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Come si racconta(va) la guerra: il conflitto del Kosovo nelle cronache del ''Corriere della Sera'' e del ''manifesto''

L’Uçk e l’irruzione della Nato in Kosovo

L’Uçk aveva inizialmente un nucleo dirigente politico-militare che si ispirava all’ideologia marxista-leninista di Enver Hoxha e si ispirava al PKK del Kurdistan turco; ma la maggior parte dei guerriglieri era mossa solo da acceso nazionalismo, disponibile a lottare contro i serbi indipendentemente dalla parte politica. Questa guerriglia, in cui confluirono soprattutto militari, poliziotti e studenti, cercava di convalidare la propria immagine internazionale qualificandosi come movimento di liberazione di tipo anticoloniale. Nel 1997 l’Esercito di Liberazione nazionale compì 14 attentati in Kosovo e in Macedonia diretti non solo contro i serbi ma anche per colpire connazionali considerati collaborazionisti.



L’Esercito di Liberazione del Kosovo si sentì rafforzato, durante l’estate del 1998, da una considerazione dell’ambasciatore americano Richard Holbrooke, il quale rassicurò l’Uçk che l’indipendenza era da considerare “a portata di mano”; inoltre, alcuni rappresentanti dell’OSCE, che facevano parte del Kosovo Verification Mission (KVM, che arrivò in Kosovo nel mese di ottobre del medesimo anno), fornirono all’Uçk equipaggiamento per la comunicazione.
Il successo dell’Uçk sembra spiegarsi almeno in parte con l’insuccesso della tattica non violenta, che tuttavia aveva permesso agli albanesi del Kosovo di creare le loro istituzioni parallele. Altro fattore da considerare è l’età media della popolazione del Kosovo nel 1998-1999: meno di 19 anni. Ciò significava, tenendo conto del fatto che la crisi del Kosovo durava dal 1981, cioè da quasi vent’anni, che la maggioranza dei kosovari aveva conosciuto moltissime repressioni e discriminazioni.

Altri elementi determinanti che contribuiscono a spiegare il successo dell’Esercito di Liberazione del Kosovo sono contingenti: la strage di Drenica; la speranza di un intervento americano o della Nato; la delusione provocata dall’atteggiamento passivo della comunità internazionale, che aveva accettato lo status quo della regione creato dal governo di Belgrado.

Del resto, uno status di autonomia sarebbe stato osteggiato dai Serbi in quanto troppo favorevole agli albanesi, e questi ultimi non avrebbero accettato altre soluzioni che non rispondessero ai risultati del referendum indipendentista del 1991.
Gli stessi serbi contribuirono alla crescita impetuosa dell’Uçk, dato che la tattica della forza e dell’intimidazione prevalse su quella del dialogo che, anche quando poteva concretizzarsi, era stato preso in considerazione dai Serbi in senso unilaterale, senza una vera apertura. Davanti all’atteggiamento così intransigente e poco plastico di Belgrado, la volontà separatista degli albanesi del Kosovo aumentò.

Intanto, nella primavera del 1998, in ambito NATO iniziarono a emergere le opzioni militari, che andavano essenzialmente in due direzioni: o si interveniva contro i Serbi e si creava un cordone sanitario in Albania e Macedonia per bloccare il flusso di rifornimenti destinati all’Uçk, e questa posizione avrebbe visto la Nato appoggiare i guerriglieri albanesi; oppure la Nato si sarebbe schierata a favore della stabilità interna della Jugoslavia e contro l’Uçk, ma questa opzione confliggeva con la tendenza antiserba diffusa in Occidente.

Madeleine Albright, segretario di Stato americano, decise di non mostrarsi tenera nei confronti di Milosević, atteggiamento che del resto aveva mantenuto sin dalla guerra bosniaca. Continuò a predicare una “crociata” contro il presidente jugoslavo, ma la sua linea non raccoglieva molta approvazione alla Casa Bianca, soprattutto al Pentagono, dove si nutrivano, in quel momento, forti dubbi sull’utilità di ricorrere alla forza nei Balcani. L’atteggiamento del Segretario di Stato Albright era considerato con maggiore ostilità in Europa dove erano presenti, nell’ambiente politico più che nell’opinione pubblica, diffuse simpatie filoserbe, alimentate da importanti legami economici, che avevano un peso non da poco nella politica del Gruppo di Contatto. La maggior parte dei politici e dei diplomatici occidentali, infatti, aveva un atteggiamento critico nei confronti della politica serba in atto nel Kosovo, ma non considerava l’Uçk un interlocutore legittimo e non riteneva vantaggioso sostenere il separatismo albanese.

Gli Stati Uniti si trovavano in un momento particolarmente delicato della politica interna e un nuovo approccio all’interno della Nato doveva servire a dare una sterzata alla fragile posizione politica della Casa Bianca, che, secondo il Segretario di Stato, non poteva ulteriormente mostrarsi debole agli occhi del Congresso, e doveva dimostrare di essere ancora capace di leadership. La Nato poteva essere un piedistallo robusto, che avrebbe permesso agli Stati Uniti di farsi valere nel consesso delle potenze mondiali ed europee. La crisi del Kosovo, sempre nell’opinione della Albright, offriva la possibilità di un intervento della Nato, «fuori dall’area» per garantire la sicurezza dell’intera sfera geopolitica in cui si trovava.

Il 22 marzo, Ibrahim Rugova, unico candidato, venne confermato presidente degli albanesi del Kosovo. Per contrapporre un decisivo movimento militare all’Uçk, Rugova e Bukoshi organizzarono, con l’approvazione americana, i soldi sauditi e l’aiuto logistico turco, le Forze armate della Repubblica kosovara (Fark). Questa organizzazione militare non ebbe però il successo sperato, in quanto l’Esercito di liberazione riuscì ad assorbirlo, eliminandone, anche fisicamente, i capi.

Poco tempo dopo avvenne un incontro diplomatico, tessuto dagli statunitensi, tra il neopresidente e Milosević (che dettò le regole dell’incontro), il cui risultato fu la creazione di un tavolo negoziale tra serbi e albanesi, in cui l’ambasciatore americano in Macedonia, Hill, ebbe un ruolo marginale, rimanendo a disposizione per aiutare solo se richiesto dalle parti. [...]

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Informazioni tesi

  Autore: Arianna Barone
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2017-18
  Università: Università degli studi di Genova
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Informazione ed Editoria
  Relatore: Alberto Giordano
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 192

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