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Sanzioni economiche e tutela dei diritti dell'uomo

Informazioni tesi

  Autore: Cristiano Quattrini
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2001-02
  Università: Università degli Studi di Torino
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Scienze Internazionali e Diplomatiche
  Relatore: Silvia Cantoni
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 207

Il mio lavoro si prefigge lo scopo, attraverso un’analisi di natura giuridica, ma con il contributo di teorie anche economiche, politologiche, storiche, e sociali, di illustrare come le sanzioni non siano ormai più solo la “continuazione della politica con altri mezzi”, bensì come esse, al pari delle guerre che vanno a sostituire, possano determinare quelle stesse situazioni di illecito che si prefiggono di punire, in particolare per quanto riguarda i diritti dell’uomo; questa fattispecie è determinata, in particolare, dal venir meno del principio di proporzionalità rispetto all’illecito commesso, ovvero dall’utilizzo delle misure economiche come strumento di mera pressione politica.
Se è vero che, dal tempo dell’ultima guerra mondiale, l’istituto delle sanzioni economiche si è sempre più diffuso, è anche vero che al maggior numero di episodi non è susseguita una sufficiente opera di regolamentazione del complesso di normative e prassi che le riguardano: è tuttora attuale la concorrenza di competenze fra gli organi universali delle Nazioni Unite e l’iniziativa individuale dei singoli Stati, e sempre più spazio cercano, in materia, le organizzazioni regionali e settoriali, insieme alle libere associazioni di Stati.
In particolare, principale imputato della discussione è il Consiglio di Sicurezza, barcollante fra il ruolo di garante neutrale della pace e quello di arbitro di parte nella risoluzione delle controversie internazionali. La disamina sul potere del Consiglio di mantenere la pace senza ricorrere alle “misure implicanti l’uso della forza” indicate nell’articolo 42 della Carta è la discussione sulle Nazioni Unite stesse, sul loro passato, sulla loro utilità presente, e sul loro futuro.
Nel corso dei decenni, in parallelo al concetto di illecito internazionale, sempre più strada si è fatta nella definizione delle cosiddette “gross violations”, cioè della più alta manifestazione di violazione dei diritti dell’uomo. Ma qual è il vero rapporto fra le violazioni dei diritti dell’uomo che quotidianamente hanno luogo sulla scena internazionale, e le misure, in particolare quelle economiche, che si prefiggono di combatterle, ma che sempre più spesso vengono accusate di provocarne ulteriori?
Lungi dal raggiungere una risposta definitiva, questo lavoro cerca di porre un po’ di ordine in una situazione confusa, dove le misure vincolanti delle Nazioni Unite si scontrano con la natura volontaria dell’adesione alle Convenzioni in materia umanitaria, dove la globalizzazione dei mercati deve quotidianamente fronteggiare le misure di embargo e di deviazione commerciale, dove ogni nuova risoluzione può dar luogo ad un dibattito di legittimità, dove la collaborazione dei molti viene messa in dubbio dalla titubanza e dall’agire di molti altri.
Il filo conduttore di questa dissertazione è duplice: da un lato, ho cercato di definire lo spazio delle sanzioni economiche all’interno della vasta gamma di misure che lo Stato, e la comunità internazionale nel suo complesso, possono intraprendere di fronte alla violazione delle norme del diritto internazionale; è così apparso un impianto giuridico confuso, per così dire “in fieri”, nel quale la normativa pattizia non è ancora riuscita a fare ordine, e per il quale si è ancora restii a riconoscere l’esistenza di sufficienti norme consuetudinarie.
Dall’altro lato, e a suffragio di queste considerazioni, nella seconda parte della trattazione sono state prese in considerazione alcune fattispecie particolari, casi emblematici del comportamento delle diverse istituzioni internazionali e dei diversi Paesi di fronte agli illeciti internazionali, o ai presunti tali. Ciò che è emerso è una fotografia della situazione sostanzialmente neutrale, scevra di quelle implicazioni ideologiche che troppo spesso, soprattutto attraverso la stampa e i media, hanno inquinato la vera natura dei conflitti internazionali, ma senza però tralasciare quei dati e quelle statistiche che appaiono indispensabili, a mio avviso, al fine di misurare il reale impatto delle sanzioni economiche sugli Stati contro i quali vengono imposte.
Basandomi sui dati raccolti, ho cercato infine di chiarire il punto della situazione; il risultato è stato un quadro, a tinte sovente troppo forti, che mostra, in conclusione, la misura della lunga strada ancora da percorrere, affinché le sanzioni economiche possano integrarsi efficacemente con quei diritti dell’uomo che si propongono di difendere, ma che troppo spesso sono accusate di violare.

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vi Premessa “La guerra non è altro che la continuazione della politica con altri mezzi” , sosteneva Karl von Klausewitz nel 1932, per evidenziare l’indissolubile legame che sussiste fra il conflitto bellico internazionale e la vita quotidiana dello Stato. Da allora, sono ormai passati alcuni decenni; l’esperienza della Seconda guerra mondiale, insieme con i massacri che ne conseguirono, ha profondamente mutato gli animi della comunità internazionale: la guerra non ammette più giustificazioni, e da elemento naturale dell’esperienza statale quale era, viene ora destinata alla soluzione estrema di situazioni d’emergenza. Ciò che gradualmente, nel corso del tempo, ha preso il posto della guerra, fra tutte le possibili tipologie di interazioni fra gli attori della scena mondiale, sono state le sanzioni economiche. Parte di un più ampio progetto “pacifico” per la risoluzione delle controversie internazionali e per la repressione degli illeciti, insieme ai mezzi diplomatici e alle pressioni politiche, le sanzioni economiche si propongono di “continuare la politica” attraverso la manipolazione pacifica degli strumenti commerciali. Questa tipologia di misure si inserisce a pieno nella cornice istituzionale creata e protetta dall’Organizzazione delle Nazioni Unite, la quale, statuendo il divieto imperativo dell’uso della forza nella gestione delle questioni internazionali, cerca di raggiungere i fini individuati nell’articolo 1 della propria Carta, e, in via più generale, di tutelare la pace ed assicurare a tutti gli Stati membri il raggiungimento di una situazione di relativa sicurezza internazionale. Attraverso il capitolo VII, le Nazioni Unite attribuiscono ad un organo, il Consiglio di Sicurezza, la responsabilità di attuare quelle misure “non implicanti l’uso della forza” necessarie a garantire la sicurezza

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