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I popoli del GULag - strategia etnica del regime stalinista

Informazioni tesi

  Autore: Alessio Trovato
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 1998-99
  Università: Università degli Studi di Macerata
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Scienze politiche e delle relazioni internazionali
  Relatore: Angelo Ventrone
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 247

...Il lavoro è stato diviso in tre capitoli, tante sono le categorie di deportazioni che vengono individuate: deportazioni parziali su base etnica, deportazioni etniche totali e deportazioni di popolazioni non autoctone. La distinzione ha finalità specifiche: se alle deportazioni su base etnica dalle finalità denazionalizzanti, russificatrici (si veda il caso dei paesi baltici), oggi corrisponde una tendenza in senso opposto derussificatrice, rinazionalizzante, alle deportazioni etniche totali dei popoli ‘puniti’ di Crimea, Ciascaucasia e Calmucchia oggi corrispondono richieste di autonomia e spesso di rivalsa più marcate che, nella particolarità caucasica, assumono i toni della drammatica cronaca nota anche a noi occidentali. In un capitolo distinto, per quanto breve, vengono considerati anche i casi di tutte quelle popolazioni non autoctone o ‘minori’ che subirono deportazioni. Tedeschi del Volga, coreani dell’estremo oriente dell’URSS, greci del Mar Nero e della Crimea, bulgari e armeni di Crimea, turchi mescheti, curdi e chemensini del Caucaso, armeni, turchi e curdi georgiani, mingreli e iraniani della Georgia, basmac’ dal Tagikistan, vennero deportati con le argomentazioni più varie e speciose, senza considerare che se la morte non avesse interrotto Stalin nel ’53, una probabile enorme deportazione di massa avrebbe costretto tutti gli ebrei dell’Unione all’esilio nella ‘Repubblica degli Ebrei’ del Birobizhan e la paranoia che oramai stringeva la mente dello stesso Stalin non avrebbe dato scampo a chissà quanti altri. Tutte queste popolazioni non autoctone vennero deportate nel silenzio e nell’indifferenza generale, e se a tutt’oggi forti rivendicazioni non sono avanzate da parte dei discendenti, questo è probabilmente dovuto proprio al fatto che si trattava di popolazioni già di per sé emigranti o nomadi o seminomadi e comunque non così radicate nel territorio da poter successivamente riproporre la loro presenza. Con questo certamente non si intende affermare che l’epopea di queste popolazioni ‘minori’ sia stata meno grave delle altre, si intende semplicemente indicare una distinzione di cause che comporta distinzione di effetti: mentre i popoli autoctoni ‘puniti’ presto o tardi tornarono nelle terre di origine (si pensi ad esempio al caso dei tatari crimeani che iniziarono a tornare solo dopo la riabilitazione definitiva del 1989), mentre i popoli che subirono la russificazione videro compressa la loro identità senza per altro mai negarla, le popolazioni non autoctone non tornarono mai negli insediamenti coercitivamente lasciati né a tutt’oggi ne hanno fatto rivendicazione.
Altro argomento di particolare attenzione nel lavoro sarà la considerazione delle motivazioni che spinsero il regime a risoluzioni tanto drastiche quali le deportazioni di massa.
L’immenso arcipelago dell’Amministrazione Statale dei Campi, il GULag ( Gosudarstvennoje Upravlenie Lagherej ), alla morte di Stalin, tra colonie speciali, campi a regime speciale, campi di lavoro, colonie di lavoro, contava più di cinque milioni di deportati, almeno la metà dei quali per ragioni puramente etniche. Per quanto umanamente ingiustificabili i processi mentali di Stalin vanno pur analizzati. Che l’assolutista georgiano soffrisse di gravi disturbi della personalità lo sappiamo dalle tante biografie: sindromi persecutorie e di inferiorità si alternavano a parafrenie medianiche, il culto della personalità non fu che uno dei fatti a dimostrazione del personaggio. Per altro, dietro le decisioni, per quanto allucinanti, una logica tuttavia vi era, cinica allucinante essa stessa, pure molto precisa. Come i pezzi su di una scacchiera interi popoli vennero spostati a seconda delle finalità del gioco: se tatari crimeani, ceceni, karaciaj, balcari, ingusci, erano di religione islamica e perciò simpatizzanti con la pericolosa Turchia, allora non potevano che andare ‘mossi’ in settori lontani dove non potevano essere di appoggio ai piani panturanici turchi; se Calmucchi buddisti, anche solo in teoria, avrebbero potuto assecondare gli interessi della vicina Cina, allora perché non spostarli in Siberia a colonizzare territori tanto depressi da non invogliare alcun pioniere di propria iniziativa neppure all’esplorazione? Oggi sappiamo che le accuse di tradimento cadute sul capo di questi popoli per aver favorito la penetrazione dell’esercito nazista non furono altro che speculazioni macchinate nel tipico stile staliniano.
La seconda parte del lavoro consiste in una collezione di documenti (provenienti dagli archivi ГАРФ) presentati prima nella versione originale integrale in lingua e poi tradotti.
In ultimo, viene presentata una ricostruzione dell’atlante del GULag...

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____________________________________________________________ I popoli del GULag ________ 5 Introduzione Questo lavoro inizia in Lettonia nell’estate del 1995. Nikolaj Belakov, un amico scacchista, mi invitò nella città di Riga per partecipare ad un torneo. Ebbi allora la possibilità di conoscere un paese dalle potenzialità illimitate e peraltro già splendido, che tuttavia soffriva ancora di contraddizioni e retaggi lasciati da una storia sofferta. In particolare, rimasi colpito dalla questione etnica: un paese diviso esattamente a metà tra due popoli affatto integrati dove ognuno conosce la lingua dell’altro ma parla la propria. Lo straniero non distingue tra russi e lettoni ma percepisce un’atmosfera di attrito più a meno latente che a volte diventa addirittura insofferenza, della quale non riesce tuttavia a cogliere il significato né le origini. Fu allora che scelsi la mia tesi: mi sarei rivolto allo studio della storia per cercare di capire le cause recondite delle difficoltà di convivenza delle quali non potevo allora che constatare l’esistenza, senza capirne le ragioni. Cultura, tradizioni, identità propria, un ventennio di indipendenza ed autonoma esperienza politica e costituzionale, emersero ben presto dagli studi iniziati alla Biblioteca Nazionale di Riga e la Ablietu Ministrijas Biblioteka; poi gli anni della dipendenza prima dall’URSS poi dal regime nazista, poi ancora dal regime sovietico e le testimonianze drammatiche del museo Biedriba Rigas Memorial interamente dedicato alle deportazioni e alle repressioni subite dal popolo lettone durante il regime di Stalin. Le discriminazioni che avvengono in questo paese oggi a ruoli invertiti, seppure non giustificabili, vengono tuttavia spiegate da una storia di sofferenze e drammi ed una quantità di documenti e testimonianze si offrono al ricercatore a

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