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Gli U.S.A. e la politica estera di Jimmy Carter: 1977-1981

Informazioni tesi

  Autore: Daniel Mori
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2002-03
  Università: Università degli Studi di Firenze
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Storia
  Relatore: Federico Romero
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 208

Le candidature alle elezioni presidenziali del 1976 rispecchiavano pienamente la crisi delle istituzioni e l’instabilità dei partiti politici americani in quel periodo: Gerald Ford - unico presidente della storia degli Stati Uniti a non essere stato eletto - e James Earl Carter, Jr., uomo ai margini del gioco politico nazionale e, fino al 1975, ancora considerato attore del tutto secondario nella competizione per la nomination democratica alla Casa Bianca. L'America del 1976 era una nazione in crisi ed un "impero" in declino.
La soluzione proposta da Carter fu al tempo stesso conservatrice e progressista: conservatrice nel ricorso alla retorica della redenzione morale e del ritorno alla purezza "jeffersoniana", progressista nelle istanze di rinnovamento della politica estera.
Carter restituì l’ideologia alla retorica presidenziale, ma nella pratica fu più spesso un realista che un idealista. Messi da parte, infatti, i proclama sui diritti umani, le più grandi conquiste dell’amministrazione – il riconoscimento della Repubblica Popolare Cinese e gli accordi SALT II – furono atti di puro realismo. Assieme ai trattati per la restituzione del canale di Panama e la mediazione degli accordi di Camp David, tali atti servono anche a segnalare un'inaspettata, e raramente rilevata, continuità con gli obiettivi di politica estera nell'era di Kissinger.

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5 INTRODUZIONE Le candidature alle elezioni presidenziali del 1976 rispecchiavano pienamente la crisi delle istituzioni e l’instabilità dei partiti politici americani in quel periodo: Gerald Ford - unico presidente della storia degli Stati Uniti a non essere stato eletto 1 - e James Earl Carter, Jr., uomo ai margini del gioco politico nazionale e, fino al 1975, ancora considerato attore del tutto secondario nella competizione per la nomination democratica alla Casa Bianca. L'America del 1976 era una nazione in crisi: benché sia plausibile fare riferimento al rallentamento economico ed al declino della potenza militare, l'ascesa di Jimmy Carter si spiega più facilmente ricorrendo alla categoria della crisi di valori. Negli anni sessanta erano esplose tutte le contraddizioni che la società americana aveva incubato nel decennio precedente. Il decennio della “flaccidità, dell’autocompiacimento e del rozzo materialismo” 2 aveva visto l'affermazione dell'immagine della classe media suburbana come modello di auto-rappresentazione della nazione americana. Le coordinate conformiste e conservatrici secondo le quali si identificava la società degli anni cinquanta, per molti versi affini a quelle degli anni venti, persero rapidamente di attualità a partire dal secondo mandato 1 Il vice-presidente eletto assieme a Nixon nel 1968 e nel 1972 era stato Spiro Agnew. Patterson (America in the Twentieth Century, Harcourt College Publishers, New York 2000; p. 440) lo ha descritto cosi': “Inesperto e maldestro, Agnew insultò ripetutamente le minoranze etniche. Era uno dei piu' incompetenti candidati alla vicepresidenza del secolo”. Nell'Ottobre del 1973, poco prima dello scandalo Watergate, Agnew rassegnò le dimissioni quando fu scoperto che aveva evaso tasse e riscosso tangenti. Nixon lo sostituì con Gerald Ford, rappresentante del Michigan. Quando anche Nixon fu costretto a dimettersi, Ford divenne presidente e nominò Nelson Rockefeller suo vice. 2 William Shannon, cit. in J.T. PATTERSON, America in the Twentieth Century, Harcourt College Publishers, New York 2000; p. 22.

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