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Un approccio territoriale al mercato del lavoro: aspetti analitici e strategici

Quello locale è senz’altro il livello che consente di raggiungere una maggiore efficacia negli interventi riguardanti il mercato del lavoro. Questi si definisce locale quando nel corrispondente territorio vi è una spiccata concentrazione dei flussi di domanda e di offerta di lavoro o quando rappresenta un’insieme di relazioni sistematiche tra la popolazione economicamente residente in un dato territorio ed il sistema produttivo esistente in esso. Il nostro Paese ha agito essenzialmente in due direzioni cioè il decentramento e la maggior flessibilizzazione delle politiche del lavoro. Tutto ciò, tuttavia, è realizzabile solo attraverso un adeguato sviluppo del territorio.Con il Patto per il lavoro tra Governo e Parti sociali del 1996, sono state corrette o introdotte per la prima volta forme contrattuali e misure di intervento che nel complesso ampliano sia le possibilità di scelta di lavoratori ed imprese sia la gamma degli strumenti a disposizione della politica del lavoro. Tali innovazioni hanno riguardato l’introduzione del lavoro interinale e della relativa attività di intermediazione svolta da agenzie private, nuove possibilità di modulare i tempi di lavoro e gli incentivi per la riduzione dell’orario, la diffusione del part time, e varie forme di contratti atipici, di incentivo e di intervento. La necessità di modernizzare il mercato del lavoro esige che la qualità del processo traspositivo sia elevata in quanto deve tener conto delle caratteristiche dei mercati del lavoro locali, nel quadro del nuovo ordinamento federale. Il decentramento delle politiche del lavoro è stato via via sempre crescente, man mano che si rafforzava in Italia, il ruolo assegnato alle Regioni nelle strategie alla lotta per la disoccupazione.
Il processo di decentramento alle Regioni ed agli Enti locali delle competenze in materia di mercato del lavoro, è stato definito nelle sue linee principali dal decreto legislativo 469/1997 in attuazione del primo articolo della Legge Bassanini (n. 59/1997).
Con il suddetto decreto e attraverso le successive leggi regionali di attuazione, viene trasferito alle Regioni ed agli Enti locali tutta la materia del collocamento, dell’avviamento al lavoro, dei servizi per l’impiego, e delle politiche attive.
Allo Stato, rimangono, oltre alle competenze relative alla previdenza sociale, alle eccedenze del personale ed alla vigilanza, le funzioni di indirizzo, promozione e coordinamento, di rappresentanza e di raccordo con gli organismi internazionali e con l’Unione Europea. Ad esso viene anche affidata la responsabilità del sistema informativo lavoro.
Al centro del nuovo sistema istituzionale si pongono le Regioni, cui spettano i compiti di programmazione, coordinamento, valutazione e controllo delle politiche del lavoro, oltre ad altre funzioni relative alla cassa integrazione guadagni ed alla mobilità, nonché alla promozione di accordi fra le parti sociali per la stipula di contratti di solidarietà.
Le Regioni operano in stretto raccordo con le Province, alle quali, in base a quanto specificato dalla apposita legge regionale, sono affidati i compiti di gestione degli interventi. A tale scopo, le Province si avvalgono dei Centri per l’impiego, di norma operativi nell’ambito di bacini di circa 100.000 abitanti, che sostituiscono i vecchi uffici del collocamento, e rappresentano, sul territorio, i terminali operativi dell’intervento pubblico ed il livello di interfaccia con imprese ed i lavoratori.
Regioni, Province e Centri per l’impiego costituiscono l’asse centrale di un sistema che comprende altri organismi che intervengono in vario modo nelle fasi di programmazione e realizzazione delle politiche del lavoro.
Uno di questi, che svolge un ruolo di primo piano, è l’Agenzia regionale, dotata di personalità giuridica e autonomia patrimoniale contabile, a cui spetta l’assistenza tecnica agli organismi impegnati nelle varie misure e il monitoraggio delle stesse. Ad essa viene, inoltre richiesto esplicitamente di collaborare per realizzare l’integrazione delle politiche attive, della formazione, dei servizi per l’impiego ed il collegamento al SIL.
Poi vi sono le commissioni tripartite, in cui rappresentanti dei lavoratori e degli imprenditori fungono da organi di consultazione e concertazione e, nel caso della commissione regionale, anche di intervento diretto nelle procedure relative a contratti di formazione lavoro, lavori socialmente utili, mobilità.
Va però precisato che l’attuazione della Bassanini (Legge 59/1997) non comporta automaticamente la realizzazione dei servizi integrati per l’impiego e quindi non risolve il problema di una loro efficace erogazione sul territorio nazionale. Questo sia perché l’integrazione è possibile solo allorchè alle funzioni di collocamento (oggetto di conferimento dallo Stato alle Regioni) vengono affiancate altre funzioni, sia perchè il processo di integrazione presuppone il coinvolgimento di livelli istituzionali e di soggetti pubblici e privati diversi.

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Introduzione __________________________________________________________________ 1 INTRODUZIONE Nel presente lavoro si cerca di illustrare il problema della disoccupazione studiato ed analizzato sotto il profilo territoriale con un’ottica prevalentemente “locale”. La maggiore 1 correlazione tra crescita del prodotto e crescita dell’occupazione nonché la maggiore diffusione del lavoro atipico, dovute alle misure di flessibilità introdotte a partire dal 1997, dimostrano come vi siano le condizioni affinché anche in Italia possa crearsi un mercato del lavoro dinamico, efficiente ed equo. Tuttavia, l’Italia, con un tasso di occupazione che nel 2000 è ancora al 53,5%, sconta un ritardo pesante rispetto a tutti gli altri paesi europei. La causa principale del gap italiano è ascrivibile al Mezzogiorno, che dista dagli attuali livelli medi UE di oltre venti punti percentuali sia per il totale sia per la componente femminile. Il divario, ampliatosi nell’ultimo quindicennio 2 , è ascrivibile tanto ad una minore produttività per occupato che ai più bassi livelli dell’occupazione nella popolazione. 1 Cfr: libro bianco del marcato del lavoro in Italia, 2001, p. 12. 2 Le tendenze dell’ultimo quinquennio appaiono peraltro più favorevoli, con un leggero miglioramento relativo del Mezzogiorno in parte da ricollegare alla ripresa dei flussi migratori tra le due aree (il saldo netto dei movimenti da Sud a Nord, pari a 30mila persone all’anno nel decennio 1985-1994 è stato di 80mila persone nel 1999 ed in parte alla migliore performance relativa del PIL meridionale, dopo il picco ciclico del 1995. Quest’ultima, non è peraltro da sopravvalutare. Essa è infatti intervenuta in un momento di difficoltà sui mercati internazionali delle produzioni italiane, comunque largamente localizzate nel Centro-Nord. Avuta presente la condizione ciclica del periodo, più che di un maggior sviluppo del Mezzogiorno, si deve inoltre parlare di una minore frenata di quelle regioni, il cui andamento è comunque tradizionalmente meno dipendente dal ciclo economico.

Tesi di Laurea

Facoltà: Economia

Autore: Benjamin Rembrij Contatta »

Composta da 325 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.