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La flessibilità del mercato del lavoro italiano. Profili giuridici ed effetti socio-economici.

Informazioni tesi

  Autore: Gianluca Cocco
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2003-04
  Università: Università degli Studi di Sassari
  Facoltà: Economia
  Corso: Economia e Commercio
  Relatore: Luigi Guiso
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 171

Durante gli anni novanta e nel decennio in corso le spinte, provenienti soprattutto dal mondo imprenditoriale, verso un abbattimento delle rigidità del mercato del lavoro, hanno trovato anche in Italia una puntuale risposta legislativa e contrattuale su gran parte degli aspetti considerati ostruttivi della competitività delle imprese e della crescita occupazionale. Le imprese oggi sono libere di assumere chi vogliono senza alcun vincolo legato allo stato di bisogno del disoccupato; possono ricorrere con maggiore facilità ai contratti a termine e a tempo parziale, nonché usufruire di nuove forme di impiego flessibile. Sul piano delle relazioni industriali la politica dei redditi produce da un decennio a questa parte un forte contenimento dei salari reali.
Le piccole imprese non sono costrette a reintegrare sul posto di lavoro il lavoratore licenziato senza una giusta causa o un giustificato motivo e sono sostanzialmente esonerate dalle pressioni sindacali sui luoghi di lavoro.
Ed è soprattutto a questo modello di flessibilità “normata” che sembrerebbero ascrivibili gli importanti risultati quantitativi ottenuti a partire dalla seconda metà degli anni novanta in termini di riduzione del tasso di disoccupazione e, in minor misura, di crescita del tasso di occupazione.
Tuttavia l’Italia continua a correre a due velocità: quella del Nord che presenta, a parità di potere d’acquisto, un reddito pro-capite notevolmente superiore, con alcune regioni che operano in regime di pieno impiego e quella del Sud con un tasso di disoccupazione più che doppio rispetto alla media italiana e un tasso di occupazione
inferiore di 11,2 punti percentuali rispetto alla media nazionale. Per questo divario territoriale a salire sul banco degli imputati è spesso la rigidità salariale del nostro mercato del lavoro, ritenuta da più parti il maggior ostacolo alla riduzione dei differenziali dei tassi di disoccupazione, di occupazione e di attività tra Centro-Nord e Sud.
Inoltre, il tessuto produttivo italiano si caratterizza per una cospicua presenza di piccole imprese. La loro riluttanza ad accrescere i propri livelli occupazionali è, da più parti, imputabile ai restrittivi effetti di un licenziamento “ingiusto”, che subentrano qualora raggiungano la soglia dei 15 dipendenti.
Scopo precipuo di questo lavoro è quello di mostrare in primo luogo i risultati positivi in termini quantitativi legati alla diffusione delle forme flessibili di impiego della forza-lavoro. A fronte di questi risultati ci si chiede quali siano e possano essere gli effetti socio-economici di una tale diffusione. La flessibilizzazione del mercato del lavoro può essere considerato l’unico toccasana per combattere la disoccupazione? Il dualismo territoriale è dovuto alle rigidità salariali o il gap economico tra Centro-Nord e Sud è ascrivibile ad un ritardo cronico e strutturale di quest’ultimo in diversi settori? Esiste un effetto soglia nell’evoluzione della crescita dimensionale delle piccole imprese? A questi interrogativi non sempre è agevole fornire delle risposte inconfutabili. Tuttavia suscitano quantomeno delle importanti riflessioni, supportate dai dati statistici.
In questo lavoro, dopo una breve esposizione, nel capitolo primo, dei profili concettuali relativi alle varie forme di flessibilità del mercato del lavoro, nel capitolo secondo, vengono esposti i risultati quantitativi e gli effetti socio-economici derivanti dalla diffusione dei principali strumenti contrattuali atipici, nonché l’evoluzione della relativa disciplina. Nel capitolo terzo, si prende in esame uno degli aspetti più dibattuti ultimamente, ossia la relazione tra livello di protezione dal licenziamento e crescita occupazionale. In particolare, accanto ad una breve esposizione dei principali aspetti della disciplina dei licenziamenti, si prendono in considerazione le più autorevoli analisi empiriche sul presunto effetto soglia.
Altro tema ampiamente dibattuto, quello relativo all’introduzione di forme di flessibilità salariale verso il basso, viene affrontato nel capitolo quarto, nel quale, dopo alcuni brevi cenni teorici, si analizzano le dinamiche del costo del lavoro e della produttività negli ultimi anni, sia a livello nazionale che territoriale, nonché alcune cause del dualismo territoriale italiano.
Infine, nel quinto ed ultimo capitolo, si espongono gli effetti della intensa deregolamentazione del mercato del lavoro in Spagna, il Paese che più di ogni altro ha fatto registrare i migliori risultati in termini di lotta alla disoccupazione e che, tuttavia, non è riuscito a coniugare flessibilità ed equità, essendo anche quello che presenta il più alto livello di segmentazione del mercato del lavoro, con tassi di precarietà ben lontani dalla media europea.

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ξ La diffusione del lavoro atipico: premessa Nell’accezione di lavoro atipico si è soliti ricomprendere agevolmente tutte le forme d’impiego che non presentano le caratteristiche della stabilità del rapporto di lavoro e/o dell’orario pieno. Nel rapporto annuale sulla situazione del Paese nel 2003, l’Istat, alla luce dell’introduzione delle nuove forme contrattuali, ha riclassificato le tipologie dei rapporti di lavoro atipico 1 , individuando 21 forme contrattuali lavoro atipico, che possono essere applicate secondo 48 modalità diverse, 34 delle quali pienamente atipiche e 14 parzialmente atipiche 2 . Si tratta, prevalentemente, di istituti giuridici presenti da decenni nel nostro ordinamento, i quali, soprattutto nell’ultimo decennio, sono stati sottoposti ad un processo di deregolamentazione, per colmare, da un lato, i gap di competitività delle imprese e per invertire, dall’altro, il trend negativo delle dinamiche occupazionali. E in effetti, negli anni novanta, la legislazione a suffragio delle imprese ha stimolato un incremento considerevole del ricorso da parte di queste ultime ai rapporti atipici. Nell’arco temporale 1996-2003, a fronte di una crescita del Pil di oltre un punto percentuale medio annuo inferiore rispetto al precedente ciclo di espansione degli anni ottanta, sono stati creati 2.296.000 posti di lavoro dipendente. Tanti da mettere in crisi le formulazioni teoriche sulla “crescita senza occupazione” e da dare spazio a quelle sulla “occupazione senza crescita”. Tuttavia di questi posti di lavoro oltre 1.250.000 sono costituiti da lavori atipici: quasi 700 mila part-time e oltre 550 mila a termine 3 . 1 Una prima classificazione si ebbe nel Rapporto sulla situazione del Paese nel 2001, nel quale furono individuate 31 tipologie di lavoro atipico, 18 delle quali strettamente atipiche e 13 parzialmente atipiche. 2 Cfr., Istat, Rapporto annuale. La situazione del Paese nel 2003, Roma, maggio 2004. 3 Ibidem. I

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