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La dottrina Bush. Un'analisi storica e critica.

Informazioni tesi

  Autore: Francesco Francescaglia
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2002-03
  Università: Università degli Studi di Perugia
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Scienze Politiche
  Relatore: Fulvio D'Amoja
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 311

La tesi analizza la dottrina di politica estera del Presidente degli Stati Uniti d'America George W. Bush, elaborata in seguito agli attentati dell'11 settembre, con particolare riferimento al tentativo di ridefinizione delle relazioni internazionali con le altre grandi potenze e con le organizzazioni internazionali.
Contiene la case-history delle crisi con l'Afghanistan, l'Iraq e la Corea del Nord.
Analizza inoltre: il tentativo di trasformazione delle forze armate statunitensi, la dottrina della guerra preventiva e il ruolo dei neoconservatori.

Dall’analisi del principale documento strategico in cui è espressa la dottrina Bush, la National Security Strategy of the United States of America, risulta evidente che le nuove minacce alla sicurezza nazionale sono individuate nel terrorismo internazionale, negli stati canaglia e nella diffusione delle armi di distruzione di massa, che potrebbero essere utilizzate tanto dalle reti terroristiche, quanto dai leaders senza scrupoli nemici degli Stati Uniti. Da una lettura più approfondita, però, emerge la considerazione che l’attenzione della dottrina Bush sia centrata in particolare sugli stati canaglia, piuttosto che, come ci si aspetterebbe, dopo l’11 settembre, sul terrorismo internazionale.
La USNSS presenta la pre-emptive war come la grande innovazione strategica in grado di sostituire il contenimento e la deterrenza. Anche in questo caso risulta difficile comprendere appieno il senso di questa nuova strategia. Se da un lato, infatti, essa è presentata come la risposta adeguata alle minacce più gravi e imminenti, dall’altro, nella stessa USNSS, si legge che l’azione preventiva deve essere attuata prima che gli stati canaglia siano in grado di rendere operative ed effettivamente utilizzabili le WMD. Un esempio concreto di questo paradosso è il comportamento statunitense nei confronti dell’Iraq e della Corea del Nord. L’Iraq, che come i fatti fino ad oggi dimostrano non possedeva WMD, ha subito un attacco preventivo, mentre la Corea del Nord, che ha dichiarato di possedere testate nucleari, non è stata attaccata né sembra in procinto di esserlo.
Questo ragionamento appare meno paradossale se si conclude che la USNSS, e dunque la dottrina Bush, sia stata concepita come una tattica per l’intervento militare in l’Iraq e non come una strategia generale.
La dottrina della guerra preventiva ha suscitato un notevole dibattito sulla sua conformità al diritto internazionale: si è cercato di dimostrare che la dottrina, pur essendo divisa, propende sostanzialmente per la tesi secondo cui la pre-emptive war violerebbe il diritto internazionale.
La dottrina Bush si caratterizza per l’affermazione esplicita dell’unilateralismo; l’Amministrazione statunitense, cioè, intende agire da sola, dettando agli alleati “occasionali”, che costituiscono le c.d. coalizioni dei volenterosi, le condizioni per partecipare alle missioni. Il rapporto con le Nazioni Unite, nelle enunciazioni e nei fatti, è assai problematico. Il tratto caratteristico della dottrina Bush è proprio quello di voler ridefinire, diminuendolo, il ruolo delle organizzazioni internazionali; non solo dell’ONU, ma anche della NATO. Tutto ciò che può costituire un impedimento e rallentare l’azione politica degli Stati Uniti viene visto con diffidenza. Agire unilateralmente, però, richiede una grande forza e una notevole capacità di assorbirne i costi politici. Gli Stati Uniti non sembrano, però, essere in grado di farlo.
Gli Stati Uniti d’America, sicuramente la maggiore potenza globale rimasta sulla scena post-bipolare, dopo essere stati i garanti della libertà politica e dell’ordine economico per mezzo secolo ed aver promosso i grandi progetti multilaterali e sopranazionali del ‘900, non hanno saputo compiere i passi necessari per portare a compimento, venuto meno l’ostacolo della contrapposizione bipolare, i processi di costruzione di un ordine mondiale regolato in modo democratico. Le altre grandi potenze, d’altronde, non hanno certo saputo fare di meglio.
Il mondo continua a rimanere intrappolato nelle molteplici dinamiche dei nazionalismi e dei conflitti armati. La guerra, il più atroce fenomeno di massa prodotto dall’umanità, la violenza, la povertà, le morti per malnutrizione e mancanza di acqua, l’impossibilità di acquistare medicinali per curare e prevenire le malattie che flagellano le popolazioni del continente africano, continuano ad essere dimensioni reali di un’umanità che si vanta dei progressi conquistati, ma continua ad ignorare i veri problemi.
Di fronte a tali questioni la logica di potenza si rivela un esercizio crudele e cinico che impedisce alla politica, nonostante la pressante richiesta proveniente dalle moltitudini, di assumersi la responsabilità di costruire un altro mondo possibile.

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INTRODUZIONE Dopo la caduta del muro di Berlino e la dissoluzione dell’Unione Sovietica gli stati, ed in particolare le grandi potenze, non hanno saputo ridefinire le priorità della politica internazionale ed individuare le strategie adeguate a governare la nuova fase post-bipolare. Gli Stati Uniti d’America, nel corso degli anni Novanta, hanno promosso politiche spesso contraddittorie e prive di ampio respiro. Gli stati europei, concentrati nella costruzione prevalentemente economica dell’Unione Europea sono stati incapaci di presentarsi sulla scena internazionale con una voce unitaria e sono, pertanto, risultati privi di rilevanza politica strategica. La Cina ha dovuto affrontare notevoli cambiamenti, che hanno generato spettacolari tassi di crescita del prodotto interno, ma in politica estera, per quanto attiene alle questioni globali, si è limitata ad attendere e ad osservare gli eventi, aspettando, probabilmente, di consolidare la sua potenza, che le consentirà di giocare un ruolo da protagonista assoluto nella politica internazionale. La Russia solo recentemente è riuscita ad avviare la ricostruzione politica ed economica del paese, anche se il cammino per riguadagnare un peso politico paragonabile a quello dell’Unione Sovietica appare quanto mai lungo e tortuoso. Nel corso degli anni Novanta la globalizzazione dei mercati è stato il maggior problema di cui si è occupata la politica internazionale. La

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