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Una stagione di talk: analisi dei programmi di approfondimento politico durante la campagna elettorale del 2013

Opinione pubblica e democrazia in televisione: due logiche di funzionamento

Fin dalle sue origini la televisione si è rivelata un ambiente privilegiato di socializzazione, intesa sia come interazione con gli altri spettatori sia come costruzione della propria identità sociale. Essa è stata e cerca ancora di essere uno spazio, contemporaneamente, di ricezione, di rielaborazione e di risonanza di discorsi e modelli culturali diffusi nella società, che prendono forma nei testi mediali che il pubblico consuma e interpreta.
Anche la politica, fondamentale sistema di significazione e comunicazione della nostra società, ha dovuto fare i conti con la televisione e i suoi linguaggi. Questo incontro, a lungo temuto, ha prodotto infine una graduale convergenza delle rispettive sfere discorsive e logiche di funzionamento e commistione tra i luoghi della decisione, dell’informazione e dell’intrattenimento. Una politica che oggi più che mai sperimenta l’indebolimento delle forme della rappresentanza ha trovato nella televisione, e attualmente ancora di più nel web, uno spazio nel quale il suo discorso può dispiegarsi nella sua molteplice natura, al tempo stesso cognitiva, pragmatica e passionale, la quale in altri termini è in grado non solo di veicolare valori, ma è anche in grado di realizzare atti sociali e trasformare di conseguenza i rapporti tra gli interlocutori (Landowski 1989, tr.it.: 9).
Quella dei primi mesi del 2013 si è rivelata infatti, anche a causa dei tempi ristretti di realizzazione a cui è stata costretta, la campagna elettorale più televisiva a cui l’Italia abbia mai assistito. I luoghi della comunicazione politica sono stati i salotti tv, ma soprattutto le pagine dei candidati sui social network, mentre le piazze e i luoghi di ritrovo e, quindi, la prossimità fisica nei confronti della gente non sembrano essere stati una priorità sentita, perché sono altri ormai i luoghi in cui nasce e si consolida l’opinione pubblica.
Sembra allora che la televisione possa essere considerata spazio d’elezione e luogo esplicitamente emblematico della riflessività – che secondo Eric Landowski è la cifra caratteristica della società contemporanea (o postmoderna)- cioè della totale autoreferenzialità dello spazio sociale di significazione entro cui agiscono i soggetti, una grammatica sociale che si mette in scena e prende forma nei testi e poi dai suoi stessi prodotti trae le proprie regole.

“Questo spazio sociale costruito non riflette, per natura, qualche dato sociale preesistente, ma rappresenta il luogo a partire dal quale il sociale, come sistema dei rapporti fra i soggetti, si costituisce mentre si pensa. […] la comunità sociale si dà in spettacolo a sé medesima e, così facendo, si dota delle regole necessarie al proprio gioco.” (ibid.: 13).

Poiché, si è detto, il discorso politico in quanto finalizzato ad un “fare” (azione) e ad una “far fare” (manipolazione) ha sostanzialmente un valore performativo, ciò comporta ad un livello più profondo che esso presupponga l’attivazione di una razionalità di tipo strategico, che è fondamentalmente narrativa. Al livello del “racconto” politico si possono riconoscere allora sistemi di rapporti virtuali che si combinano variamente, cioè degli attanti, mentre al livello delle forme discorsive si può determinare come questi sistemi vengono attualizzati da attori sociali secondo certe condizioni, cioè secondo precise strategie enunciative (ibid.: 14).
Gianfranco Marrone mette a confronto due significative forme del discorso politico elaborate proprio da Landowski a partire dall’estensione della metafora teatrale al mondo della politica, metafora tra l’altro molto presente nel linguaggio e nel senso comuni, e che sono incentrate su una differente concezione di quell’attante collettivo che è l’insieme dei cittadini e che i governanti considerano o dipingono come loro Destinante.

“E’ così che l’abusata metafora della politica come spettacolo, spesso utilizzata per segnalare una specie di inevitabile degradazione della prassi politica genuina, diviene utile per descrivere l’articolazione discorsiva della narrazione politica, in modo da ritrovare per ogni soggetto coinvolto un suo preciso luogo strategico e una sua conseguente funzione semiotica. Dalla sfera dei giudizi di valore, l’idea dello spettacolo politico migra in quella dei giudizi di fatto.” (Marrone 2001: 241-242).

Il primo modello (ibid.: 242-246; Landowski 1989 tr.it.: 21 e segg.) utilizza l’analogia con la tragedia greca classica per individuare sulla scena del confronto politico una struttura nella quale si distinguono, anche scenograficamente, i ruoli dei diversi attanti coinvolti e che è particolarmente esemplificata proprio nei salotti televisivi, che non a caso vengono spesso rinominati “arene”. Se i politici occupano il posto e ricoprono il ruolo dei protagonisti dell’azione scenica e l’insieme dei governati occupa la posizione tradizionalmente attribuita al pubblico di spettatori, esisteva anche nella tragedia antica una posizione scenografica intermedia, la cosiddetta zona dell’orchestra, nella quale era situato il coro, guidato dal corifeo. Questa ruolo che comporta l’osservazione con gli occhi del pubblico e la possibilità contemporanea di commentare, giudicare e quindi influenzare le gesta degli “eroi” è ricoperta nel discorso politico democratico dall’opinione pubblica e dai suoi portavoce. Come la figura narrativa del Destinante ha la funzione di fornire al Soggetto i valori secondo cui agire, un Oggetto di valore verso il quale indirizzare il proprio desiderio e la propria azione e, infine, la funzione di giudicare gli esiti di tale azione, così l’opinione pubblica, entità meramente semiotica ma discorsivamente molto efficace, è in grado di mediare la relazione tra governanti e governati, di far conoscere a questi ultimi le esigenze del pubblico (per esempio delineate tramite sondaggi d’opinione e interviste a campione) e ai primi il significato delle azioni della loro classe dirigente. Essa riveste allora una forte competenza pragmatica, sia perché è in grado di manipolare, persuadere, determinare in una certa misura l’agenda del Soggetto politico; dall’altra perché si pone come istanza dotata di competenza interpretativa capace di far capire agli individui che compongono il pubblico, privati così di alcuna funzione emittente ma dotati soltanto della funzione ricevente, qual è il senso e la direzione delle azioni dei loro governanti. [...]

Questo brano è tratto dalla tesi:

Una stagione di talk: analisi dei programmi di approfondimento politico durante la campagna elettorale del 2013

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Informazioni tesi

  Autore: Lucia Parato
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2011-12
  Università: Università degli Studi di Torino
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Comunicazione e Culture dei Media
  Relatore: Ugo Volli
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 116

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