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Point in time tecnologies e indeterminatezza dell'equilibrio

Informazioni tesi

  Autore: Massimiliano Vacca
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 1997-98
  Università: Università degli Studi di Cagliari
  Facoltà: Economia
  Corso: Economia Politica
  Relatore: Massimiliano Vacca
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 40

La teoria della crescita endogena, sviluppatasi a partire dagli anni ottanta, nasce per rimuovere i li-miti incontrati da tale approccio nell’affrontare il problema della dinamica economica di lungo periodo. In questa letteratura, l’elemento chiave che determina un tasso di crescita positivo di stato stazionario è rappresentato dalla presenza di funzioni di produzione con rendimenti costanti rispetto ai fattori produttivi che possono essere accumulati: in questo caso può facilmente dimostrarsi che il tasso di crescita di steady state è positivo ed è endogeno in quanto dipende esclusivamente da va-riabili interne al modello stesso.
La possibilità di arrivare ai rendimenti costanti rispetto ai fattori produttivi che possono accumularsi è stata individuata in diversi contesti; i modelli hanno spesso due fattori accumulabili che vengono prodotti in due settori diversi. Uno di questi beni è generalmente il capitale fisico, l’altro, invece, è, a seconda dei modelli, il capitale umano, il capitale pubblico, la conoscenza, la qualità dei prodotti o, addirittura, il capitale finanziario. Di solito l’analisi è rivolta allo studio dello steady state, dove si suppone che tutte le variabili nell’economia crescano al loro tasso di crescita di lungo periodo. L’eventuale squilibrio tra i due beni capitali dei due settori è la causa di un possibile periodo di transizione nel quale le variabili non si comportano come previsto nell’analisi di steady state. Se un evento, come una guerra o uno shock nel sistema dei prezzi, dovesse distruggere larga parte dello stock di capitale fisico, lasciando relativamente inalterato lo stock dell’altro fattore accumulabile, il sistema economico dovrà ricreare l’equilibrio tra i tassi di crescita dei due beni capitali, ed avere quindi un tasso di crescita per lo stock di capitale fisico maggiore rispetto a quello che caratterizza lo steady state . Lo studio della dinamica di transizione, quindi del percorso che il sistema econo-mico dovrà compiere per raggiungere lo steady state, può essere molto difficile e complicato per cui la teoria della crescita endogena si è spesso limitata alla semplice considerazione delle condizioni che determinano la convergenza dell’economia su un unico punto di equilibrio di stato stazionario lungo il braccio stabile della dinamica di fase. L’esistenza di questo sentiero di equilibrio, perciò, è stato considerato per lungo tempo come il risultato “naturale” dei modelli di crescita con accumu-lazione di capitale. Tuttavia, può agevolmente dimostrarsi che tale risultato si verifica solo se il mercato non presenta alterazioni rispetto ad una situazione di “perfezione”: non appena, invece, fe-nomeni come esternalità, rendimenti crescenti, etc. si manifestano, dinamiche ben più complesse, come equilibri multipli, indeterminatezza, instabilità locale e fluttuazioni transitorie o persistenti, hanno la possibilità di verificarsi. Particolare rilevanza, nella letteratura più recente ha avuto il fe-nomeno dell’indeterminatezza dell’equilibrio. Quando si ha indeterminatezza, esiste un continuum di equilibri, ciascuno dei quali associato a determinate condizioni iniziali . Questo significa che, dati i livelli iniziali delle variabili di stato, esistono infiniti valori delle variabili di controllo (di solito consumo e tempo di lavoro dedicato alla produzione) in grado di condurre l’economia verso il suo equilibrio di lungo periodo. In questo caso, i fattori socio-culturali dominanti nei diversi paesi agi-scono come “meccanismi di selezione” delle variabili di controllo determinando, in ultima analisi, il livello di benessere in stato stazionario. Esistono, tuttavia, diverse obiezioni, anche teoriche, ai modelli che esibiscono indeterminatezza. Una prima possibile obiezione riguarda il fatto che essi non hanno potere di previsione e perciò non possono essere d’aiuto per capire quale traiettoria di sviluppo sarà seguita dal sistema economico. Questa obiezione non è rivolta a sindacare la validità dei modelli, ma al contrario è rivolta alla natu-ra dei loro risultati i quali implicano che, in determinate circostanze, fattori come la tecnologia, le preferenze e le dotazioni iniziali, potrebbero non essere sufficienti a determinare l’equilibrio economico.

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Introduzione La letteratura neoclassica relativa alla crescita economica pone l’accento su una forma di progresso tecnologico esogeno; in questo contesto, il tasso di crescita di stato stazionario è positivo solo se, parallelamente, il progresso tecnico s’evolve positivamente. Poiché il progresso tecnico, nei modelli neoclassici, si diffonde istantaneamente fra tutti i partecipanti al commercio internazionale, è evi- dente che lo studio della dinamica economica in questa tipologia di modelli non è in grado di spie- gare le evidenti disparità di crescita verificatesi, nel lungo periodo, tra i vari paesi. La teoria della crescita endogena, sviluppatasi a partire dagli anni ottanta, nasce per rimuovere i li- miti incontrati da tale approccio nell’affrontare il problema della dinamica economica di lungo pe- riodo. In questa letteratura, l’elemento chiave che determina un tasso di crescita positivo di stato stazionario è rappresentato dalla presenza di funzioni di produzione con rendimenti costanti rispetto ai fattori produttivi che possono essere accumulati: in questo caso può facilmente dimostrarsi che il tasso di crescita di steady state è positivo ed è endogeno in quanto dipende esclusivamente da va- riabili interne al modello stesso. La possibilità di arrivare ai rendimenti costanti rispetto ai fattori produttivi che possono accumularsi è stata individuata in diversi contesti; i modelli hanno spesso due fattori accumulabili che vengono prodotti in due settori diversi. Uno di questi beni è generalmente il capitale fisico, l’altro, invece, è, a seconda dei modelli, il capitale umano, il capitale pubblico, la conoscenza, la qualità dei prodotti o, addirittura, il capitale finanziario. Di solito l’analisi è rivolta allo studio dello steady state, dove si suppone che tutte le variabili nell’economia crescano al loro tasso di crescita di lungo periodo. L’eventuale squilibrio tra i due beni capitali dei due settori è la causa di un possibile periodo di transizione nel quale le variabili non si comportano come previsto nell’analisi di steady state. Se un evento, come una guerra o uno shock nel sistema dei prezzi, dovesse distruggere larga parte dello stock di capitale fisico, lasciando relativamente inalterato lo stock dell’altro fattore accumulabile, il sistema economico dovrà ricreare l’equilibrio tra i tassi di crescita dei due beni capitali, ed avere quindi un tasso di crescita per lo stock di capitale fisico maggiore rispetto a quello che caratterizza lo steady state 1 . Lo studio della dinamica di transizione, quindi del percorso che il sistema econo- mico dovrà compiere per raggiungere lo steady state, può essere molto difficile e complicato per cui la teoria della crescita endogena si è spesso limitata alla semplice considerazione delle condizioni che determinano la convergenza dell’economia su un unico punto di equilibrio di stato stazionario lungo il braccio stabile della dinamica di fase. L’esistenza di questo sentiero di equilibrio, perciò, è 1 Sull’argomento si veda Mulligan e Sala-i-Martin (1993).

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