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Lo spettacolo della morte e i suoi aspetti politici

Partendo dall'analisi del racconto di Kafka, "Nella colonia penale", la tesi è volta ad analizzare come, all'interno di una collettività organizzata, la persecuzione di un soggetto, la sua messa a morte e lo spettacolo della sua uccisione abbiano rappresentato, nel corso della storia delle società umane, un valido strumento nelle mani delle istituzioni politiche per fronteggiare le proprie crisi di potere. L'uccisione di un singolo, gìà collocato in una posizione di marginalità rispetto al centro del potere, ha fin dall'antichità costituito un mezzo per l'affermazione e il consolidamento dei valori di una collettività organizzata attorno a un sistema istituzionale consolidato.
La spettacolarizzazione dell'uccisione del capro espiatorio rende questo strumento politico un mezzo che ricorre all'ambito del religioso e del sacro, all'interno del quale la violenza assume due diverse connotazioni: una, negativa, di violenza distruttrice e disgregativa della società; un’altra, positiva, di violenza fondativa e rigeneratrice della stessa.
Sono state prese in considerazione tre forme differenti di spettacolo persecutorio: la tragedia greca, lo spettacolo dei gladiatori a Roma, le esecuzioni in piazza nel medioevo. Nell'analisi di queste forme di spettacolo si sono evidenziati i vari aspetti sia dell'evoluzione del suppliziato da vittima a condannato, sia di quella degli strumenti persecutori nelle mani delle istituzioni al potere.

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INTRODUZIONE Il primo confronto che l’Uomo ha con la morte è nello sguardo rivolto al corpo di un defunto. La curiosità nei suoi confronti è un elemento che caratterizza la sua vita fin dall’infanzia, non per una sorta di macabra perversione, ma perché nulla come la sensazione del confronto visivo con la morte, ci fa sentire vivi, sopravvissuti 1 . Nella mente umana, la visione della morte scatena una serie di sensazioni estreme, che ci allontanano da quel quotidiano livello di razionalità su cui siamo soliti orientarci: quella della morte è, infatti, l’ultima soglia per eccellenza, aldilà della quale, l’intero sistema delle nostre certezze non esiste più. L’inconscia consapevolezza della precaria situazione umana rende la morte sacra ai nostri occhi: tentando di sfuggirgli per tutta la vita, il solo nominarla sembra innalzare intorno a noi un’aurea di negatività che ci fa irrigidire; eppure, ci confrontiamo con essa ogni giorno. Da sempre l’Uomo ne ha quotidiana esperienza in modo diretto o indiretto. Da sempre l’Uomo è spettatore e attore del momento culminante della sua vita: ogni giorno egli si confronta con la precarietà della propria esistenza, con il suo essere effimero. Proprio per questa sua natura, la vita dell’Uomo e di ogni sua emanazione culturale e politica non può che reggersi su una trama sottilissima di certezze caduche, che lo sorreggono in un instabile equilibrio. L’idea di approfondire un aspetto tanto oscuro della dimensione umana, nasce dalla necessità di rispondere ad una domanda: come è possibile assistere, senza inorridire, alla morte e alla tortura di un altro uomo? La storia è ricca di esempi di persecuzione che, se hanno avuto un carnefice e delle vittime, hanno di per certo avuto un pubblico, che ha assistito, ma anche istigato alla violenza e partecipato emotivamente al macabro spettacolo. Diffidando del fatto che epoche storiche, o addirittura realtà nazionali o sociali, possano quasi “geneticamente” generare mostri simili, ho tentato di indagare qual è quel meccanismo, intrinseco ad ogni essere 1 Elias CANETTI, Massa e potere, Adelphi, Milano, 2001, p.274

Tesi di Laurea

Facoltà: Scienze Politiche

Autore: Claudia Covelli Contatta »

Composta da 133 pagine.

 

Questa tesi ha raggiunto 5230 click dal 20/03/2004.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.