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Il significato del dolore. Una lettura antropologica.

Oltre il proprio corpo: il dolore inflitto

"È giusto che faccia male, perché così avete una prova di essere reali, di essere vivi": questo è il discorso più ricorrente tra gli individui che attentano al proprio corpo, "esistere non basta più: bisogna sentirsi esistere" (Le Breton, 2005, 56).

Io abuso della vita, non vedo come potrei essere sedotto dalla morte. Lo faccio per divertirmi. Passo il coltello sul mio braccio, mi taglio un po' la pelle. questo è tutto. Il dolore è psicologico, puoi dominarlo. Non è sadismo, è soltanto il piacere di giocare con il coltello, o forse il colore del sangue, non so. È la sola parte strana della mia personalità. Credo sia legato all'adolescenza. Quando sarò padre, non credo che lo farò ancora. Ma quando comincio ad andare troppo oltre, mi fermo perché lo trovo schifoso. Alcuni saltano dai ponti, altri si tagliano: è la curiosità, è voler vedere che effetto fa (Ivi, 58).

In questo caso non si tratta di giocare con la morte, ma di andare al di là di sé stessi, provare la sensazione di essere "oltre". Il dolore è un momento dell'esistenza in cui l'individuo viene a fissarsi l'impressione che il suo corpo sia altro da lui. Una dualità insormontabile e intollerabile lo serra in una carne ribelle che lo costringe a una sofferenza di cui è il proprio crogiolo. Sembra che il proprio corpo, così com'è, non soddisfi le esigenze degli individui, che quell'insieme di muscoli, nervi, ossa e tessuti sia troppo naturale per essere vissuto come umano. Come se, in fondo, mancasse qualcosa: una versione base a cui occorre aggiungere, sempre, un qualcosa; degli optional. Il corpo come apparato biologico può essere considerato un "universale". Ma c'è però un altro dato universale che accomuna tutte le società al di là della condivisione biologica: non esiste una cultura al mondo che sappia accettare il proprio corpo così com'è, così come Madre Natura l'ha donato. Il corpo infatti, viene; disegnato, inciso, scolpito, torturato, modellato, amputato, quasi come l'uomo volesse sancire con queste operazioni il suo distacco dalla natura, marcarne la differenza, dal proprio corpo originario o da quello di altri, per spostarlo sul terreno della cultura. Incompleto nella sua versione originale, agli occhi degli uomini il corpo deve anche apparire imperfetto sia nella forma sia nell'aspetto, se è vero che nessun gruppo lo mantiene intatto. Per questo motivo le pratiche di disegno e modellamento del corpo sono diventate campo d'indagine dell'antropologia culturale, perché rappresentano una forma di scrittura che gli uomini vogliono imprimere su loro stessi. Il fenomeno dell'autolesionismo (soprattutto quello adolescenziale) è molto più opportunamente accostato da Le Breton (2005) a quello della Body Art. Il soggetto intende utilizzare il proprio corpo vivo come una superficie di sperimentazione artistica che sia anche una critica dell'esistente; non cerca di produrre un oggetto, un suono, un testo, ma di provocare la società attraverso lo spettacolo del proprio corpo ferito e sanguinante. La lesione corporale è un attacco al proprio corpo. Chi si pratica incisioni, o bruciature, dichiara ovviamente il suo disprezzo verso il proprio corpo. La sacralità diffusa che circonda il corpo a livello sociale viene alterata, profanata. Gustando il proprio corpo, l'individuo entra a pieno contatto con se stesso: attentare all'immagine del corpo e infliggersi deliberatamente un dolore sono due modi trasgressori di importanza agli occhi dell'intera società a cui appartiene; per l'individuo si tratta di due modi con il quale esprime il proprio rifiuto corporale. L'incisione dunque non è altro che un tentativo di auto guarigione: la vera sofferenza è a monte e precede il gesto fisico per placarla. Dolore e lesioni svolgono una funzione simile, sono un supporto simbolico inscritto sulla carne. Per una sorta di sacrificio inconsapevole, dolore e lesione assumono il ruolo di protezione dell'individuo da una temibile distruzione del sé. Le lesioni corporali sono un punto d'appoggio per riuscire a riprendere il controllo di se stessi, un modo per andare contro alla sofferenza che autorizza l'individuo a rimanere l'unico attore protagonista della propria esistenza. Ma quando chi intorno a lui non riesce a contenerlo o comunque a limitarlo, il soggetto cerca riparo nel proprio corpo, si scaglia simbolicamente contro il mondo, in segno di protesta, per fondare la propria sovranità come persona, differenziandosi da altri e infine riuscire a distinguere in modo netto il dentro dal fuori. Il corpo insomma è una materia d'identità che consente all'individuo di trovare il suo posto nel mondo. Le Breton, ricorda tra tanti altri, l'esempio di Gina Pane che:

davanti ad un pubblico, camminava scalza su pioli acuminati, si tagliava le palpebre, si incideva il ventre. Nel 1972 è rimasta per due ore sospesa nel vuoto, legata al parapetto di una finestra al secondo piano di una casa, per "denunciare" la violenza sociale.
(Le Breton, 2005, 119-120).


Mettere l'arte nel corpo vuol dire sviluppare un'analisi dei meccanismi sociali, culturali o politici che implica un coinvolgimento personale immediato. La body art è una critica delle condizioni dell'esistenza condotta attraverso il corpo. Il presupposto teorico da cui muove l'analisi socio-antropologica di Le Breton è duplice. Da una parte egli ritiene che il ricorso alla lesione del corpo da parte del soggetto debba essere inserito in un linguaggio, o meglio ancora che l'autolesionismo sia sempre una specie di appello rivolto all'altro, affinché riconosca il disagio del soggetto ferito: le persone che si tagliano, si incidono, si feriscono volontariamente o comunque segretamente in una sorta di rituale privato, o pubblico come nel caso dei performers, tentano in realtà di comunicare all'altro e dunque alla società in generale, il proprio malessere e disagio.

Questo brano è tratto dalla tesi:

Il significato del dolore. Una lettura antropologica.

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Informazioni tesi

  Autore: Alessia Rizzo
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2012-13
  Università: Università degli Studi di Palermo
  Facoltà: Scienze della Formazione
  Corso: Scienze della Formazione continua
  Relatore: Elisabetta Di Giovanni
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 106

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Parole chiave

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antropologia del dolore
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