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Carlo Melchionna e i Dispacci Tanucciani

Tanucci riformatore

Fu soprattutto grazie all'opera riformatrice di Tanucci se il Regno di Napoli può essere considerato un esemplare caso di recezione
nei confronti di quel vento di novità culturali che contraddistinse il secolo XVIII e di reazione contro le vetuste strutture esistenti.
Profondamente anticlericale, adottò provvedimenti per contenere il dilagante potere della Curia da lui considerata il regno della superbia, della rapacità e della furberia. Fra i più noti alla storia ricordiamo lo smantellamento dei monasteri e dei collegi appartenenti ai Gesuiti con la conseguente cacciata di costoro dal Regno di Napoli, nel 1767. L'anno 1776 vide l'abolizione della Chinea, cerimonia consistente nella consegna di settemila ducati d'oro, che i sovrani di Napoli usavano effettuare come segno di devozione al pontefice, lasciando cosÌ alla libertà del sovrano sia l'opportunità della donazione che l'ammontare della stessa. Ma, in seguito a questo atto di liberazione dal vassallaggio romano, e al clamore positivo suscitato nel popolo, il ministro si rivelò preoccupato: forse si rese conto di
aver osato molto. Di grande fama è inoltre la reazione antibaronale del Tanucci, nella quale possiamo ricomprendere i provvedimenti del 1774. Sensibile ai problemi della giustizia, oppositore del mondo feudale, la sua azione di governo ebbe proprio ad oggetto la rivolta contro l'eredità del passato. Influenzato dai più grandi pensatori del periodo, quali Pagano, Filangieri e Genovesi da taluni viene anch'esso ricompreso nella cerchia degli illuministi. Secondo altri invece Tanucci si oppose fermamente alle tendenze reazionarie, adottando una posizione conservatrice anche se proiettata alle riforme.
L'interpretazione più accreditata è quella che vede in Tanucci un fedele sostenitore della Corona, pertanto un riformatore che si inserisce perfettamente nel quadro del dispotismo illuminato, e quindi ancora molto lontano da quel ramo dell'illuminismo collegato all'idea di democrazia. Il risvolto conservatore del marchese è sicuramente da attribuire alla sua ideologia: le riforme dell'apparato legale sono necessarie a ricondurre il potere giurisdizionale nelle mani del sovrano. Tuttavia, egli era perfettamente consapevole di non essere sufficientemente forte per riuscire a contrastare le vecchie strutture
e confidava nella potenza politica della Corona e dell'assolutismo.
Nonostante il suo intento riformatore godesse del consenso delle sfere sociali più colte e lungimiranti, i provvedimenti da lui promossi furono votati al fallimento.
Le motivazioni inerenti al processo di involuzione, con il ritorno alle condizioni sociali e politiche precedenti le riforme, sono da ricercarsi in molteplici eventi. Fra i più importanti è da annoverare la forte opposizione dei ceti conservatori titolari di secolari privilegi, contro i quali Tanucci si accanì invano. Rimasto il solo a combattere contro la potenza dei giudici e dei baroni, egli non ebbe mai l'appoggio dei ministri suoi colleghi. […]

Questo brano è tratto dalla tesi:

Carlo Melchionna e i Dispacci Tanucciani

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Informazioni tesi

  Autore: Eugenia Silvestri
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 1995-96
  Università: Università degli Studi di Milano
  Facoltà: Giurisprudenza
  Corso: Giurisprudenza
  Relatore: Gigliola Di Renzo Villata
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 141

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