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Tra pubblico e privato: il ruolo della Banca Commerciale Italiana nell'espansionismo italiano nei Balcani tra le due guerre

La politica commerciale italiana nell'area danubiano–balcanica

L'interesse italiano nei confronti della regione danubiano-balcanica e in generale verso la vicina Europa orientale risale al primo decennio del XX secolo, quando settori dell'imprenditoria italiana, in particolar modo quelli legati all'industria dei trasporti, avevano visto nell'area delle possibilità d'espansione. Le aspirazioni dei gruppi d'interesse italiani, di cui Giuseppe Volpi fu uno degli esponenti principali, si concentrarono nel progetto di costruzione di una linea ferroviaria transbalcanica, il cui percorso avrebbe dovuto collegare i porti del Mar Nero con quelli del Mar Adriatico. Ruolo particolarmente attivo nel progetto ferroviario fu quello della Società Commerciale d'Oriente, un gruppo veneziano legato a Volpi che poté contare, proprio grazie alle conoscenze personali del futuro conte di Misurata, su numerosi contatti politici e imprenditoriali nei Balcani e nel mondo ottomano.
La spinta italiana verso l'Europa orientale fu tuttavia accarezzata anche dagli ambienti governativi italiani che videro nei Balcani possibilità di costruire opere pubbliche e ricavare sbocchi commerciali. Con la fine della Grande Guerra e la nascita degli stati successori, l'Italia riprese con vigore la politica d'espansione verso est, cercando di formalizzare con accordi commerciali e convergenti interessi politici la propria presenza nell'area. L'Albania, occupata durante la guerra, rappresentò la testa di ponte italiana nella regione, anche se, a seguito della rivolta dei bersaglieri di Ancona del 1920, all'occupazione militare sostituì una sorta di protettorato con il beneplacito delle potenze europee. Con l'avvento del fascismo, la presenza nell'area si intensificò grazie soprattutto al grimaldello politico rappresentato delle istanze di revisione dei trattati di pace del 1919. Tra gli stati successori, furono molte infatti le rimostranze verso i trattati e, grazie alla scaltrezza in politica estera di Mussolini, l'Italia riuscì stabilire un rapporto privilegiato con alcuni stati dell'area, in particolar modo con Ungheria e Bulgaria. L'ampio spazio di manovra italiano fu reso possibile dalla momentanea assenza della Germania, storico paese guida dell'area, per la quale le "conseguenze della pace" lasciarono gli strascichi di cui si è lungamente parlato.
Per i nuovi stati balcanici e danubiani, gli anni immediatamente successivi al conflitto furono anni di profonda difficoltà economica e, la necessità di importare capitali, aprì le porte alla penetrazione straniera. Francesi, inglesi, italiani e americani sovvenzionarono e finanziarono le economie degli stati successori, puntando soprattutto sull'industria estrattiva e su quei rami industriali intrecciati con gli interessi internazionali degli investitori stessi. Pur giocando un ruolo positivo, l'investimento straniero fu indirizzato in modo da giovare alle economie esportatrici di capitale, più che ai paesi destinatari.
Rispetto all'Inghilterra e agli Stati Uniti, la Francia giocò un ruolo politico preponderante nell'area e nel 1921 creò la "Piccola intesa", affiancando l'alleanza politica alla creazione di una fitta rete di rapporti finanziari, commerciali e tecnici che facevano capo a Parigi114. Centro degli interessi francesi fu l'industrializzata Cecoslovacchia, trampolino, come per gli inglesi, per una futura espansione nell'area.
Le mosse dell'Italia fascista si limitarono in questa prima fase ad accordi doganali con l'Austria nel 1923, con la Jugoslavia nel 1924, con l'Ungheria nel 1925 e al perfezionamento di un accordo precedente con la Cecoslovacchia nel 1924. Fulcro del progetto italiano furono i porti adriatici di Fiume e Trieste, tradizionali sbocchi sul mare dell'impero Austro-ungarico, ora in Italia, che avrebbero dovuto assicurare e stimolare i traffici. I trattati con gli stati successori, inoltre, oltre a prevedere limitazioni della clausola della nazione più favorita per non intaccare le rispettive produzioni interne, riconobbero all'Italia un ruolo predominante. Dal 1925 la ripresa tedesca, pur riaprendo uno sbocco alle esportazioni in Germania, ridusse gli spazi per le iniziative commerciali italiane e ne compromise il risultato. Con la grande depressione del 1929, l'Italia tentò di rafforzare la propria posizione nella zona balcanica dando vita a un'area di commercio preferenziale che comprendesse l'Austria,
l'Ungheria e, possibilmente, la Jugoslavia. L'idea iniziale fu avanzata da Igino Brocchi nel 1930, consigliere giuridico del Ministero degli Esteri e uomo fidato di Volpi. Lo scopo del "Sistema Brocchi" fu ridurre le difficoltà ungheresi a esportare derrate alimentari e altri prodotti agricoli. Il progetto previde che due istituti di credito appositamente creati avrebbero finanziato il commercio tra l'Italia e gli altri due paesi, applicando tassi di favore allo sconto di cambiali emesse in relazione allo scambio delle derrate alimentari. Queste avrebbero goduto del rimborso delle tariffe doganali pagate e di tariffe di trasporto agevolate sulle linee ferroviarie che univano i firmatari dell'accordo. Il piano di Brocchi trovò però forti opposizioni in Italia. Anche se appoggiato dal Ministro degli Esteri Dino Grandi, convinto della necessità di bloccare qualsiasi iniziativa tedesca nella regione, il piano incontrò l'opposizione di importanti settori dell'economia e della politica italiana. Felice Guarnieri fu ostile al progetto, il Ministro delle Finanze Antonio Mosconi non credette mai alla sostenibilità finanziaria del piano e il Ministro delle Corporazioni Giuseppe Bottai condivise le preoccupazioni di Confindustria circa la non completa aderenza dell'accordo alle leggi internazionali sul commercio. Anche tra i più influenti gruppi industriali, il piano suscitò dei dubbi: l'impresa sembrò costosa e complessa per un risultato che apparve modesto. Con il progetto dell'unione doganale austro-tedesca, rigettato dalla corte dell'Aia e i piani francesi Poncet e Tardieu, la diplomazia italiana si trovò spiazzata di fronte alle mosse delle altre potenze e la proposta di Brocchi rimase l'ultima carta della diplomazia e della finanza italiana. Il Ministero degli Affari esteri riuscì ad imporla al Governo - anche se Mussolini non ne fu mai entusiasta – e a Confindustria, accentando però un evidente ridimensionamento. Nella sua versione iniziale, l'idea di Brocchi aveva previsto il coinvolgimento della Jugoslavia e la nascita di istituti di credito specifici. Nel piano approvato dal governo si previde invece soltanto una protezione indiretta che Austria e Italia e Ungheria e Italia, bilateralmente, si sarebbero accordate, mediante riduzioni sulle spese e sugli interessi. Con questo progetto furono firmati gli accordi di Semmering nel 1932 e poi, nel 1934, i Protocolli di Roma, che perfezionarono le tariffe e le condizioni delle merci austriache e ungheresi nei porti di Fiume e Trieste. Nel 1935 le esportazioni ungheresi verso l'Italia s'impennarono dell'80% e l'Italia aumentò la quota delle proprie esportazioni industriali verso l'Ungheria.
Dal 1936 l'efficacia dell'accordo venne meno. L'Austria e l'Ungheria non firmarono mai l'accordo che avrebbe concluso il commercio triangolare, rendendo di fatto incompleto il sistema. L'anno successivo gli accordi commerciali firmati dall'Italia con la Jugoslavia, che previdero un trattamento di favore sullo scambio di bestiame e legname, ridussero l'importanza del "Sistema Brocchi", schiacciato inoltre dall'applicazione del Neuer Plan tedesco. Il sistema preferenziale di scambio con l'Austria e l'Ungheria rimase in vigore fino al 1937, quando fu abolito definitivamente da Felice Guarnieri.

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Tra pubblico e privato: il ruolo della Banca Commerciale Italiana nell'espansionismo italiano nei Balcani tra le due guerre

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Informazioni tesi

  Autore: Alessandro Iacopini
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2011-12
  Università: Università degli Studi di Roma Tor Vergata
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Storia
  Relatore: Daniela  Felisini
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 167

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fascismo
mussolini
storia economica
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