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Paradisi fiscali e centri finanziari offshore: uso e abuso nei casi Parmalat ed Enron

Informazioni tesi

  Autore: Lucia Serafini
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2003-04
  Università: Università degli Studi di Bologna
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Scienze Internazionali e Diplomatiche
  Relatore: Giuseppe Lusignani
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 209

Dopo le recenti vicende che hanno coinvolto Enron e Parmalat, sono tornati alla ribalta quei Paesi comunemente definiti come Paradisi Fiscali o Centri Finanziari Offshore. Posizionati in località esotiche, privi di imposte e con l’anonimato garantito, queste giurisdizioni sono spesso le principali protagoniste di abusi e scandali finanziari. L’analisi svolta ha cercato di mettere un po’ d’ordine in questo panorama variegato, sottolineando con particolare attenzione la pericolosità di queste zone protette per la loro naturale propensione ad indurre comportamenti illeciti, con particolare attenzione al fenomeno del riciclaggio. Lo studio di caso condotto su due grandi imprese multinazionali come Enron e Parmalat, infine, ha consentito di mettere in evidenza e di confrontare le implicazioni della finanza offshore e della pianificazione fiscale internazionale nei due crolli societari più clamorosi degli ultimi anni.

Metodologia seguita
Il presente lavoro nasce dallo studio di documenti pubblicati dalle più importanti organizzazioni internazionali (OCSE, FMI, BRI ecc) sulla questione dei Paradisi fiscali e dei Centri Finanziari Offshore, dalla consultazione di siti internet e di fonti bibliografiche sull’argomento, il tutto correlato da un’attenta valutazione di articoli comparsi su quotidiani nazionali ed internazionali su fatti di grande attualità, come i crack Parmalat ed Enron.

Principali risultati raggiunti
Al termine di questa analisi pare opportuno effettuare due considerazioni: innanzitutto i più recenti scandali finanziari hanno mostrato che il “fascino” delle giurisdizioni offshore non si limita alla bassa imposizione fiscale ma comprende anche la garanzia dell’anonimato e l’assenza di controlli e di verifiche bancarie; in secondo luogo, l’analisi conferma che le opportunità per celare conti correnti, proprietà e attività illecite, abbondano non solo nelle piccole giurisdizioni offshore, ma anche all’interno dei Paesi più industrializzati e ricchi del mondo come Stati Uniti e Unione Europea. L´esigenza di regolare sul piano internazionale la trasparenza delle transazioni e dei documenti di bilancio attraverso regole uniformi e credibili viene periodicamente riproposta e accettata da tutti gli Stati in linea di principio, per essere poi avversata e ostacolata dai paesi che ne traggono beneficio, specie se si cerca di tradurre le buone intenzioni in convenzioni internazionali possibilmente vincolanti. L’emanazione di una normativa comune, volta a realizzare condizioni di trasparenza uniformi, è dunque la vera priorità sulla quale concentrare ogni sforzo.

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1 Introduzione Bahamas, Belize, Seychelles sono luoghi esotici che evocano paesaggi straordinari e vacanze da sogno, ma anche "casseforti" a prova di bomba per chi vuole occultare, dagli sguardi indiscreti del fisco e della legge, i propri capitali. Si chiamano paradisi fiscali, o più correttamente paesi offshore, se ne trovano in ogni angolo del mondo, e sono un pilastro fondamentale del sistema economico odierno, nel quale l’economia di carta conta assai più di quella reale. Nella pubblicistica corrente si è soliti parlare di "paradisi fiscali" anche per indicare, in realtà, territori che non fanno perno solo sulla leva fiscale per attirare capitali dall’estero; è bene ricordare, infatti, che esistono anche "paradisi societari" — cioè paesi nei quali è difficile penetrare i segreti delle società costituite — e "paradisi finanziari" — in cui è possibile trasferire e custodire denaro senza dichiararlo. L'insieme di questi regimi è quello comunemente detto dei Centri offshore, definizione che nasce negli Stati Uniti durante gli anni 20 quando, per aggirare il proibizionismo, vennero utilizzate navi ancorate al di fuori delle acque territoriali statunitensi, sulle quali si poteva bere alcolici e giocare d’azzardo. La loro crescita è esplosa negli ultimi 40 anni, favorita dalla maggiore libertà di movimento dei capitali, dalle innovazioni tecnologiche e dalla nascita di nuovi prodotti finanziari, sotto lo sguardo compiaciuto e connivente dei grandi Stati. Nel 1999, un documento del Fondo monetario internazionale ne aveva individuati 69 [Errico and Musalem, 1999], tra cui, per limitarci all’Europa, figurano stati come la Svizzera, Andorra, Malta e il Principato di Monaco. Molto è cambiato dalla nascita della finanza offshore, negli anni sessanta. Da allora, l’attività offshore è cresciuta a tal punto da non poter più essere considerata marginale all’economia globale, tanto da far nascere l’esigenza, sulla base di valutazioni di efficienza economica, di regole adeguate, controlli più severi e maggiore trasparenza.

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