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La superbia in Dante: intimo conflitto tra desiderio di gloria e consapevolezza della sua vanità

Il canto XII del Purgatorio

Nei tre canti dedicati dal Dante auctor alla riflessione sulla superbia, egli ha dapprima descritto la pena generale dei superbi espianti, le immagini di umiltà sulle quali dovevano meditare e in un terzo momento li ha riuniti nella corale preghiera del Pater Noster. A questo punto è giunto il momento di riportare davanti a loro le immagini del male, quale freno nato dal timore e dallo sdegno scaturiti da un vizio tanto abietto ma ormai superato (o in via di superamento).

Il viator, varcata la soglia del regno di Catone, ha visto scolpiti nella parete della prima cornice solenni esempi di umiltà, ha incontrato le anime dei superbi, curve sotto il peso del masso che le opprime e ha proceduto, anch’egli curvo, accompagnandosi ad una di esse
Ora, però, all’inizio del canto XII, Dante dovrà abbandonare l’amico Oderisi su invito del Maestro, per rivolgere l’attenzione ad altro e completare così il suo iter di purificazione.

Lasciata l’anima del miniatore si rimette in piedi, nonostante i suoi pensieri rimangano e chinati e scemi: non più curvo nella postura, ma umiliato nell’intimo in virtù di quella “buona umiltà” infusagli dalle parole di Oderisi. La nota altamente umana e soggettiva con cui si era chiuso il canto precedente, si dispiega nelle cinque terzine iniziali in cui viene messo in evidenza il carattere lirico – drammatico del personaggio Dante.

Egli ha fatto propria la sofferenza dei superbi fino ad assumere fisicamente lo stesso modo di procedere e ora la sua meditazione continua ad articolarsi ansiosamente intorno alla necessità dell’umiltà per poi approfondirsi in quel volgi li occhi in giù, con un significativo moto che progredisce dall’astratta dimensione interiore (i pensieri) verso una concreta proiezione esteriore (lo letto de le piante tue). Il lettore coglie da subito la chiave per l’interpretazione di questo canto, in cui il tono moraleggiante non sfocia in sentenze né tanto meno in mera discussione retorica, ma si trasforma in chiara evidenza assumendo la forma e la potenza comunicativa degli esempi.
Attore e protagonista assoluto del canto XII sarà, infatti, proprio Dante, il quale ha volutamente eliminato ogni incontro con le anime espianti – d’altronde il motivo degli incontri aveva fatto da padrone nel canto precedente e aveva fornito l’espediente poetico-narrativo all’esposizione di quanto gli stava a cuore trattare.
ed el mi disse: "Volgi li occhi in giùe: buon ti sarà, per tranquillar la via, veder lo letto de le piante tue". (vv. 13-15)

In questo canto le situazioni di pura invenzione e i rilievi di sostanza morale non si presentano come separate orientazioni del racconto, ma come complementari cadenze costruttive; due aspetti tematici di un medesimo nucleo narrativo che ripropone, sia pure con modalità diverse, l’elogio dell’umiltà intessuto nel corso dei due canti precedenti (con i quali ha in comune il persistente stato d’animo di amarezza e malinconia che caratterizza l’atmosfera purgatoriale). Il motivo della superbia, quale sovvertitrice di ogni ordine morale e politico, porta il Dante auctor ad una ricerca dottrinale che gli preclude ogni contatto con le anime, allargandosi il suo sguardo ad un’analisi più ampia delle vicende umane, che si risolve nei termini risentiti (e anche piuttosto sarcastici) delle due apostrofi – riflessioni dei vv. 70-72; 95-96, che richiamano e concludono con espressioni ancor più risolute quelle dei canti X e XI.

Questo brano è tratto dalla tesi:

La superbia in Dante: intimo conflitto tra desiderio di gloria e consapevolezza della sua vanità

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Informazioni tesi

  Autore: Sabrina Toppan
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2008-09
  Università: Università degli Studi Ca' Foscari di Venezia
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Lettere
  Relatore: Aldo Maria Costantini
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 175

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