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«Poi c’hanno dato la casa alle Vallette» Privatizzazione domestica, comunità, famiglia nella Torino del miracolo economico

La suburbanizzazione di massa

Analizzando oggi la Torino del «lungo miracolo economico», non si può che essere colpiti dalle dimensioni e dalla rapidità del suo sviluppo. Una forte crescita demografica ne muta in pochi anni il volto, determinando un’inedita morfologia urbana caratterizzata da una marcata segregazione e da una più netta divisione funzionale tra aree a carattere produttivocommerciale e quelle nuove periferie residenziali che, in questa fase, vivono un’espansione senza precedenti.
Per ricostruire questa trasformazione è fondamentale concentrarsi, in primo luogo, sul nesso che lega lo sviluppo industriale, fortemente incentrato sulla monocultura dell’automobile, e la migrazione di massa. La forte richiesta di manodopera richiama imponenti flussi di popolazione che determinano un aumento rapidissimo dei residenti che nel 1961 superano la cifra simbolo del milione di unità. Tra il 1951 e il 1961 l’incremento è pari al 42% ben superiore a quello delle altre città come Milano (24,2%) e Roma (32,5%). Se storicamente gli immigrati inurbati provengono dalle provincie piemontesi o, al massimo, dal Nord est, dalla metà degli anni Cinquanta il baricentro si sposta nel Mezzogiorno.
La società torinese si caratterizza per la forte segmentazione. In una struttura economica che si contraddistingue per la sua semplicità (in cui il settore industriale prevale nettamente sul terziario) gli immigrati dal Meridione subiscono un processo di diffusa proletarizzazione concentrandosi nei gradini più bassi, mentre le posizioni superiori sono monopolizzare dalla componente piemontese. La città si sviluppa, dunque, secondo una frattura “etnica” tra un proletariato in larga parte meridionale e classi medio-alte piemontesi così profonda da permanere anche per la seconda generazione. La stessa segmentazione si ritrova analizzando lo sviluppo urbano coevo. Come rileva Marra la nuova geografia urbana si compone di aree omogenee nettamente divise secondo estrazione sociale e origine territoriale. La massa inurbata non si distribuisce uniformemente ma si concentra in prevalenza in quartieri specifici contribuendo a dividere Torino in “due città” differenti. Mentre le zone d’élite come la Crocetta, la collina, la parte occidentale o la fascia semicentrale ex operaia - da Vanchiglia a Borgo San Paolo, per intenderci - sono monopolizzate da famiglie autoctone, ceti elevati e medi, con classi d’età e scolarizzazione superiori, sono proprio il centro storico e le nuove periferie ad accogliere la componente immigrata, in larga parte proletaria con bassi livelli di istruzione ed età media inferiore. Tuttavia mentre il centro è sostanzialmente uno spazio di transito, dove gli economici ma fatiscenti edifici del Quadrilatero romano e di Porta Palazzo sono il primo approdo per chi è appena giunto in città, è nei quartieri più esterni a Nord e a Sud della città come Falchera, Regio Parco, Barriera di Milano, Madonna di Campagna, Lucento, Mirafiori Sud e Nord, Vallette che ci si stabilisce definitivamente. Queste zone poco pregiate ancora in larga parte agricole subiscono un’intensa attività edificatoria, registrando «una vera e propria esplosione». A Nord, Lucento, Madonna di Campagna, Rebaudengo e Regio Parco tra il 1951 e il 1971 passano da 108 mila abitanti ai 254 mila, Aeronautica e Pozzo Strada li quadruplicano (da 22 mila ai 93 mila) e Mirafiori Sud aumenta da 18 mila a ben 141 mila residenti. Complessivamente se nel 1936 solo il 22,5% dei torinesi risiede nella periferia (esclusa la collina) oltre la cinta daziaria del 1853, nel 1971 la quota aumenta al 51%.
Le barriere operaie preesistenti vedono così stravolgersi il proprio tessuto insediativo e sociale. Il forte rimescolamento della popolazione e il concomitante sviluppo della società di massa ne accelera il processo – già iniziato sotto il Regime – di integrazione urbana e di erosione dell’unità culturale. Entra sempre più in crisi quell’appartenenza identitaria fondata su un certo grado di uniformità sociale, professionale e di provenienza territoriale. Si assiste al passaggio, secondo una distinzione classica, da una dimensione sociale circoscritta della barriera dove casa e lavoro hanno uno stretto legame e le relazioni lavorative di vicinato, parentela si sovrappongono cementando l’appartenenza comunitaria, ai nuovi quartieri residenziali, sorti disordinatamente senza un’attenta pianificazione, caratterizzati da moderni condomini dove i residenti sono obbligati ad un forte pendolarismo verso altre aree urbane a causa di una più netta separazione tra luogo di residenza, sedi lavorative e il centro cittadino in cui sono concentrati i servizi collettivi e commerciali. In quegli anni, infatti, l’aumento delle distanze tra il luogo in cui si abita e gli altri luoghi della vita urbana, connesso alle nuove opportunità di mobilità prodotte dalla motorizzazione di massa determinano (con nette differenze a seconda di reddito, genere, età) un nuovo modo di costruire le proprie reti di conoscenze e di “vivere” la città. Nel processo di costruzione e organizzazione della vita relazionale la prossimità spaziale appare perdere il suo peso per una sempre più crescente quota delle classi popolari urbane. Lo sviluppo del trasporto pubblico e, soprattutto, di quello privato permette la suburbanizzazione di massa aprendo nuove aree alla residenza operaia.
Torino viene dunque a caratterizzarsi per una periferia costruita “dagli” immigrati meridionali “per” gli immigrati stessi in maggioranza di estrazione proletaria. [...]

Questo brano è tratto dalla tesi:

«Poi c’hanno dato la casa alle Vallette» Privatizzazione domestica, comunità, famiglia nella Torino del miracolo economico

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Informazioni tesi

  Autore: Andrea Coccorese
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2011-12
  Università: Università degli Studi di Torino
  Facoltà: Lettere
  Corso: Storia contemporanea
  Relatore: Stefano Musso
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 244

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Parole chiave

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