proposte rivolte al Parlamento non mancano e sono oggetto di studi approfonditi. La situazione, in effetti, non è così semplice: si tratta di conciliare interessi e ideologie contrastanti. Il problema fondamentale è quello di riconoscere le convivenze more uxorio senza ostacolarle e senza discriminare la posizione dei cohabitants rispetto agli sposi al fine di dissuaderli dal contrarre questo tipo di unione. L'obiettivo che qui ci si prefigge è quello di chiarire in che modo l'ordinamento inglese è giunto ad accogliere le convivenze non matrimoniali e i contratti che ne discendono, valutando le possibili soluzioni che la giurisprudenza ha adottato nel corso del tempo per supplire alle lacune lasciate incautamente dal legislatore. Attraverso un'analisi delle caratteristiche che l'istituto matrimoniale assume in Inghilterra si giunge alla valutazione delle conseguenze che l'applicazione del Common Law Marriage determina sulla disciplina matrimoniale. Oggetto di approfondimento è anche il sentiero lungo e tortuoso che le Corti inglesi hanno percorso per riuscire ad accogliere la possibilità che i conviventi - al pari degli sposi - possano concludere contratti per tutelare la loro unione. All'interno della coppia è possibile raggiungere qualunque tipo di accordo: la difficoltà sarà quella di far valere il contenuto del contratto in giudizio in caso di controversia. Nella soluzione delle questioni inerenti la coppia le Corti, infatti, fanno riferimento allo schema del contratto commerciale di scambio, utilizzando in particolare gli strumenti del "constructive trust" e del "proprietary estoppel". In questo modo, però, la tutela è limitata agli aspetti patrimoniali del rapporto. Per gli accordi di altra natura, le Corti non hanno strumenti da applicare in via analogica, quindi il problema della mancanza di tutela delle coppie conviventi rimane: l'autotutela è una strada apparentemente buona, ma se non si può far valere in giudizio il contenuto dell'accordo, si è di nuovo sprovvisti di garanzie, non solo a causa del legislatore, ma anche della giurisprudenza. Si tratta di verificare se nel tempo le Corti inglesi siano riuscite a trovare una soluzione a questa lacuna normativa. Il contenuto degli cohabitation contracts, infatti, può essere variabile: molto spesso esso ha per oggetto la separazione dei beni, le modalità per il mantenimento del partner economicamente più debole e l'assegnazione della casa familiare in vista di una eventuale separazione; altre volte esso contiene accordi sulla successione per evitare che il partner supersite sia privato dell'eredità, morendo l'altro senza aver fatto testamento (in tal caso si utilizza di preferenza lo strumento del testamento reciproco o congiuntivo); ancora ci si può accordare sui figli, incontrando però grosse limitazioni imposte dalla legge a tutela dei minori e limitandosi, a causa di ciò, a risolvere per via pattizia il problema della parental responsability. Se un bambino nasce da genitori sposati, infatti, la legge attribuisce a entrambi in via automatica la responsabilità del figlio. Nel caso in cui, invece, il bambino nasca da un'unione di fatto, la legge attribuisce la responsabilità alla sola madre. Per coinvolgere il padre è necessario il consenso della madre e la volontà del padre di occuparsi del figlio; e tutto questo deve risultare da un atto formale.
Un altro problema che viene affrontato è quello della validità del contratto di convivenza. Per lungo tempo, infatti, è stato considerato invalido per contrarietà alla public policy, lasciando in tal modo scoperta la tutela delle coppie conviventi. Il processo di maturazione delle Corti inglesi sia è svolto in modo problematico e tuttora queste non seguono un orientamento univoco nell’accoglimento dei cohabitation contracts.

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