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L'Unione Monetaria Europea e i sistemi di pagamento. Analisi giuridico-istituzionale.

L’Europa ha storicamente manifestato avversione per regimi di cambio fluttuanti. La continua ricerca delle condizioni di stabilità valutaria si può spiegare per tre ragioni fondamentali.
Innanzitutto è importante ricordare il grado di apertura dell’economia europea. L’unione nel suo insieme è un’area relativamente chiusa almeno se paragonata ad altri paesi come Stati Uniti e Giappone. Tuttavia gli Stati europei sono tra loro piuttosto integrati tanto che più di metà del loro complessivo commercio risulta essere intracomunitario.
In secondo luogo possono intervenire considerazioni storiche. Il periodo tra le due guerre mondiali ha infatti dimostrato la pericolosità di regimi di cambi flessibili. Gli anni ‘20 e ‘30 sono stati teatro di frequenti svalutazioni competitive. Il risultato è stato quello di determinare condizioni finanziarie caotiche impressionanti, livelli di disoccupazione e l’adozione di pratiche protezionistiche che probabilmente contribuirono all’esplosione del fascismo.
Tuttavia la ragione che più delle altre contribuisce a spiegare l’avversione dei paesi europei per la variabilità dei cambi è da mettere in relazione con la creazione nel secondo dopoguerra di istituzioni comunitarie che hanno richiesto, per la loro sopravvivenza, condizioni di stabilità valutaria.
Il Trattato di Roma specifica all’art. 107 che: “ogni stato membro considera la propria politica in materia di tassi di cambio come un problema di interesse comune”.
Più di ogni altra cosa, tuttavia, è l’obiettivo di un mercato comune privo di barriere al commercio nel quale beni, servizi, lavoro e capitali possano circolare senza impedimenti che richiede tale stabilità. Le burrascose vicende che nell’estate del 1992 ne hanno determinato il sostanziale fallimento hanno avuto conseguenze rilevanti per l’intero processo di integrazione europea in maniera quasi paradossale.
Gli anni ‘90 sono stati accompagnati dai migliori auspici: la fine della guerra fredda e la riunificazione delle due Germanie sembravano schiudere nuovi orizzonti di pacificazione e di collaborazione mondiale. Sul piano economico l’andamento della produzione giustificava queste aspettative. In Europa tutto ciò si era tradotto in un rinnovato spirito di integrazione culminato nella ratifica del trattato di Maastricht. In esso si gettavano le basi per la transizione verso l’Unione comunitaria, premessa di una futura più robusta collaborazione magari di stampo politica. La crisi dello SME nel 1992 assieme all’instabilità valutaria che ne è seguita, la dura recessione economica che scosse l’Europa proprio durante i primi anni ’90 e gli esiti negativi o incerti dei referendum in Danimarca e in Francia hanno invece smentito ogni facile ottimismo. Malgrado l’iniziale slancio verso la creazione di maggiori forme di integrazione europea sia stato, per le ragioni esposte, parzialmente frenato, non si può non osservare forse con una certa sorpresa che il processo di costruzione dell’Unione monetaria europea ha seguito, nonostante tutto con decisione, i tempi e le condizioni specificate dal trattato di Maastricht.
Nel Gennaio del 1999 un nucleo iniziale di paesi è passato dalla “fase II“ alla attuale “fase III” del progetto caratterizzato da regime di cambi irrevocabilmente fissi.
Quindi nel Gennaio del 2002 si realizzerà definitivamente il passaggio alla moneta unica “l’Euro” con conseguente scomparsa delle singole monete nazionali. Interrogarsi sulla portata di questo progetto, capirne i punti di forza e di debolezza e cercare di cogliere quali conseguenze provocherà per gli operatori finanziari e non, è gioco forza.
In questa tesi in particolare mi sono soffermata ad analizzare gli impatti sui sistemi dei pagamenti e sui mercati monetari che la realizzazione della moneta unica potrebbe avere. L’obiettivo principale della Banca Centrale Europea in coordinazione con le altre banche centrali è quello di garantire la stabilità

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1 L’Europa ha storicamente manifestato avversione per regimi di cambio fluttuanti. La continua ricerca delle condizioni di stabilità valutaria si può spiegare per tre ragioni fondamentali. Innanzitutto è importante ricordare il grado di apertura dell’economia europea. L’unione nel suo insieme è un’area relativamente chiusa almeno se paragonata ad altri paesi come Stati Uniti e Giappone. Tuttavia gli Stati europei sono tra loro piuttosto integrati tanto che più di metà del loro complessivo commercio risulta essere intracomunitario. In secondo luogo possono intervenire considerazioni storiche. Il periodo tra le due guerre mondiali ha infatti dimostrato la pericolosità di regimi di cambi flessibili. Gli anni ‘20 e ‘30 sono stati teatro di frequenti svalutazioni competitive. Il risultato è stato quello di determinare condizioni finanziarie caotiche impressionanti, livelli di disoccupazione e l’adozione di pratiche protezionistiche che probabilmente contribuirono all’esplosione del fascismo. Tuttavia la ragione che più delle altre contribuisce a spiegare l’avversione dei paesi europei per la variabilità dei cambi è da mettere in relazione con la creazione nel secondo dopoguerra di istituzioni comunitarie che hanno richiesto, per la loro sopravvivenza, condizioni di stabilità valutaria. Il Trattato di Roma specifica all’art. 107 che: “ogni stato membro considera la propria politica in materia di tassi di cambio come un problema di interesse comune”. Più di ogni altra cosa, tuttavia, è l’obiettivo di un mercato comune privo di barriere al commercio nel quale beni, servizi,

Tesi di Laurea

Facoltà: Economia

Autore: Delmira Palmitessa Contatta »

Composta da 161 pagine.

 

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Consultata integralmente 7 volte.

Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.