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Correlati neurali dell'empatia per il dolore altrui

I disturbi associati a deficit di empatia

Sul ruolo dell'empatia in clinica il rovescio della medaglia è costituito dai disturbi o patologie associate ad una diminuzione delle capacità empatiche dei pazienti. In realtà uno sguardo più attento ed esteso porta ad inquadrare meglio in che ambito si collocano questi fenomeni: l'empatia è un costrutto, come tale definibile e misurabile in modi diversi, i cui processi neurofisiologici sottostanti richiedono la collaborazione di varie aree cerebrali complesse e che, spesso, svolgono molte altre funzioni: da un punto di vista meramente biologico-evoluzionistico è ragionevole supporre che l'empatia abbia fornito un vantaggio agli individui delle specie di primati e ominidi che formavano comunità complesse.

Altrettanto ragionevole è supporre che la selezione abbia potuto agire su una estesa variabilità fenotipica di “espressione” dell'empatia, come spesso accade per numerosi fattori biologici ma, in ogni caso, è facile riscontrare un'ampia diversità interindividuale nelle misure dell'empatia. La predisposizione a essere contagiati dalle emozioni altrui, a riconoscerle, a mimarle e, naturalmente, a provarne di simili è molto variabile nella popolazione generale e questo fatto non può certo sorprendere; alla base stessa del concetto di “non normalità”, disturbo e patologia c'è proprio la considerazione che gli estremi di ogni distribuzione di una certa caratteristica, sia essa psicologica o biologica, in una data popolazione, sono spesso disfunzionali, per l'individuo che vi si colloca o per la sua relazione con gli altri individui, così diversi da lui.

Quindi essere troppo empatici o troppo poco è molto probabilmente disfunzionale, poco adattivo, nella stragrande maggioranza delle situazioni ma questa considerazione non riguarda solo la clinica: un adolescente troppo empatico dovrebbe essere orientato a percorsi di studio e professioni che non trattino la sofferenza umana o animale, altrimenti rischierebbe di rimanerne segnato. Sul versante psichiatrico i criminologi si chiedono quale ruolo abbia un tratto stabile di bassa capacità empatica nei criminali non affetti da patologie oltre che quelli effettivamente disturbati. Da molti decenni ormai la psichiatria e la criminologia studiano due categorie di disturbi estremamente complessi e difficili da trattare, con eziopatogenesi multifattoriale e in gran parte ignota, e che predispongono a condotte antisociali anche particolarmente gravi ed eclatanti: la psicopatia e le psicosi. Nei pazienti affetti da schizofrenia il deficit di empatia e di riconoscimento delle emozioni altrui è soltanto uno tra i tanti sintomi gravi di cui soffrono ma molto raramente sono un problema per la sicurezza sociale.

I pazienti antisociali o gli psicopatici sono caratterizzati da basso livello di empatia e simpatia (o addirittura assente) ma con buona capacità di riconoscere alcune emozioni altrui (specialmente la paura), mancanza di sensibilità verso i problemi degli altri, spregiudicatezza e scarsa importanza attribuita a norme e valori. Purtroppo sono molto refrattari ad ogni tipo di terapia e la loro intelligenza, nella norma o anche sopra la media, li rende difficili da individuare prima che abbiano compiuto danni a persone, famiglie e organizzazioni. Chi sperimenta quotidianamente quanto sia difficile e frustrante rapportarsi con persone (compresi bambini e adolescenti) con gravi deficit di empatia o di riconoscimento delle emozioni altrui, sono i genitori e i parenti delle persone autistiche e dei pazienti affetti da svariate patologie neurologiche non reversibili. Nella sindrome autistica, soprattutto nelle forme di medio-grave entità, sono presenti numerosi disturbi della comunicazione verbale e non verbale, della percezione e, spesso, alcune forme di ritardo cognitivo.

Il bambino autistico sembra refrattario alla comunicazione diretta, non riconosce molti tipi di emozioni o non vi risponde adeguatamente, sembra preferire il contatto e l'attività con oggetti piuttosto che persone e animali e, spesso, si chiude in un mutismo o un soliloquio inspiegabili agli occhi dei genitori e degli insegnanti. Nelle forme lievi della sindrome autistica i bambini e gli adolescenti hanno sufficienti abilità comunicative da poter essere inseriti in una normale classe scolastica, tuttavia le capacità empatiche sembrano ridotte ma non è chiaro in che misura sia dovuto ad una difficoltà a riconoscere in sé e negli altri le emozioni, a nominarle e a sostenerle, dentro di sé, abbastanza a lungo. Infatti in alcune terapie di gruppo, per adolescenti autistici non gravi, oggi sperimentate con discreto successo, i conduttori dei gruppi devono affrontare spesso delle improvvise, immotivate e quindi frustranti chiusure di comunicazione, da parte dei pazienti, proprio mentre essi sembrano intenzionati a comunicare il loro stato d'animo o a riconoscere quello dei compagni. Essendo la comunicazione umana, nel senso più generale del termine, così intrisa di scambi emozionali, con o senza partecipazione empatica, è naturale che il sintomo più difficile da accettare e accogliere, da parte dei parenti di pazienti autistici, sia sempre stato il deficit di empatia e di riconoscimento delle emozioni.

Questo brano è tratto dalla tesi:

Correlati neurali dell'empatia per il dolore altrui

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Informazioni tesi

  Autore: Andrea Andrenelli
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2012-13
  Università: Università Telematica Internazionale Uninettuno
  Facoltà: Psicologia
  Corso: Scienze e tecniche psicologiche
  Relatore: Cristiano Castelfranchi
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 35

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