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La Natura in Hans Jonas: l'etica tra biologia e ontologia

I gradi e i criteri dell’evoluzione vivente

La materia ha dato notizia di sé mediante dei fenomeni organizzati capaci di movimento orientato ad uno scopo e libero. La peculiarità di tali sistemi, secondo Jonas, è la vita, che a prescindere dalla determinazione della sua origine, si presenta come una multiformità gerarchicamente determinata, «come una successione ascendente di gradi che va dal “primitivo” all’“evoluto». L’idea di una gerarchia implica la dipendenza di ogni strato superiore da quello inferiore e il mantenimento di questo in quelli più alti.
L’evoluzione si presenta come una scala che può essere interpretata sia secondo i gradi della percezione sia secondo i concetti dell’agire: ossia da un lato secondo l’ampiezza e la chiarezza dell’esperienza, secondo gradi ascendenti di presenza sensibile del mondo, che attraversando il regno animale conducono alla più estesa e più libera oggettivazione del tutto dell’essere nell’uomo; e dall’altro, ossia in parallelo e culminando parimenti nell’uomo, secondo la dimensione e il tipo di incidenza sul mondo, dunque secondo gradi di progressiva incidenza dell’agire.
Nel capitolo precedente abbiamo indagato la dinamica del metabolismo, fondamento del vivente, precisando però che per comprendere la complessità della vita è necessario determinarne, oltre alle cause, anche i molteplici stati evolutivi che la compongono.
L’origine e il fine del metabolismo sono indicati dall’istinto di conservazione con cui il vivente cerca di mantenere la sua forma opponendosi alla forza disgregatrice della materia esterna. Il metabolismo ha una natura antinomica che si ripresenta in maniera sempre più complessa e sviluppata in tutti i successivi gradi dell’evoluzione biologica: le varie forme organiche esprimono in maniera sempre più articolata le dualità costitutive della vita. L’essere del vivente è libertà bisognosa e per questo l’organismo è contemporaneamente superiore e subordinato alla materia: è indipendente da questa per quanto riguarda l’essenza del suo essere ma continuamente legato a essa per quanto concerne la possibilità di esistere. «Così l’indipendenza rispetto alla natura, posta e affermata nella causalità propria dell’organismo – un’autonomia extrameccanica – ha il suo prezzo esatto nella dipendenza esistentiva dalla natura». Il paradosso dell’esistenza organica, secondo cui l’individuo essendo ciò che è non può non essere ciò che è, genera un’individualizzazione della vita rispetto all’indistinzione della materia. Tale individualizzazione trova il suo carattere peculiare e la sua giustificazione nell’interiorità, che costituisce il nucleo d’origine delle complesse dinamiche organiche. Con la comparsa del Sé, infatti, la sostanza vivente, isolandosi ed opponendosi alla materia, si impossessa di quest’ultima in maniera nuova perché si rapporta ad essa a partire da una prospettiva interiore. Quest’ultima trova la sua dimensione morfologica nella dinamica metabolica, espressione di quel bisogno di conservazione che è il principio di unità dell’essere organico. L’istinto di sopravvivenza, quindi, fornisce quella spinta a ricercare nuova materia oltre sé: «questa opposizione si attualizza, attraverso la “trascendenza” […] come integrazione dell’esterno – in quanto esterno – nell’interno o come fuori di sé dell’interno nell’esterno». Questa dialettica continua tra la necessità di reperire materiali e la spinta all’indipendenza che caratterizza l’organismo fa sì che la materia esterna venga organizzata dall’organismo come un tutto ordinato e fruibile. Questo è reso possibile dal fatto che il vivente è apertura e tensione continua verso la materia e si configura, quindi, come intenzionalità. L’organismo è organismo di un mondo, gli appartiene ontologicamente; non può esistere senza il mondo e al di fuori di esso.
Così la vita si rivolge alla materia da metabolizzare come a ciò che maggiormente le interessa, fino al punto da considerarla come potenzialmente propria.
La consistenza dell’organismo non ha i caratteri dell’immediatezza, bensì è sempre mediata sia perché richiede la continua disponibilità di materiali, sia perché questi non vengono assunti in quanto tali ma devono essere rielaborati per essere assimilati. Questo primo livello della mediazione segna la differenza ontologica tra vivente e non vivente ed è alla base di tutta l’esistenza organica in quanto tale: «il metabolismo stesso, e pertanto già la vita vegetale, è identità e continuità mediata». Questa mediatezza è ciò che segna lo sviluppo di tutto il fenomeno organico e quindi il principio dell’evoluzione si costituisce come un continuo diversificarsi e precisarsi di essa. In questo senso Jonas può affermare che l’esistenza del metabolismo «nasce con tutte le sue promesse di stadi superiori e più completi dell’antinomia primaria di libertà e necessità». L’evoluzione si caratterizza come un implemento qualitativo della dinamica fondamentale della vita: «la non-identità [della forma vivente] con la propria materia fa coincidere la vita con tanta più materia nel tempo: essa quindi non diminuisce, bensì aumenta nel conto complessivo la materialità della forma». Ogni livello evolutivo consiste in una sempre maggiore singolarizzazione, individuazione, della forma di vita rispetto al mondo circostante. Lo sviluppo evolutivo è segnato da un aumento della distanza, da una sempre maggiore separazione dell’organismo dal mondo. L’evoluzione consiste nel progressivo allontanamento della forma organica dall’ambiente circostante. Questo non è altro che il riproporsi, ad un livello più complesso, della mediatezza ontologica dell’organico che il fenomeno del metabolismo ha introdotto nell’essere. L’evoluzione segna l’incremento della complessità ontologica del fenomeno vivente e ciò determina un ampliamento delle quantità di materiali di cui l’organismo abbisogna. Vediamo quindi che ad un aumento dell’individualità corrisponde un incremento del raggio dei possibili incontri, dei contatti dell’organismo. Ecco che ritorna quella corrispondenza ontologica tra la materia e la forma organica che avevamo indicato in precedenza come carattere fondamentale della vita. L’evoluzione è per Jonas un incremento qualitativo delle antinomie che caratterizzano il fondamento della vita e, visto che l’essere di questa non si riduce mai ad una semplice somma di materia, determina anche la comparsa di nuove capacità ed attitudini. L’evoluzione, che raggiunge l’apice nell’essere dell’uomo, è il cammino attraverso cui la libertà giunge a domandare di se stessa. [...]

Questo brano è tratto dalla tesi:

La Natura in Hans Jonas: l'etica tra biologia e ontologia

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Informazioni tesi

  Autore: Gabriele Codoni
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2010-11
  Università: Università degli Studi di Macerata
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Filosofia teoretica, morale, politica ed estetica
  Relatore: Luigino Alici
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 244

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Parole chiave

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hans jonas
biologia filosofica
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