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La Leggenda del Grande Inquisitore e la questione ontologica della libertà

Una logica scandalosa

Dostoevskij è sicuramente un autore molto complesso, il quale racchiude in sé diversi enigmi ancora oggi irrisolti, nonostante siano svariati i critici che ne hanno studiato le opere. Una delle questioni più discusse è sicuramente quella che riguarda il suo punto di vista. Sebbene alcuni studiosi come Rozanov o Merežkovskij, abbiano formulato l’ipotesi monologica, ovvero Dostoevskij si identificherebbe con un preciso personaggio (addirittura Rozanov afferma senza esitare la piena coincidenza di Dostoevskij con la figura dell’Inquisitore), oggi la maggior parte dei critici dello scrittore russo, tendono ad appoggiare le teorie di Bachtin, secondo cui le opere di Dostoevskij sarebbero costruite secondo la polifonia delle voci dei personaggi e tramite questo concerto multi vocale, si disvelerebbe il pensiero dell’autore.

In questo modo, Dostoevskij ha lasciato intendere ai suoi lettori quale fosse il suo messaggio principale, la libertà. In tale maniera, infatti, ha concesso ai suoi personaggi di agire liberamente, permettendo loro di scegliere il proprio destino. Tutti questi uomini, che si possono definire idee viventi, si imbattono nella più tormentosa delle questioni: il problema di Dio. Nel momento in cui propone tale tematica, soprattutto nel modo in cui tenta di affrontarla, Dostoevskij sembra voler dimostrare che la questione metafisica di Dio sia intrinsecamente collegata a quella ontologica della libertà, che si lascia scoprire lungo il destino dell’uomo. Infatti, questo intreccio delle questioni, scaturisce ogni qualvolta i personaggi si imbattono nella problematica del discernimento, oppure, nelle sofferenze derivate dagli eventi della vita, insomma, le due questioni esistenziali, quella di Dio e della libertà, sembrano appartenere all’uomo, il quale anche se tenta di evitarle, se le ritrova inevitabilmente ad affrontare lungo il percorso del suo vivere.
Per Dostoevskij sembra quasi che siano state un tormento costante, con le quali si è confrontato dialetticamente fino all’ultimo dei suoi romanzi, I fratelli Karamazov, forse il più filosoficamente riuscito e tale da rappresentare una svolta in questo travagliato cammino. Il forte amore per la libertà che avvertiva in sé e di cui sentiva non poter fare a meno, gli ha permesso di abitare i due abissi tanto opposti quanto indispensabili l’uno per l’altro, come la fede e l’ateismo. Si può aggiungere, che l’emblema di questa dicotomia interiore è sicuramente la Leggenda. In essa, Dostoevskij appare rivelare che cosa si nasconda nel suo caotico inconscio. Egli contiene entrambe le polarità, quella di Ivàn e quella di Aljo`ša. Si avverte dalle parole dei due protagonisti, come sia profondamente vissuta questa scissione nell’anima dell’autore. È il fardello della libertà, in virtù del quale l’uomo può scegliere autonomamente che percorso di vita affrontare. Il cammino della libertà, d’altra parte, è «difficile, doloroso, tragico. Richiede dell’eroismo.». Non è semplice giungere a delle conclusioni certe in Dostoevskij riguardo a queste problematiche, ma forse ne I fratelli Karamazov può svelarsi una prospettiva maggiormente ricercata dall’autore, soprattutto nella fase finale della sua vita. All’inizio dell’opera, c’è un’epigrafe che è fondamentale per la comprensione dell’immenso romanzo: «In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto.» Sono le parole con le quali Gesù, entrato per l’ultima volta in Gerusalemme, annuncia che è giunta la sua ora, quella in cui il Figlio glorificherà il Padre, ovvero, è arrivato il momento che il Figlio sia crocifisso. Solo così la sua missione potrà «portare frutto». Dostoevskij le riporta all’inizio della sua opera, poiché dopo le dure prove che aveva affrontato nella sua vita, le quali gli avevano fatto toccare anche il profondo degli abissi, aveva compreso che solo da quelle tenebre poteva giungere alla luce. Dostoevskij è stato spesso definito un grande psicologo, forse è stato anche molto di più, non si è fermato ad analizzare solamente la psiche umana, è andato ancora più a fondo, nei sotterranei dello spirito, indagandone le contraddizioni e i misteri, per questo, occorre procedere più che altro, nel campo pnemautologico affinché se ne possa cogliere la piena comprensione. Se si tiene bene a mente l’epigrafe iniziale ripresa dal Vangelo giovanneo e si ripercorre il cammino fatto da Dostoevskij, si può osservare come diversi dei suoi personaggi abbiano sperimentato l’esperienza della morte, se non fisica comunque spirituale e che dopo tale avvenimento sia potuto rinascere un uomo nuovo, rinvigorito e ben consapevole che il momento della caduta non è stato inutile, anzi, un passaggio fondamentale per ridestarsi e acquisire la consapevolezza di che cosa vuol dire essere uomini. [...]

Questo brano è tratto dalla tesi:

La Leggenda del Grande Inquisitore e la questione ontologica della libertà

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Informazioni tesi

  Autore: Mauro Donateo
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2010-11
  Università: Università degli Studi di Pisa
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Filosofia teoretica, morale, politica ed estetica
  Relatore: Tomaso Cavallo
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 129

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libertà
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