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Information Technology, learning by doing e crescita

Informazioni tesi

  Autore: Pasquale Marchese
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2002-03
  Università: Istituto Universitario Navale di Napoli
  Facoltà: Economia
  Corso: Economia del Commercio Internaz. e dei Mercati Valutari
  Relatore: Mariagrazia Carillo
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 99

L’obiettivo di questo testo è quello di dimostrare che si può individuare un sentiero di sviluppo, senza l’ausilio di R&S, almeno nella fase iniziale di questo processo.
Le teorie di crescita endogena basate sulla R&S, facendo dipendere la crescita dalla spesa in attività di ricerca non danno scampo ai PVS, i quali non avendo abbastanza capitale a disposizione, non possono impiegare molte risorse nel campo della ricerca. Questo determina l’impossibilità di competere e dunque arretratezza persistente (trappola della povertà).
Siccome non si può accettare un mondo in cui la povertà è un dato strutturale e non una fase da superare, com’è successo per gli stati che oggi vengono considerati ricchi, ho tentato di vedere in modo non proprio approfondito ma spero abbastanza efficace, di estrapolare dalla teoria degli anni novanta, dei modelli che potessero essere utili alla mia causa.
Il risultato di questo lavoro è stato abbastanza incoraggiante: non è vero che chi non inventa non può migliorare, ciò sarebbe possibile solo in un mondo in cui le idee fossero dei beni completamente escludibili, ma così non è.
La ricetta che si è delineata è: libero mercato più hi-tech. Singolare perché sia il processo di apertura ed integrazione e di apertura dei mercati globali sia l’alta tecnologia stanno trovando non pochi avversari, che spiegano, attraverso l’ausilio di dati empirici abbastanza consistenti la virulenza, dal punto di vista sociale di questi due fenomeni, i quali rafforzano gli elementi di “darwinismo” presenti nel mercato, perché creano divisioni ed allargamento delle fasce di emarginazione, non solo tra stati ma anche all’interno degli stessi paesi. In effetti la portata di questa nuova rivoluzione si preannuncia enorme.
Non c’è dubbio che senza un coordinamento la globalizzazione possa produrre dei veri disastri, ma il mio discorso è un altro: come possono globalizzazione ed alte tecnologie portare al rilancio degli stati poveri?
Certo l’enfasi è posta sull’hi-tech, non essendo questo testo in grado di spiegare e definire in modo chiaro il concetto di globalizzazione. A me interessa l’aspetto ideale di questo fenomeno, cioè lo human connecting ed il modo di porsi d’innanzi alle sfide che il mercato presenta , preferendo un carattere estroverso degli stati e delle aziende ad uno chiuso ed introverso. Delle prove che la combinazione “apertura al mercato-hi tech” possa dare possibilità enormi ai late comers ci sono già. Ho cercato di capire in che senso la diffusione dell’ICT è rivoluzionaria. Ho parlato di cambiamenti nel paradigma produttivo, di società flessibile e diffusione delle conoscenze.
Il fenomeno che mi è sembrato emblematico al riguardo è l’open source. Cioè un nuovo modello di innovazione basato sul libero accesso ai codici dei software e protetto da una licenza pubblica che vieta la vendita o l’utilizzo a scopo di lucro delle innovazioni apportate ai programmi. Questo nuovo paradigma produttivo ha già degli esempi di successo e Linux né è il testimone d’eccezione.
Questo nuovo paradigma produttivo può scuotere il regime delle grandi case che spendono grossi capitali nella ricerca e creano alte barriere all’entrata nel mercato del software. Quanto può essere seria questa minaccia può essere misurato dall’alta qualità dei prodotti open source e dall’affidabilità senza precedenti. Anche le motivazioni individuali vanno ben aldilà della semplice solidarietà umana, che potrebbe relegare l’open source ad uno stato di sussidio occasionale ed a scopo umanistico alle imprese più deboli.
Occorrono persone qualificate che sappiano utilizzare in modo appropriato le nuove tecnologie di rete. Per fare ciò ci volgliono investimenti in infrastrutture informatiche (meno costose che quelle fisiche) ed istruzione, altrimenti gli svantaggi non potranno essere recupereati. La società della conscenza è una sfida, ma è anche una necessità.

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I INTRODUZIONE L’innovazione tecnologica, nel campo della moderna teoria della crescita è stata sempre considerata una variabile determinante dello sviluppo. Varia sostanzialmente il modo in cui questa variabile è stata trattata nell’ambito dei due filoni che si sono avvicendati nel corso della storia dell’economia dello sviluppo. Negli ultimi quindici o vent’anni questa materia ha subito una vera e propria esplosione di contributi ed ha suscitato un rinnovato interesse per tanti studiosi dell’economia. Infatti pur avendo avuto illustri caposcuola, come Smith, Marx, Ricardo e Schumpeter, questa materia, il cui filone moderno si può dire sia nato negli anni cinquanta, ad opera di Robert Solow, è stata imbavagliata dalla teoria Neoclassica, di cui Solow stesso è il capostipite. Il filone Neoclassico, sostanzialmente considerava l’innovazione tecnologica come l’unica variabile in grado di assicurare tassi di crescita positivi nel lungo periodo, ma aveva un grosso difetto, quello di considerarla una variabile esogena, cioè non condizionata dalle scelte. L’implicazione pratica di tale teoria era che, essendo il capitale un fattore a rendimento decrescente ed essendo l’innovazione tecnologica l’unica variabile in grado di assicurare una crescita persistente, si sarebbe dovuta verificare la convergenza dei redditi pro-capite tra gli stati della terra.

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