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I neoconservatori americani: analisi del movimento culturale e delle prospettive politiche

Informazioni tesi

  Autore: Cleto Romantini
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2003-04
  Università: Università degli Studi di Urbino
  Facoltà: Sociologia
  Corso: Sociologia
  Relatore: Ilvo Diamanti
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 173

Pochi movimenti politici, intellettuali o culturali hanno suscitato a partire dai primi mesi del 2003, in contemporanea con la riapertura del fronte di guerra iracheno, fino ad oggi, un interesse simile a quello che è stato riversato sui neoconservatori americani.
La tragedia dell’11 settembre 2001 li ha portati alla ribalta.
Il presidente Bush ha dovuto approntare una rapida risposta sia sul piano interno, per non scoraggiare ulteriormente l’opinione pubblica, già sconvolta dalla relativa facilità con cui gli attentati alle Torri Gemelle e al Pentagono si sono materializzati che sul piano internazionale, per dimostrare la capacità di reazione dell’America e per mandare un messaggio chiaro al mondo: chi colpisce l’America non avrà scampo e sarà punito.
Secondo diversi commentatori i neoconservatori sono stati gli unici ad avere un piano concreto d’azione in una situazione del genere, o quantomeno sono stati quelli con il progetto più convincente.
Il loro progetto era da anni pubblico, sui siti internet dei think tank dai quali i neoconservatori hanno fatto sentire la propria voce durante gli anni d’ombra dell’era Clinton, e prevedeva un forte investimento per la difesa unito ad un piano strategico-militare atto a far cadere uno ad uno, sulla scia di un effetto-domino, i regimi considerati più pericolosi per i valori democratici occidentali e per l’America, quali l’Afghanistan dei Talebani, l’Iraq di Saddam Hussein, l’Iran degli ayatollah, la Siria e il Libano dei fondamentalisti islamici e degli Hezbollah, per restare nell’area mediorientale, e sostituire a questi regimi dittatoriali un modello di società libera e democratica, ispirato ai valori occidentali stessi.
Il punto d’innovazione più profondo di questo approccio sta proprio nella forte fiducia, si direbbe una vera e propria fede, da parte dei neoconservatori nel modello democratico, e nella possibilità da parte delle società arabe e musulmane di implementare con successo questo modello.
Su queste tematiche il dibattito è più che mai aperto, alla luce della situazione irachena e in parte anche di quella afghana.
Mentre la campagna afghana, condotta nell’ottobre 2001 all’interno di un ampio consenso internazionale, ha dato luogo a un governo provvisorio, guidato da Hamid Karzai, abbastanza legittimato e che tutto sommato non ha incontrato grandissime difficoltà, nonostante non siano mancati attentati e atti di guerriglia nemmeno a Kabul e dintorni, dove pure continuano ad essere presenti forze militari e di sicurezza, in Iraq la situazione appare ben più disastrata.
Un altro dei temi più discussi dell’approccio neoconservatore, e forse anche il più contestato, riguarda il metodo unilateralista che ha caratterizzato l’azione militare in Iraq.
Per i neoconservatori l’America può fare da sola, e deve essere in grado di poter fare da sola: da qui il riferimento costante all’aumento della spesa militare.
I neoconservatori ritengono che l’America debba essere dotata di un esercito sempre all’avanguardia, efficiente ed efficace, che consenta, in potenza, di essere presenti su più fronti senza alterare la capacità e le potenzialità militari.
Le loro idee sono state insistemente e ripetutamente accostate a quelle di Leon Trotzkij e di Leo Strauss.
Sono stati paragonati a una sorta di mafia ebraica che impone all’amministrazione americana le proprie scelte.
Sicuramente con Israele hanno un legame forte che deriva, per un verso, dalle origini ebraiche di alcuni tra di loro (ma non tutti), soprattutto quelli della prima generazione, ma per un altro fondamentale verso dal fatto che è l’unica democrazia di stampo occidentale in un area come quella mediorientale, abitualmente appannaggio di tirannie religiose.
Di sicuro però la loro reale influenza sulla politica del presidente Bush è stata sopravvalutata.
I neocon in posizioni di governo che contano davvero sono pochi e, soprattutto, per loro stessa natura essi si sentono parte di un movimento intellettuale e culturale piuttosto che politico.
Il loro regno naturale sono i think tank, le pagine degli editoriali sui giornali, le raffinate riviste accademiche e politiche, i talk show televisivi: tribune dalle quali certo parlano al potere politico, ma anche all’opinione pubblica, proponendo la loro visione dei fatti e le loro proposte pratiche.
Per i neoconservatori l’America deve giocare un consapevole ruolo di leadership mondiale, facendosi promotrice universale dei valori della democrazia e del libero mercato, e difendendo questi valori anche con le armi, di fronte alle serie minacce che ad essi vengono portati, secondo i neocon, dalle dittature del Medio Oriente, dalle organizzazioni terroristiche che esse ospitano e dalle ideologie nichiliste che le animano.

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1 Introduzione Pochi movimenti politici, intellettuali o culturali hanno suscitato a partire dai primi mesi del 2003, in contemporanea con la riapertura del fronte di guerra iracheno, fino ad oggi, un interesse simile a quello che è stato riversato sui neoconservatori americani. Una mole impressoniante di materiale mediatico si è improvvisamente abbattuta sull’opinione pubblica occidentale (europea in particolare) tramite la carta stampata, la rete internet e le televisioni, a proposito di questo “misterioso” gruppo di pressione, descritto, spesso non senza beneficio d’inventario, come una potentissima cabala di estrema destra a cui il presidente americano Bush può solo dire di sì. In realtà i neoconservatori nascono da una costola della sinistra americana, e nello specifico dall’ala trozkista del Socialist Workers Party, il partito dei socialisti americani, animato negli anni Trenta e Quaranta da James Burnham e Max Schachtman. Il padrino riconosciuto del movimento, Irving Kristol è forse la figura che meglio incarna il percorso-tipo del neoconservatore. Trozkista fino a circa la metà degli anni Quaranta, successivamente, pur restando inizialmente nell’ambito della sinistra americana, a sostegno del Partito Democratico e del modello liberaldemocratico americano, si attesta, insieme con i suoi collaboratori più stretti, come Norman Podhoretz, su posizioni dissonanti rispetto a quelle maggiormente diffuse tra gli intellettuali “liberal” (intendendo con questo termine la parola che negli Stati Uniti generalmente serve ad indicare personalità o posizioni considerate di sinistra) più in voga, suscitando in diverse occasioni l’ira e l’astio degli esponenti della Beat Generation e del movimento antirazzista per i diritti civili e facendo guadagnare al movimento neoconservatore (termine coniato nel 1973 da una rivista di sinistra proprio per rimarcare l’avvenuto passaggio tra le file dei conservatori di intellettuali come Kristol e Podhoretz) l’etichetta di “contro-intellettuali”. Negli anni Settanta si consuma lo strappo definitivo con il Partito Democratico: lo staff del senatore democratico anticomunista Henry “Scoop” Jackson, vera e propria fucina di giovani neoconservatori di seconda generazione (come William Kristol, figlio di Irving) abbandona Jimmy Carter nel 1976, all’indomani della sua elezione e si allea con

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