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Rileggere la II Guerra Mondiale: Joseph Heller e Kurt Vonnegut

Uno degli argomenti principali della letteratura, da tremila anni, è la guerra, poiché essa, mai sopita e anzi spesso furibonda in diversi Paesi della Terra, è sempre presente, e costituisce una minaccia reale del prossimo futuro. Come ogni esperienza, anche la guerra diviene inevitabilmente racconto; come quella di Troia da cui probabilmente deriva tutta la tradizione occidentale, o quelle recentissime, come la guerra in Bosnia. Il punto di partenza è lo stretto rapporto tra guerra e narrazione. Senza un racconto le vicende umane sarebbero senza ragione e tragicamente “invisibili”. E questo i greci lo intuirono presto. Anche se lo hanno fatto essenzialmente attraverso l’esaltazione dell’“eroe”.
Per quanto concerne la letteratura americana, occorre ricordare che gli Stati Uniti sono una nazione che nasce con l’ambizione d’essere nulla di meno che un Nuovo Mondo impermeabile alle degenerazioni della Vecchia Europa, ma finisce, nel volgere di un tempo relativamente breve, per diventare Imperium Mundi. Tanto nei miti che riguardano la sua fondazione, quanto nei discorsi che accompagnano la sua ascesa a potenza mondiale, il problema della guerra e della violenza - del loro significato, della loro necessità, dell’imbarazzo a dover ammettere tale necessità - occupa una posizione assolutamente centrale. Nella storia sociale della nazione, il punto di svolta, lo spartiacque fu la Seconda guerra mondiale. Però, molti dei romanzi sul Secondo conflitto mondiale diventano microcosmi non soltanto della guerra, ma anche del mondo e della società che precedette e avrebbe seguito questa guerra, con la paura degli scrittori che la vittoria sul nazifascismo all’estero fosse stata ottenuta a prezzo dell’intolleranza e dell’imperializzazione in patria. L’incubo di questi scrittori di guerra era un mondo minacciato non da tiranni stranieri, ma da grandi ed impersonali organizzazioni sociali. E poiché quasi tutti i romanzi di guerra furono scritti dopo il conflitto, gli scrittori proiettarono il loro senso del mondo postbellico indietro nel tempo, sul conflitto, sull’esercito, le nuove paure della distruzione nucleare su precedenti scene di combattimento mortale. L’esempio più celebre di questo tipo di romanzo di guerra è Catch-22 (1961) di Joseph Heller.
Il conflitto in Vietnam cristallizzò dubbi e ambiguità, ma la Seconda guerra mondiale diventò lo schermo su cui queste preoccupazioni postbelliche sarebbero state inizialmente proiettate. Il nuovo romanzo di guerra degli anni Sessanta s’incentrava molto più sull’Olocausto, la Guerra Fredda, la paura della guerra atomica e infine la guerra in corso in Vietnam. E' anche molto significativo che questa lunga e sanguinosa ostilità in Indocina abbia spinto molti scrittori americani a rivisitare il secondo conflitto mondiale con occhi diversi durante e dopo il Vietnam, come emerge già in Slaughterhouse-Five (1969) di Kurt Vonnegut, Jr. Il fatto è che la disillusione provocata dalla guerra del Vietnam aveva indotto gli scrittori a ripensare la Seconda guerra mondiale. Quando i racconti delle atrocità come My Lai cominciarono a trapelare dall’Indocina, anche i sopravvissuti dell’Olocausto spezzarono il loro silenzio di due decenni. Quando queste ed altre atrocità dei tempi di guerra - e l’irrazionalità e la follia della guerra in generale - divennero centrali, quando il Vietnam sconvolse il popolo dei benpensanti, fu inevitabile che il comportamento americano nel secondo conflitto mondiale fosse messo in discussione e, con esso, anche la popolare concezione della guerra come semplice lotta tra bene e male, perse molta della sua attendibilità. Vonnegut sceglie di concentrare la sua attenzione su una delle atrocità commesse dagli Alleati - il bombardamento di Dresda, una “guerra buona” per mettere in discussione tutte le guerre.
Ho scelto di concentrarmi sui due più famosi romanzi di Heller e Vonnegut, due testi centrali nella letteratura americana, perché non sono romanzi che ci ricordano semplicemente “how it was in the war”, non offrono al lettore memorie o ricordi di guerra, invece ci mettono di fronte - e persino implicano - a visioni autoriflessive e a revisioni degli eventi a cui gli autori hanno partecipato, denunciando così l’assurdità della guerra e configurandosi come i due più geniali romanzi contro la guerra.

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4 Introduzione. Perché narrare la guerra. Uno degli argomenti principali della letteratura, da tremila anni, è la guerra, poiché essa, mai sopita e anzi spesso furibonda in diversi Paesi della Terra, è sempre presente, e costituisce una minaccia reale del prossimo futuro. Come ogni esperienza, anche la guerra diviene inevitabilmente racconto; come quella di Troia da cui probabilmente deriva tutta la tradizione occidentale, o quelle recentissime, come la guerra in Bosnia, per fare un solo un esempio, che ha trovato una sua intensa rappresentazione nelle Marlboro di Sarajevo di Jergovich. 1 Il primo motivo per cui la guerra è un tema fondamentale per la letteratura d’ogni tempo va rintracciato nella sua assoluta rilevanza antropologica e culturale. Già le religioni e le filosofie antiche hanno fornito spiegazioni di molti fenomeni sociali e psicologici, attraverso la narrazione della lotta divina o metafisica (ad esempio, quella tra il Bene e il Male, in qualsiasi modo rappresentati) e della lotta umana tra i singoli (ad esempio, Caino e Abele) e quindi tra i popoli: proprio quest’ultimo aspetto, ha poi costituito la base per i primi racconti di tipo epico, esaltazione dello spirito guerriero delle varie etnie. Oggi ci si oppone alla guerra a causa della sua irrazionalità e della sua capacità di distruzione totale, della sua inevitabile connessione con la violenza e la morte, che la rendono insieme anti-umana e così dolorosamente umana, ma spesso il dominio dei mezzi audiovisivi fa sì che la nostra percezione sia solo virtuale ed eventualmente emotiva: le immagini della Guerra del Golfo (1991), la prima ripresa in diretta televisiva, e poi quelle nell’ex Jugoslavia hanno fatto credere a molti di capire ciò che stava accadendo alle popolazioni coinvolte, pur senza fare una reale esperienza. In questo contesto, la letteratura può forse ancora riuscire a proporre un’interpretazione più profonda degli avvenimenti, indagando il loro versante nascosto, non riducibile all’esteriorità visibile. 1 Magris, Claudio, L’epopea impossibile, Il Corriere della Sera, 12 luglio, 1999, http://www.presentepassato.it/Dossier/Guerrapace/Documenti1/doc1_8.htm

Tesi di Laurea

Facoltà: Lettere e Filosofia

Autore: Cristina Marozzi Contatta »

Composta da 271 pagine.

 

Questa tesi ha raggiunto 5958 click dal 16/07/2004.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.