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La mistica nuda della scena. Roger Vitrac: un uomo di teatro

Informazioni tesi

  Autore: Simona Montini
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2002-03
  Università: Università degli Studi di Parma
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Lettere moderne
  Relatore: Luigi Allegri
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 403

Il mio primo incontro con Roger Vitrac è avvenuto grazie all’intervento di un caso, che solo in seguito ho potuto riconoscere come necessario. «Le hasard serait la forme de manifestation de la nécessité extérieure qui se fraie un chemin dans l’inconscient humain» si legge nel Dictionnaire abrégé du surréalisme.
Considerato che «de l’ignorance et du hasard se dégage une certaine utilité» ho iniziato l’esame delle sue opere. Immaginavo di trovare solo drammi teatrali, invece poco a poco emergevano poesie, poemi in prosa, articoli di critica letteraria, lettere, diari, riflessioni sulla storia dell’arte, interviste, sceneggiature. Ho tentato di seguirlo nella direzione in cui voleva portarmi, valutando le sue spesso disorientanti confessioni più per le molte allusioni sottese, che per i messaggi effettivamente contenuti. Nella sua frase «une image, un mot, un geste même suffisent quelquefois à emplir un mois de ma vie» ho letto un invito a rovistare fra i minuscoli frammenti, solo in apparenza insignificanti. La stessa ricerca di avvenimenti passati fondamentali nel delineare scelte stilistiche e predilezioni estetiche, deve fare i conti con tali allusioni sottaciute. L’ideale sarebbe avvicinarsi all’opera di un autore senza l’illusione di possederla del tutto, senza imprigionarla in un percorso obbligato di comprensione a tappe forzate.
La scrittura che si tenta d’indagare non è mai un processo di semplice trascrizione d’emozioni e pensieri, ma un tentativo di raggiungere orizzonti appena intravisti. Impossibile coglierne l’essenza con sicurezza, assegnare forme linguistiche certe ai presagi. Non rimane che approssimarsi alla verità delle cose, con congetture e supposizioni in ogni momento riscrivibili. Le abbondanti citazioni sono servite a mettere in luce un pensiero poco conosciuto garantendo in qualche modo la trasparenza delle mie deduzioni. Il loro montaggio ha presupposto quello sguardo obliquo di cui parlava Montaigne, che procede accostando aggregazioni dissimili in apparenza prive di un approdo sicuro. Nel primo capitolo ho guardato attraverso «le miroir étrange de la mémoire» avvicinandomi allo spazio privilegiato dell’infanzia, dove il sogno e la fantasia sono affrancati dai vincoli del pensiero cosciente. Allora le immagini più singolari possono formarsi liberamente ed alimentare sensazioni che l’età adulta può solamente rimpiangere. Vitrac ritorna di continuo a quei momenti, leggendovi l’origine delle sue predilezioni. Nel secondo capitolo ho analizzato il periodo intercorso fra la «défaite conquérante» del dada parigino e l’avvio di quell’automatismo psichico puro che si proponeva di esprimere «le fonctionnement réel de la pensée». Non ho voluto addentrarmi nelle diverse teorie che affrontano la relazione fra i due movimenti, lasciando aperti i molti interrogativi sorti. Ho voluto invece ascoltare i protagonisti, per capire le diverse sfumature assegnate alla medesima realtà. Indagare il clima che allora si respirava mi è parso aiutasse ad afferrare un pensiero che «comme une tempête passe au-dessus des mots». Nel terzo capitolo mi sono chiesta cosa significò per Vitrac l’allontanamento dal surrealismo e quali furono le cause che lo scatenarono. Percorrendo i passaggi di un contrasto, ho finito per imbattermi nella cronaca di un fenomeno collettivo fatto di manifesti, appelli e documenti di varia natura. La speranza condivisa di un cambiamento della società e dell’uomo, la volontà di negare i principi di un potere opprimente si scontravano con la dimensione dei rapporti personali. Quando i conflitti si facevano insormontabili i disaccordi teorici sfociavano in tutta la loro forza, alimentando opposizioni e prese di distanza spesso violente. Dopo aver esaminato l’idea di teatro disciolta in una scrittura che in apparenza sembra parlare d’altro, mi sono volta alle opere teatrali. Emergeva la difficoltà di tradurre molti dei testi presentati in termini discorsivi. La consequenzialità necessaria alla narrazione urtava la giustapposizione paratattica delle immagini scaturite da una visione. Nello stesso modo il racconto mattutino dei sogni li rende diversi da come sono stati, privandoli della loro forza. Ho cercato di restituire il senso, l’allure che affiora dalle pagine senza la pretesa di descriverli, ma con la speranza di mostrarne almeno la potenza evocativa e la violenza delle forme.
Il mio obiettivo è stato quello di concatenare squarci interpretativi, bagliori improvvisi afferrati per pochi istanti, prima che la scia cangiante della sua opera si eclissasse nuovamente. Non un disegno architettonico lineare, ma un mosaico di minuscole tessere, un gioco di ricomposizione di tasselli trapelati dalle sue pagine, di dettagli carichi di un senso che nessuna struttura arbitraria potrebbe mai contenere.

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1 PREMESSA Il mio primo incontro con Roger Vitrac è avvenuto grazie all’intervento di un caso, che solo in seguito ho potuto riconoscere come necessario. «Le hasard serait la forme de manifestation de la nécessité extérieure qui se fraie un chemin dans l’inconscient humain» si legge nel Dictionnaire abrégé du surréalisme. Attratta dalla marginalità che le antologie gli tributano, ho seguito il desiderio che mi spingeva a capire chi fosse quel misterioso drammaturgo surrealista. Le definizioni, che solitamente lo accompagnano, lo citano quale collaboratore di Artaud, anticipatore di Ionesco, autore di Victor ou les Enfants au pouvoir, incasellandolo in uno spazio circoscritto fra un’avanguardia e l’altra. Considerato che «de l’ignorance et du hasard se dégage une certaine utilité» ho iniziato l’esame delle sue opere. Immaginavo di trovare solo drammi teatrali, invece poco a poco emergevano poesie, poemi in prosa, articoli di critica letteraria, lettere, diari, riflessioni sulla storia dell’arte, interviste, sceneggiature cinematografiche. Lentamente mi avvicinavo ad un pensiero denso e composito, sviluppato nell’arco di una trentina d’anni. Gli esemplari dei suoi libri apparivano dislocati in spazi diversi, quasi a scongiurare una possibile ricomposizione. Il prestito interbibliotecario non permette quell’abbuffata, che una biblioteca ben fornita concede, e conferisce un ritmo pigro che ho presto imparato ad apprezzare. Con sorpresa ho scoperto quanto Vitrac ami parlare di ricordi, esperienze, desideri ed avventure personali. Ho tentato di seguirlo nella direzione in cui voleva portarmi, valutando le sue spesso disorientanti confessioni più per le molte allusioni sottese, che per i messaggi effettivamente contenuti. Nella sua frase «une image, un mot, un geste même suffisent quelquefois à emplir un mois de ma vie» ho letto un invito a rovistare fra i minuscoli frammenti, solo in apparenza insignificanti. La stessa ricerca di avvenimenti passati, fondamentali nel delineare scelte stilistiche e predilezioni estetiche, deve fare i conti con tali allusioni sottaciute. «Come hanno fatto notare alcuni cultori di scienze occulte, la luce, o il fuoco, sono indispensabili alla realizzazione di alcune operazioni chimiche e tuttavia la formula che rende conto di tali

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