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Effetti a lungo termine del bilinguismo precoce sulle capacità metalinguistiche. Uno studio su giovani adulti

Bilinguismo e sviluppo cognitivo: i primi filoni di ricerca

Nella prima metà del ‘900 è stata osservata soprattutto la relazione tra quoziente di intelligenza (QI) e bilinguismo. I primi studi hanno sostenuto l’idea che i bambini bilingui soffrivano di un ritardo scolastico, che avevano un QI basso e che erano socialmente disadattati rispetto ai bambini monolingui. Il bilinguismo era visto come la causa di un’intelligenza inferiore. Ad esempio, lo studio di Pintner e Keller (1922) riportava un “handicap linguistico” nei bambini bilingui; Saer (1923) parlava di “confusione mentale” per descrivere il funzionamento cognitivo dei bilingui e Jones e Stewart (1951) sostenevano che i monolingui risultavano sempre superiori a livello di intellettivo rispetto ai bilingui. Le prove emerse da biografie, come quelle di Ronjat e Leopold, pubblicate nello stesso periodo, che non riportavano alcun effetto negativo per lo sviluppo, ma piuttosto una serie di vantaggi a livello di flessibilità verbale e consapevolezza linguistica, erano in gran parte ignorate dagli psicologi dell’epoca.

I primi modelli di sviluppo dell’individuo bilingue hanno postulato che il bilinguismo porta a un ridotto funzionamento verbale nelle due lingue. Tentando di spiegare i risultati delle prime ricerche, Macnamara (1972) attribuisce il ritardo nello sviluppo verbale dei bambini bilingui ad un “effetto di equilibrio”.
Secondo lui, la competenza nella prima lingua diminuisce all’aumentare della seconda, quindi la somma delle due competenze linguistiche non può essere superiore alla competenza dei monolingui.
A questi primi studi psicometrici può essere rivolta una serie di critiche metodologiche:
1) l’assenza di criteri di definizione e di strumenti di misurazione attendibili con i quali selezionare i campioni bilingui rispetto a quelli monolingui;
2) l’assenza di controllo di variabili fondamentali come il livello socioculturale e la provenienza geografica dei campioni a confronto;
3) l’assenza di tecniche statistiche adeguate che permettessero di decidere se le differenze osservate fossero casuali o significative;
4) l’errore di somministrare i test ai bilingui nella loro lingua “debole”, cioè la lingua dell’emigrazione (la nozione stessa di bilingualità non è stata definita in modo adeguato e i test utilizzati sono stati spesso somministrati nella lingua ‘debole’ dei soggetti) e poiché i test per la valutazione del Q.I non sono indipendenti dalle capacità linguistiche, il risultato è scontato: il bilinguismo comporterebbe un deficit cognitivo rappresentato dai bassi valori di Q.I. dei bilingui rispetto ai monolingui.
Questo primo periodo negativo trova una svolta di tendenza nel 1962 grazie alla ricerca condotta da due studiosi canadesi, Peal e Lambert. In quel periodo storico, il Canada era caratterizzato dall’aumento dello status politico della lingua francese e il bilinguismo, essenziale alla vita politica, era considerato il marchio del futuro. Peal e Lambert hanno esaminato attentamente le ricerche precedenti che rivelavano un presunto handicap cognitivo e una presunta confusione mentale dei bilingui, e spiegarono i risultati alla luce di un errore di campionamento dei soggetti. Tali ricerche infatti non avevano preso in considerazione i diversi contesti socio-economici degli individui. In molti casi, i bilingui di ambienti poveri erano stati confrontati con monolingui di classi sociali più elevate.
Le attenzioni metodologiche dei ricercatori canadesi hanno portato ad un criterio di scelta del campione che è diventato standard per le ricerche successive. Peal e Lambert hanno tracciato una distinzione tra i veri “bilingui bilanciati” (competenti in entrambe le loro lingue) e “pseudo-bilingui” (non competenti, in relazione all’età, nella loro seconda lingua).
I due ricercatori, hanno confrontato gli alunni delle scuole elementari a Montreal (bilingui inglese/francese di 10 anni con le loro controparti monolingui in ciascuna lingua) e , diversamente dalle altre ricerche, hanno posto grande cura e attenzione al disegno metodologico.
Le novità più rilevanti erano:
- il gruppo dei bilingui era stato selezionato in base ad un’accurata misurazione delle competenze nelle due lingue, inglese e francese, ed era caratterizzato da un livello elevato e bilanciato di bilinguismo;
- sono stati tenuti in considerazione il livello socio-culturale, la provenienza geografica e scolastica e l’equilibrio di genere;
- i test di intelligenza utilizzati erano diversificati
- le tecniche statistiche utilizzate erano adeguate.
I risultati della ricerca hanno evidenziato un superiorità statisticamente significativa dei bambini bilingui rispetto ai loro coetanei monolingui. Il forte vantaggio dei bilingui che emergeva dai punteggi globali, è stato interpretato dagli autori come “superiorità nella formazione dei concetti”; approfondendo l’analisi statistica, si evidenziava anche una maggiore “flessibilità mentale” ed “una gamma di abilità mentali più diversificata”.
Lo studio di Peal e Lambert ha avuto un impatto enorme sulle ricerche successive. Nel tempo, molti esperimenti hanno confermato le loro scoperte e hanno perfezionato la nozione di flessibilità cognitiva.

Questo brano è tratto dalla tesi:

Effetti a lungo termine del bilinguismo precoce sulle capacità metalinguistiche. Uno studio su giovani adulti

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Informazioni tesi

  Autore: Melissa Caucci
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2011-12
  Università: Università degli Studi di Roma La Sapienza
  Facoltà: Psicologia
  Corso: Psicologia
  Relatore: Maria Antonietta Pinto
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 72

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Parole chiave

psicolinguistica
linguistica
bilinguismo
bilingualità
ipotesi di cummins

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