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Ricerca e provocazione come vie della fabbrica teatrale: il percorso artistico di Steven Berkoff

In cerca di Berkoff. Tentando di dipanare il groviglio di informazioni e pettegolezzi sul suo conto, in un’orgia massmediologica in cui lui stesso è vittima sacrificale e ministro del sacrificio. Un nome sconosciuto a molti (“Steven who?”) e il volto noto a tutti, capace di suscitare passioni forti, che oscillano dall’adorazione al disgusto, ma che raramente scadono nella mediocrità o nel tiepido giudizio. L’uomo di teatro, che tanto ha lottato per smuovere i titani soffocanti della West End, negletto, aggressivo e pronto a colpire per non essere affondato. L’uomo di cinema, che a causa di qualche successo da botteghino ha inciso delle carni, nelle pieghe del volto cangiante, un timbro indelebile, una sorta di lettera scarlatta leggibile nel luccichio agghiacciante dei suoi occhi ialini: ‘V’, villain. Cattivo. Creatore di un teatro e di una letteratura che trovano un’impressionante corrispondenza autobiografica, una narcisistica messa in scena della sua stessa vita: Steven Berkoff-l’uomo viene confuso con Steven Berkoff-l’attore, fino a venire giudicato ed attaccatto personalmente a causa delle azioni delle dramatis personae a cui ha insufflato energicamente vita: se Victor Maitland cerca di eliminare il Beverly Hills Cop Eddie Murphy, perché Steven Berkoff non dovrebbe esser capace di uccidere il critico che ha minacciato (“per scherzo, ho grande rispetto per la vita umana”) dopo una recensione distruttiva? E se il povero Harry si suicida per aver ricevuto solo sei cartoline di auguri natalizi, perché non colpire colui che lo ha creato, insinuando che di sicuro anche la sua vita sarà vuota e arida come quella del soccombente personaggio?
Attore di genio, regista di talento, con un penetrante sguardo da clown perverso e un fare da teppista provocatore, Berkoff ha speso tutta la sua carriera e gran parte della sua vita a dimostrare di essere all’altezza di chi lo circondava, e l’unico mezzo per reagire al senso di rifiuto e solitudine, persino di persecuzione, è sempre stato quello di aggredire per primo, di agire perennemente in nome dell’esagerazione, dell’eccesso, dello scandalo; il
suo merito - la sua condanna - è la singolarità assoluta del suo essere uomo di spettacolo tout court, e questa eccezionalità destina Berkoff ad una profonda solitudine da “mosca bianca”, anche nella sfera privata: lui stesso ammette di aver sacrificato per la vita artistica “la normalità, la possibilità di avere una famiglia con dei figli, la felicità, l’equilibrio necessario per costruire una vita lineare” (Free Association, 75).
Cercherò di fare un ritratto del “fenomeno – Berkoff” partendo dalla biografia che ho definito “interessante” per la ricchezza di eventi che hanno caratterizzato la sua vita, dopodiché mi dedicherò alla ricerca delle “sorgenti” del lavoro berkoviano, individuando in Jacques Lecoq ed Antonin Artaud le principali fonti d’ispirazione e non tralasciando le personalità verso cui Berkoff attua un vero e proprio processo di identificazione: Franz Kafka, Edgar Allan Poe, Oscar Wilde, William Shakespeare e i grandi attori inglesi Henry Irving, Edmund Kean e Laurence Olivier.
Il passo successivo sarà quello di fare una breve carrellata sulla storia del teatro inglese degli ultimi cinquant’anni focalizzandomi sugli eventi più provocatori avvenuti sulle scene britanniche, per inserire Berkoff in un contesto ben articolato che lo ha sicuramente condizionato; a seguire mi concentrerò sulla personalità dell’attore che “davanti a sé porta scompiglio e dietro si sé lascia lacrime” (Ross 2001, p.7), in costante conflitto con la stampa, con i grandi teatri londinesi e persino con il pubblico.
Dopo essermi concentrata su East, uno degli spettacoli più significativi della sua produzione multiforme, tenterò di delineare gli elementi portanti dell’estetica berkoviana nelle sue interpretazioni come attore e soprattutto nelle regie da lui curate, e mi soffermerò sull’importanza della sua ricerca linguistica specialmente come autore di testi drammatici: il sommarsi di tutti questi elementi ci aiuterà a riconoscere la costruzione di un personaggio-Berkoff che si confonde tra vita e arte, votato all’eccesso e al grottesco e il cui diktat sembra essere “Let me play the fool! Certainly one of my commandments in life” (FA, 177).

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I Premessa In cerca di Berkoff. Tentando di dipanare il groviglio di informazioni e pettegolezzi sul suo conto, in un’orgia massmediologica in cui lui stesso è vittima sacrificale e ministro del sacrificio. Un nome sconosciuto a molti (“Steven who?”) e il volto noto a tutti, capace di suscitare passioni forti, che oscillano dall’adorazione al disgusto, ma che raramente scadono nella mediocrità o nel tiepido giudizio. L’uomo di teatro, che tanto ha lottato per smuovere i titani soffocanti della West End, negletto, aggressivo e pronto a colpire per non essere affondato. L’uomo di cinema, che a causa di qualche successo da botteghino ha inciso delle carni, nelle pieghe del volto cangiante, un timbro indelebile, una sorta di lettera scarlatta leggibile nel luccichio agghiacciante dei suoi occhi ialini: ‘V’, villain. Cattivo. Creatore di un teatro e di una letteratura che trovano un’impressionante corrispondenza autobiografica, una narcisistica messa in scena della sua stessa vita: Steven Berkoff- l’uomo viene confuso con Steven Berkoff-l’attore, fino a venire giudicato ed attaccatto personalmente a causa delle azioni delle dramatis personae a cui ha insufflato energicamente vita: se Victor Maitland cerca di eliminare il Beverly Hills Cop Eddie Murphy, perché Steven Berkoff non dovrebbe esser capace di uccidere il critico che ha minacciato (“per scherzo, ho grande rispetto per la vita umana”) dopo una recensione distruttiva? E se il povero Harry si suicida per aver ricevuto solo sei cartoline di auguri natalizi, perché non colpire colui che lo ha creato, insinuando che di sicuro anche la sua vita sarà vuota e arida come quella del soccombente personaggio? Attore di genio, regista di talento, con un penetrante sguardo da clown perverso e un fare da teppista provocatore, Berkoff ha speso tutta la sua carriera e gran parte della sua vita a dimostrare di essere all’altezza di chi lo circondava, e l’unico mezzo per reagire al senso di rifiuto e solitudine, persino di persecuzione, è sempre stato quello di aggredire per primo, di agire perennemente in nome dell’esagerazione, dell’eccesso, dello scandalo; il suo merito - la sua condanna - è la singolarità assoluta del suo essere uomo di spettacolo tout court, e questa eccezionalità destina Berkoff ad una profonda solitudine da “mosca bianca”, anche nella sfera privata: lui stesso ammette

Tesi di Laurea

Facoltà: Lettere e Filosofia

Autore: Luisa Ricci Contatta »

Composta da 160 pagine.

 

Questa tesi ha raggiunto 2631 click dal 05/10/2004.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.